Cerca

Arte e DesignArte e Design

Commenti: Vai ai commenti

Quelle fotografie che ci invitano a guardare al di là del porto, al di là del mare

Reportage da PhEST, festival internazionale di fotografia a Monopoli che quest'anno ha scelto due temi: porti e archivi di famiglia

© Collettivo Azimut, dalla serie “Today, Tomorrow and the Day After Tomorrow”

Prima di vedere questa mostra, non sapevo ancora se e come l’arte potesse raccontare questo tema dei "porti", a chi volesse parlare in una cittadina del Sud Italia e cosa aspirasse a creare. Dopo averla visitata, l'ho capito

È una di quelle soleggiate giornate di inizio novembre che noi Pugliesi conosciamo bene. “A New York è così?” mi domanda il ragazzo del bar sotto casa, sapendo già che gli risponderò, come sempre, con quel sorriso che si distingue da tutti gli altri quando mi chiedono di mettere a confronto il clima newyorkese con quello di Bari. Bevo il mio caffè e sono pronta a partire per Monopoli, dove si celebra la settimana di chiusura del PhEST, un festival internazionale di arte e fotografia che per la sua terza edizione ha deciso di rivolgere l’attenzione a due temi, porti e archivi di famiglia.

Salgo in macchina non sapendo ancora quali sono i porti che sono stati raccontati dagli artisti del festival, ma penso al mio di porto, quello dell’infanzia e dell’adolescenza a Bari da cui, prima con la mia famiglia, poi con gli amici, partivo d’estate alla volta della Grecia, e penso a come quell’associazione di festività che cliccava con naturalezza nella mia testa sia cambiata. Sono passati quasi cinque mesi da quando il ministro dell’interno italiano Matteo Salvini ha negato alla nave Aquarius di sbarcare. Parlare di porti mi ricorda, adesso, solo il disumano hashtag #chiudiamoiporti che ha iniziato ad affollare di odio le pagine dei social network e le immagini dei migranti abbandonati in acque internazionali. Non so ancora se e come l’arte possa raccontare questo tema, a chi voglia parlare in una cittadina del Sud Italia e a cosa aspiri a creare, provocare, far pensare, ma per il momento mi accontento del fatto che ci sia un festival che abbia avuto l’ambizione di farlo e mi lascio alle spalle il litorale barese mentre nuove navi si avvicinano per raccontare altre storie.

La strada che porta a Monopoli è poco trafficata, siamo lontani dalle afose giornate estive in cui potrebbero volerci ore di coda per raggiungere le spiagge a sud del capoluogo pugliese. Anche quelle, purtroppo, le conosciamo bene. Parcheggio all’ingresso del centro storico di Monopoli, e avviandomi verso la Porta Vecchia, incontro i primi volti dei turisti autunnali. Li seguo, li affianco e finalmente li sorpasso, felice di riuscire a passeggiare tra le stradine tortuose del borgo antico senza dovermi svincolare tra la folla di Agosto. Un gruppo di ragazzi posa davanti a una parete, fanno un po’ di foto e procedono oltre, rivelando la gigantografia di un’antica foto in bianco e nero. È il primo dei collage fotografici che riposano sulle pareti dei vicoli monopolitani, frutto della collaborazione degli abitanti della città e del duo di street artist francesi Leo & Pipo, che in occasione del PhEST hanno ristampato in grande formato e installato sui muri figure di vecchi album di famiglia, facendole tornare a rivivere nei luoghi del presente.

In piazza Palmieri incontro Giovanni Troilo, il direttore artistico del PhEST, con cui mi avvio verso Palazzo Palmieri, un edificio in stile tardo barocco in passato adibito a scuola di arti e mestieri e che ospita le opere dedicate ai i porti, interpretati dagli artisti «come un miraggio, come un nuovo luogo in cui si consuma la fragilità politica contemporanea», mi racconta Giovanni mentre entriamo nel monumentale palazzo settecentesco. «Sono uno spazio neutro sospeso che pone in relazione, che unisce luoghi, culture e immaginari lontani. Data la complessità del tema, ho immaginato questo viaggio all’interno del PhEST come un percorso che, cominciando in maniera pop, diventasse gradualmente sempre più profondo».

