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Al Whitney Museum dal 12 novembre una mostra sul mio amico Andy Warhol

Prima che io ne parli, debbo premettere: sono stato amico di Warhol a partire dalla metà Anni Sessanta del secolo scorso e fino alla sua morte, nel 1987

Il mio rapporto con Warhol ebbe inizio quando io lo intervistai nel contesto di un libro che andavo scrivendo. E questa mostra, a più importante di quelle tenutesi in precedenza, verte soprattutto sulla seconda parte della sua opera, quella  prodotta negli anni ’70 e ’80, cioè dopo la rivolverata sparatagli da una ragazza, che quasi gli costò la vita nel 1968

Sono appena tornato dalla anticipazione alla stampa della mostra su Andy Warhol che si terrà al Museo Whitney a partire dal 12 novembre, ma prima che io ne parli debbo premettere: io sono stato amico di Warhol a partire dalla metà Anni Sessanta del secolo scorso e fino alla sua morte nel 1987, e la profonda impressione che ha lasciato questa amicizia in me prevale su qualsiasi altra interpretazione della sua opera che ne venga data oggi, anche in una mostra ricchissima – 350 oggetti – come quella che sta per esserne offerta dal più importante dei musei totalmente destinati all’arte americana.

Il mio rapporto con Warhol ebbe inizio quando io lo intervistai nel contesto di un libro (“America che cambia”, 1967, ed. Rizzoli, Milano) che andavo scrivendo, libro che nell’esplosiva affermazione della Pop Art vedeva la fine di uno stato d’animo negativo dell’intera società americana di cui era stata una manifestazione nell’arte il cosiddetto espressionismo astratto. Warhol, che della Pop Art era stato il principale esponente, voleva, con l’esibizione dei prodotti della civiltà industriale americana come i famosi barattoli di minestra Campbell o la rappresentazione di innumerevoli personaggi dell’epoca in fotografie ridipinte, non già ironizzare sull’affermazione del capitalismo americano ma vederla come un superamento di incertezze e scrupoli che avevano caratterizzato il periodo precedente. Warhol mi confermò totalmente in questa interpretazione, aggiungendo ai vari principi a cui si era improntata quest’arte anche quello che occorreva far esprimere alla stessa realtà oggettuale del periodo il suo carattere, ciò che d’altra parte ne semplificava enormemente la sua produzione. Era appena uscito il periodico totalmente creato da Warhol, “Interview”, e lui, mettendomene in mano uno dei primi numeri, mi diceva “vedi anche questo: basta far parlare gli altri, noi non dobbiamo dire o fare nulla. È facilissimo.” Insomma, un allargamento storico della teoria michelangiolesca, secondo cui la scultura era arte semplicissima, perché bastava togliere dal marmo, non c’era da aggiungere nulla.

Detto ciò, debbo anche sottolineare che Warhol non era affatto il personaggio teatrale e superficiale quale sembrerebbe doversi desumere da tanti suoi comportamenti, coi quali in realtà non faceva che fornire un’abilissima pubblicità a se stesso, ma era invece un intellettuale molto profondo, come si scopriva solo parlando con lui di argomenti filosofici di prima importanza, di vita e di morte, per così dire. Ma su questo è impossibile tornare adesso.

Occorre tornare invece alla mostra, che è la più importante di quelle tenutesi in precedenza (come due altre negli Stati Uniti e una a Roma qualche anno fa). È stata allestita da Donna De Salvo, considerata la maggiore autorità sul lavoro di Warhol, e si intitola “Andy Warhol, from A to B and Back Again” (cioè “da A a B e ritorno”), parole prese da un libretto di appunti dello stesso Warhol e che forniscono anche il titolo a uno studio su Warhol della stessa De Salvo presentato alla mostra. Mentre le esibizioni precedenti avevano dato un ampio quadro della formazione di Warhol e si erano poi soprattutto soffermate sulla sua partecipazione alla Pop Art, questa verte soprattutto sulla seconda parte della sua opera, quella  prodotta negli anni ’70 e ’80, cioè dopo la rivolverata sparatagli da una ragazza, che quasi gli costò la vita nel 1968. Introdotta da una colossale versione di un ritratto del dittatore cinese Mao Zedong, la mostra occupa per intero uno dei vastissimi piani dell’edificio creato da Renzo Piano per il rinnovato Whitney sulla riva del fiume Hudson nella parte bassa di Manhattan, più sezioni di altri due piani, ed è costituita quasi totalmente, per quanto riguarda l’arte visiva, da quadri e affreschi. Ma comprende anche pubblicazioni, video, opere televisive e cinematografiche e produzioni sperimentali di vari tipi. È accompagnata da un programma di proiezioni, nel cinema del museo, delle centinaia di film girati daWarhol o da suoi collaboratori.

Se retrospettive tanto ampie su artisti tanto innovativi e influenti segnano un momento importante non solo per l’artista ma anche per la società in cui vive, questa mostra di Warhol dà a me l’impressione di segnalare un altro cambiamento, questa volta involutivo e meditativo, che avviene nella vita degli Stati Uniti. La presentazione per la stampa avvenuta oggi  ha coinciso con le elezioni “di medio termine” che dovrebbero rimettere gli Stati Uniti sul piano di leadership mondiale che sembrano, altrimenti, in via di abbandonare. Ma intanto la rivista “Interview”, dopo una vita trionfale di quasi mezzo secolo, qualche settimana fa, è stata venduta. Mi chiedo che ne penserebbe Andy, che vedo ancora, timido e sorridente, in piedi come usava mettersi contro il caminetto di casa mia.

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