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Da Montepulciano a Cambridge: il V centenario del Tempio di San Biagio

Italia e America unite da un concerto di musica rinascimentale in streaming con il Calderwood Courtyard, degli Harvard Art Museums

Calderwood Courtyard

Renzo Piano va prima a Montepulciano, per fiutare l’aria di San Biagio e ispirarsi. E l’ispirazione arriva. Racconta di essersi sdraiato sul prato davanti alla Canonica. Vede il colonnato e, sopra, le stelle. Ecco, queste ultime mancavano ad Harvard: per via della brutta superfetazione e di un’anonima copertura non si vedevano più

Era una bella serata di fine estate quando, alcuni giorni fa, nel teatrino della Canonica di San Biagio a Montepulciano sono risuonate le prime note della Laude Novella, testo musicale che fa parte del duecentesco Laudario di Cortona. È stato l’avvio di un affascinante concerto di musica rinascimentale, in occasione del cinquecentenario della posa della prima pietra del Tempio di San Biagio.

Tempio di San Biagio (foto it.wikipedia.org)

Ma, in fondo, avrebbe potuto essere un romantico concerto come molti. Invece no: perché quelle note raccontavano anche altro. Non è un caso se, nello stesso momento, venivano ascoltate in diretta streaming a migliaia di chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Atlantico.

Per via del fuso orario era pomeriggio nella Calderwood Courtyard degli Harvard Art Museums di Cambridge: professori, studenti e visitatori sedevano nei tavolini della “cafeteria” e, intanto, da due grandi monitor si godevano il concerto italiano.
Ormai la tecnologia consente di annullare miracolosamente le distanze e il tempo.

Ma il miracolo di questa storia che parte da lontano non ha a che vedere con la tecnologia. È il 1913 quando il giovane architetto americano Henry Shepley, appena uscito da Harvard, gira avidamente l’Europa, documentando e disegnando in decine di bloc-notes i monumenti e le chiese che più lo colpiscono. È uno molto preciso, Henry: indica anche le misure. L’11 aprile arriva a Montepulciano. Vede la Chiesa di San Biagio e ne resta colpito. Oltre a disegnare usa anche la macchina fotografica: riprende tutto, dalla torre campanaria alla cisterna. Ma dai suoi appunti si capisce che è rimasto impressionato soprattutto dal colonnato della loggia della Canonica.

Shepley torna a casa, va a lavorare nello studio di architettura di cui suo padre è uno dei soci. Conserva tutti i bloc-notes con gli appunti, gli schizzi e le misure. Dieci anni dopo, gli torneranno preziosi. Lo studio riceve infatti l’incarico per la realizzazione di uno spazio aggiuntivo per il crescente Fogg Museum di Harvard. Così, nel 1924, Shepley torna a Montepulciano, scatta altre foto, prende misure ancora più precise.

Quando rientra ha un’idea in testa che viene accolta dal committente. Il colonnato della rinascimentale Chiesa di San Biagio verrà replicato per quattro, a formare un atrio chiuso. Così sarà. Nel 1927 nasce Calderwood Courtyard, un cortile rigorosamente in travertino italiano, cui viene dato il nome in onore di un generoso benefattore.

Passano gli anni. La memoria di quella proficua ibridazione culturale tra Vecchio e Nuovo mondo si perde nel caos del secondo conflitto mondiale. Negli archivi ci sono, sì, i documenti ma nessuno li consulta più, nessuno ricorda più l’origine di quegli archi e di quei quattro colonnati. Sopra i quali, a un certo punto, viene anche costruita una superfetazione: un intero piano, utile ma brutto. Il risultato è che la luce nella corte sottostante è poca, insomma il tutto è un po’ buio.
Poi … entrano in scena Luca Meldolesi e Renzo Piano.

Luca Meldolesi

Il primo è un noto professore di economia, fondatore e mente del A.Colorni-Hirschman International Institute, un raffinato think tank di economia, politica e sociologia. La famiglia è di origine veneta ma da oltre un secolo si è trasferita a Montepulciano. Hanno una grande casa antica addossata proprio alla Chiesa di San Biagio: lui li ci è cresciuto, quel colonnato è parte della sua infanzia.

Un giorno, assieme alla moglie Nicoletta Stame anche lei docente universitaria ma di sociologia, va ad Harvard per dei corsi. Finiscono inevitabilmente nel cortile Calderwood. Si guardano intorno. C’è un’aria di famiglia, di vissuto. Partono le ricerche e la vecchia storia torna a galla. Meldolesi parla con i dirigenti del museo. Si riannodano legami che la guerra aveva interrotto.

E, nel 2016, arriva Renzo Piano. A Cambridge hanno deciso di fare le cose in grande. Al Fogg Museum si uniranno gli altri due musei di arte di Harvard: il Busch-Reisinger e l’Arthur M.Sackler.

Nascono gli Harvard Arts Museums, che tra l’altro diventeranno uno dei più importanti ed esclusivi “teaching museums” del mondo: non ci si va solo per vedere ma anche per imparare. I corsi sono frequentati sia da studenti sia da docenti, insomma: formano i formatori, che arrivano da ogni parte del mondo. I committenti hanno una richiesta per il grande architetto italiano: vogliono che il cuore centrale e luogo di ritrovo collettivo dei tre musei diventati uno solo sia proprio lo spazio Calderwood.

Renzo Piano va prima a Montepulciano, per fiutare l’aria di San Biagio e ispirarsi. E l’ispirazione arriva. Racconta di essersi sdraiato sul prato davanti alla Canonica. Vede il colonnato e, sopra, le stelle. Ecco, queste ultime mancavano ad Harvard: per via della brutta superfetazione e di un’anonima copertura non si vedevano più.

Così Piano scoperchia il tetto, abbatte la superfetazione e ricopre il tutto con una luminosissima struttura di vetro e acciaio. È tornata la luce a illuminare l’elegante e ritmica struttura rinascimentale. Così, giustamente, si intitola Rhytm & Light il libro in cui gli architetti Danielle Carrabino e Mark Carroll raccontano tutta la storia.

E Martha Tedeschi, direttore degli Harvard Arts Museums venuta a Montepulciano con la Carrabino per la cerimonia di quello che si può chiamare il “gemellaggio ritrovato”, può commentare soddisfatta: «Per Calderwood Courtyard è iniziata ancora una nuova vita».

È vero: quei professori e studenti, quei visitatori che si fermano nella cafeteria per un momento di pausa, circondati dai quattro splendidi colonnati che Henry Shepley ha fedelmente replicato dalla cinquecentesca Chiesa di San Biagio e a cui Renzo Piano ha ridato la luce, che cosa fanno in fondo se non rinnovare l’ideale rinascimentale della Schola, luogo di cultura e quindi anche di socializzazione, incontri, scambi e confronti?

E anche di piaceri: il concerto dell’Ensemble vocale e strumentale Casina Consort, tutto di flauti antichi più un tamburo, è stato infatti un piacere. A dirigerlo, offrendo anche momenti di guida all’ascolto, è Pietro Meldolesi, nipote del professor Luca. E la dolce e straordinaria voce del soprano è pure di famiglia: Caterina è la figlia di Pietro. Sì: il cerchio si è chiuso. La memoria è stata ritrovata.

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