© Federico Weiner, Punta del Este, dalla serie “Ultradistancia”

Le prime stanze, infatti, invitano in maniera giocosa a osservare il mondo dall’alto attraverso le composizioni dell’artista argentino Federico Winer, che parte dalle immagini satellitari di Google Earth per «creare una geografia estetica che ci affascina per la sua immensità, e allo stesso tempo ci riporta a una dimensione umana, riconoscibile e nostra», racconta il direttore artistico mentre due ragazzi commentano ad alta voce le figure che vedono negli scatti di Winer; o a immergerci nelle profondità degli oceani con le fotografie dell’artista inglese Mandy Barker, che dirige l’attenzione dei visitatori sui rifiuti plastici che minacciano l’ecosistema marino, come le oltre 28.000 tartarughe giocattolo manufatte in Cina che, 16 anni fa, furono riversate nel Pacifico Settentrionale durante una tempesta, o i 992 palloni raccolti su 144 spiagge in soli 4 mesi.

© Mandy Barker, dalla serie “Soup”

Ci congediamo dal primo piano del palazzo con una riflessione sul senso del viaggio non solo come atto fisico ma come percorso interiore attraverso il video “A Modern Odyssey”, il progetto realizzato dal fotografo Davide Monteleone durante una traversata a bordo della Nordic Odyssey, una nave che trasportava 70.000 tonnellate di ferro grezzo dalla Russia alla Cina e appena 23 persone a bordo.

Colgo l’occasione per chiedere a Giovanni come mai abbia deciso di contaminare la fotografia con il video, la scultura, l’installazione. «Lo storytelling spesso tende a consolidarsi intorno a stili, generi, paradigmi. Quel paradigma tende a rassicurare il pubblico che sa che il racconto avverrà secondo schemi ed entro confini noti. Ma alla lunga si rischia di rendere praticamente invisibili quelle storie. Credo sia necessario rendere invece sempre mutevole la forma e stabilire un dialogo costante con il pubblico, renderlo parte attiva del racconto e condurlo verso strade meno battute, strade di confine. È quello che proviamo a fare a PhEST, disseminando le mostre all’aperto nella città vecchia per catturare il pubblico secondo percorsi inaspettati, contaminando la fotografia con l’arte contemporanea e viceversa, alternando storie e temi più leggeri a progetti che possano indurre chi guarda a dubitare, a vacillare per un attimo, a portarsi dietro quell’immagine e a farla abitare per un po’ dentro se stessi».

Sulle pareti delle sale affrescate del secondo piano, ci immergiamo finalmente negli scatti di “My Story is a Story of Hope” del fotografo Patrick Willocq, che raccontano la vita della comunità di Saint-Martory in Francia, un paese di 950 abitanti che, dopo la decisione del governo francese nel 2015 di aprire nel paese un centro per richiedenti asilo, ha accolto 50 rifugiati, il 5.5% di una popolazione il cui 23% aveva recentemente votato per il Front National. Una convivenza che ha suscitato l’interesse di Willocq, che ha creato un progetto di etno-fiction per mostrare come i locali hanno accolto o respinto i rifugiati, invitando gli abitanti del villaggio a diventare interpreti di sé stessi.

© Patrick Willocq, dalla serie  “My story is a story of hope”

Prosegue il viaggio nei porti, questa volta di tutto il mondo, col progetto in bianco e nero del fotografo Alex Majoli, “Hotel Marinum” che, come descrive Giovanni, «è uno spazio di passaggio, di incontri, di incroci. È un porto che assomiglia a se stesso e a tutti gli altri porti del mondo. Non ha un nome, non ha una precisa localizzazione, se non quella di trovarsi di fronte al mare».

© Alex Majoli, “India. 1998”

Un’installazione composta da una serie di scatti di oggetti appartenenti ai rifugiati, un libro di immagini scattate dai profughi e un video che ripercorre il loro viaggio sono invece i progetti presentati dal Collettivo Azimut, nato sotto l’egida di Fondazione Fotografia Moderna e costituito da artisti che indagano la questione della migrazione dei profughi mediorientali che approdano sulle isole greche sulla costa turca in attesa di ottenere lo status di rifugiati.

© Collettivo Azimut, dalla serie “Today, Tomorrow and the Day After Tomorrow”

Le ultime due stanze, interamente dedicate alla scultura, chiudono la visita al PhEST, offrendo un’interpretazione fortemente emotiva dei fenomeni di transito e morte nel Mediterraneo. Sono opere che denunciano, come dichiara il titolo stesso del lavoro di Dario Agrimi, “Gradi di vergogna, 2018”: otto vasche metalliche piene di olio nero che denunciano la fredda serialità del conteggio dei corpi ritrovati in mare; o che ammoniscono, come “Mai, 2018”,  l’opera dell’artista Francesco Strabone che depone su un’imbarcazione centinaia di ossa scolpite in gesso e argilla, trasformando così il relitto in un luogo di drammatica riflessione.

© Dario Agrimi, “Gradi di vergogna, 2018”

Mi lascio alle spalle le ultime due opere di palazzo Palmieri interrogandomi sulla drammatizzazione artistica di quelli che sono eventi già fin troppo drammatici, se abbiamo davvero ancora bisogno dell’arte per comprendere ciò che è già fin troppo chiaro; per empatizzare, o per sentirci, semplicemente, umani. Giovanni mi accompagna dove questo percorso è cominciato, solleva lo sguardo e mi invita a fare lo stesso.

© CarloCaroppo

Un’immensa tela si estende lungo tutto il soffitto a cielo aperto del palazzo. È un’immagine della serie “X-Ray Vision vs. Invisibility” che rivisita le immagini fatte a scopo di sorveglianza al confine tra gli Stati Uniti e il Messico ai migranti clandestini. «Il racconto si compie in tre atti, parte dalla etno-fiction di Willocq che esplora il mondo apparentemente noto, ma di fatto inedito della relazione di una piccola comunità costretta ad accogliere alcuni richiedenti asilo e giunge al racconto della nuda vita, radiografata da Noelle Mason che descrive l’oggettiva sospensione dei migranti in transito e pone il porto come nuovo paradigma  della bio-politica e la figura del rifugiato come elemento di crisi della finzione della sovranità moderna», conclude il direttore artistico, che ha portato in Puglia sguardi provenienti da tutto il mondo con l’obiettivo di offrire nuove prospettive al modo di osservare.

Salvini fa leva sulla retorica per portare avanti la sua guerra sui flussi migratori e fomentare il divario tra percezione e realtà, come rivela uno studio dell’Istituto Cattaneo secondo cui al 7% di immigrati presenti in Italia, corrisponde una percezione del 25% per il 70% degli italiani; altri dati, forniti dal Ministero degli Interni, rivelano che da gennaio a giugno 2018 i migranti sbarcati in Italia sono stati oltre 4 volte in meno rispetto allo stesso periodo del 2017, mentre il numero di migranti morti in mare è arrivato a circa 3.119 persone.

Rientrata a Bari apro l’email che Giovanni mi ha inviato contente alcune delle immagini che i visitatori del PhEST hanno condiviso su Instagram. Ne metto una subito da parte, quella di un progetto di cui non ho ancora parlato, ma che è stato il primo ad accogliermi alle porte di Monopoli.

@Natalia_Molko

Si tratta di “Fata Morgana”, il progetto di Alessia Rollo che prende il nome di un insolito effetto di miraggio che si manifesta in determinate condizioni meteorologiche, creando distorsioni dell’oggetto all’orizzonte e che si fa metafora di una situazione geopolitica in cui le coste dell’Europa Mediterranea diventano oggetto di speranze spesso infrante. Guardo poi le altre foto e mi soffermo insieme a loro sull’invito iniziale di questo festival, “see beyond the sea”, un monito che ci richiede un’osservazione più che attenta. Si contano i numeri, si contano male, e si tralasciano quelli che contano davvero. Se i numeri, allora, da soli non bastano ad aprire i porti, forse dell’arte ne abbiamo davvero bisogno per aprire, quantomeno, le nostre coscienze.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter