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Angela Demontis, l’artista che ridà vita al popolo dei bronzi dell’antica Sardegna

Dall'attenta ricostruzione del vestiario di questo popolo è nato un libro e una mostra, e il suo lavoro è noto e apprezzato in tutto il mondo

Angela Demontis.

Il progetto, racconta, "nasce da un’idea che avevo da bambina. Nei libri di storia ci spiegano come erano vestiti i Greci, gli Etruschi, i Romani, gli Egizi ecc., di loro sappiamo tutto. Ma i Sardi come si vestivano? Come sono cresciuta, diventando disegnatrice, sono andata al Museo Archeologico di Cagliari con un blocco per gli schizzi e la matita a guardare bene tutti i dettagli dei bronzetti..."

Quando vidi per la prima volta i bronzetti sardi in una delle grandi sale del Museo Archeologico di Cagliari ero solo una bambina. Quel popolo mi incuriosiva, stipati in quella vetrina: quasi ammassati, mi sembravano come imprigionati in quelle statuine da uno strano incantesimo. Da allora non smisi più di pensarci.” Così inizia la conversazione con una delle più illustri conoscitrici del popolo di bronzo, Angela Demontis. Figlia d’arte, la mamma ceramista e scultrice, il papà pittore trasmettono ad Angela questa passione fin da piccola coinvolgendola nelle più svariate attività.

Angela Demontis è l’autrice di uno dei libri che raccontano una popolazione vissuta in Sardegna nel periodo nuragico (dal 1855 al 900 a.C.), dai cui il titolo del suo libro Il popolo di bronzo, periodo caratterizzato da unampia presenza nel territorio sardo di torri di pietra di varie dimensioni meglio conosciute come nuraghi. Il libro, pubblicato nel 2005, ha oggi una diffusione a livello mondiale.

Copie di questa straordinaria raccolta di bronzetti sardi le troviamo nelle biblioteche di illustri università di tutto il mondo, da Harvard ad Oxford , da Yale ad Harvard sino alla Public Library di New York. E ancora, a Whashington nella libreria del Congresso, a Toronto, a Glasgow, in Germania, in Francia ed addirittura al Metropolitan Museum di New York.

La lista è lunga, lunghissima: sono quasi incredula nel pensare a come la mia terra abbia dato così poca importanza ad un’artista che ha raggiunto importanti vette, unartista che sembra anche lei venire dal passato. Dai modi dolci e gentili, Angela mi accompagna in questo viaggio nel passato alla scoperta dei miei antenati.

Raccontami: chi è Angela Demontis?
Bella domanda! Dipingo, disegno, sono stata illustratrice scientifica, ho fatto ricostruzioni archeologiche collegate a questo lavoro del popolo di bronzo, ho ricostruito i costumi dell’epoca nuragica, sono ceramista, ho fatto, sempre a riguardo al popolo di bronzo, sperimentazioni sui colori minerali.

Spiegami meglio questa cosa dei colori.
Sono dovuta partire dai minerali e dalle piante per la tintura dei tessuti, ricerca, tra laltro, che ho condotto parallelamente alla stesura del libro per capire come in quellepoca tingessero le varie stoffe. I primi sono quelli che si ricavano dai minerali che io stessa polverizzo con un classico mortaio, li setaccio e li raffino sino a farli diventare pigmento da pittura; stesso lavoro con le varie piante, con le quali va fatto in maniera ancora più certosina.”

 Le tue sono riproduzioni fedeli. Immagino in passato la scala dei colori fosse molto ridotta: quanti colori hai classificato ricavandoli dalla natura?
Per ora nelle mie escursioni ho trovato 37 tonalità diverse, dalle piante si possono ricavare poi infinite sfumature e, come oggi, anche in passato mischiavano i colori per crearne di nuovi.

Mi fa vedere alcuni colori ricavati dalla terra di Sardegna rigorosamente catalogati per località di raccolta della materia prima e conservati in piccole ampolle di vetro: i gialli, il verde, il rosa, il celeste, l’azzurro, larancio, il lilla, loro… Sembra incredibile tutto quello che si può ricavare dalla natura !

 Penso che la ricerca non finirà mai, le tonalità sono tante. I colori predominanti sono le sfumature dell’ocra che è  un ossido di ferro che può avere diverse intensità di rosso.

Come è nato questo progetto?
“Nasce da unidea che avevo da bambina, una curiosità più che altro. Nei libri di storia ci spiegano come erano vestiti i Greci, gli Etruschi, i Romani, gli Egizi ecc, di loro sappiamo tutto, ma i Sardi come si vestivano? Come sono cresciuta, diventando disegnatrice, sono andata al Museo Archeologico di Cagliari con un blocco per gli schizzi e la matita a guardare bene tutti i dettagli dei bronzetti. Era un luogo che ero già abituata a frequentare fin da piccola, accompagnata dai miei genitori che, essendo artisti, sono sempre stati molto sensibili all’arte ed alla storia antica e mi hanno instradata in questa mia passione. Già da allora i bronzetti ammucchiati all’interno di una vetrina sembravano un popolo sotto incantesimo. Nel libro ho raccolto 105 illustrazioni dove spiego in maniera dettagliata l’abbigliamento di 100 personaggi. I bronzetti sono tantissimi, ho dovuto fare una scelta, ho cercato di capire la stratificazione degli abiti, il tipo di armi, se c’erano analogie con altri popoli contemporanei, ecc.

Osservandoli attentamente ho notato che sei riuscita a risalire anche al ceto sociale di numerosi personaggi, la descrizione che accompagna ogni singolo disegno è talmente dettagliata da non lasciare spazio ad altre interpretazioni.
Sì, si capisce molto bene, soprattutto le donne! Sono rappresentate delle signore molto importanti, delle regine o capi delle comunità, non sono donne qualsiasi.”

Da quello che hai potuto capire studiando la loro vita, i loro usi, i loro costumi e le loro abitudini era una società matriarcale o patriarcale?
Secondo me matriarcale, le donne erano le enciclopedie viventi della comunità, avevano la conoscenza della tecnologia, delle erbe, della geometria e della matematica. Successivamente bollate di stregoneria dal cristianesimo, la nuova religione che doveva sovrapporsi alla precedente e tendeva ad eliminare i personaggi potenti e più in vista, vennero messe in secondo piano.

Per quanto riguarda i tessuti dell’epoca, come ti sei documentata? Come sei risalita agli stessi?
Usando il buon senso. Purtroppo la Sardegna non ha un clima conservativo e di conseguenza non sono stati trovati i tessuti, quindi mi sono basata sul ritrovamento degli animali che allevavano in quel periodo. Si sa che avevano allevamenti di caprini ed ovini, quindi ho immaginato che da questi ricavassero la lana e come tessuto più morbido da indossare a contatto con la pelle molto probabilmente il lino. Quest’ultimo in Sardegna si coltivava già in epoca romana, erano tessuti pregiatissimi che venivano portati sino a Roma, e poi ho avuto conferma dal ritrovamento nella zona di Arzachena di un filo di lino incastonato nella perla di unantica collana di epoca nuragica risultata del 900 a.C. 

Dal libro alla mostra, raccontami…
Il libro è uscito nel 2005, la mostra nel 2010. La prima tappa fu dentro il Museo Archeologico di Cagliari, per due mesi nella sala dei bronzetti fu un viavai di persone locali e turisti, totalizzando in così poco tempo 20.500 visitatori, un record mai visto. La mostra ha il marchio MIBAC, che certifica l’approvazione del mondo archeologico, questo per me è stato un grande onore perché ho capito che avevo fatto un buon lavoro, che ero riuscita nel mio intento.

Il tuo libro gira nelle più prestigiose università del mondo, Oxford, Harvard, Yale, Columbia University di New York, Toronto, Cambridge, Oxford, Heidelberg e tante altreCome ti spieghi questo successo?
Per la precisione è esattamente negli atenei di 26 località sparse in tutto il mondo. È arrivato in questi posti tramite unorganizzazione internazionale che sta attenta quando escono pubblicazioni particolari, vengono diffuse se sono di interesse storico e cè un passaparola tra le biblioteche universitarie. A New York, per esempio, lo si può trovare non solo alla Columbia University ma anche al museo MOMA ed alla Public Library. A dire il vero non mi aspettavo tutto questo successo… (sorride)

Che cosa hai voluto trasmettere con questa mostra riconosciuta ed apprezzata a livello mondiale?
Ho voluto far conoscere la grandezza di questo popolo che è poco conosciuto dagli stessi sardi. Gli ho voluto rendere dignità umana, per questo li ho fatti a grandezza naturale per farli ammirare in tutto il loro splendore. 

In cosa differisce questa civiltà dalle altre?
La cultura nuragica innanzitutto è più antica di quella etrusca e di quella greca, tant’è che dovrebbero essere riscritti anche i libri di storia dellarte perché i Sardi hanno iniziato a scolpire prima dei Greci: le statue di Monte Prama sono datate allanno 1000 a.C., i Greci hanno iniziato nel 600 a.C. e questo andrebbe enfatizzato a livello mondiale. Se poi parliamo dellarchitettura, i nuraghi stessi sono dei capolavori inarrivabili con lavori di ingegneria importanti ed unici.

Curiosità: la mostra dal palazzo Reggio di Cagliari è diventata itinerante, è stata anche a Torino al Museo della Scienze Naturali.

 Per la mostra quanti personaggi hai ricreato? Descrivimi alcuni di loro.
Esattamente dieci, tre donne e sette uomini.

-Il Capo tribù di Uta, caratteristico perché porta sia la spada che il bastone scettro detto nodoso. Portando la spada rispetto ad altri capi tribù rinvenuti ci sta facendo capire che non era solo il capo della comunità ma era anche il capo militare. Ha un tipo di spada che veniva usata all’epoca anche in ambito miceneo, la spada di Achille e di Agamennone era fatta così, a lama larga. Queste spade sono state ritrovata veramente e sono lunghe 80 cm.

-La Dama di Teti (Teti È il paese che ha restituito il più alto numero di bronzetti) con il cappello a punta rappresentava non solo un Capo della comunità ma la Curatrice, la persona a cui rivolgersi quando si stava male.

-L’Arciere di Teti: il suo abbigliamento ricorda quello di stile orientale, con lelmo con il pennacchio e larco a braccio. La maggior parte dei guerrieri erano arcieri.

-Alcuni bronzetti rappresentano degli artigiani: ho cercato di ricreare individui dell’intera società dellepoca, ce ne sarebbero tanti da riprodurre di molto interessanti ma ho dovuto fare delle scelte.

 Prossimi progetti?
Mi sto spostando sul Medioevo, in particolare sto concentrando i miei studi sulla famiglia di Eleonora DArborea. Mi preme infine molto ringraziare la signora Graziella Pinna Arconte che è stata così gentile da portare il mio libro sino a New York con tanto di foto allOnu e di consegnarlo nelle mani del Direttore Stefano Vaccara che è venuto così a conoscenza del mio lavoro”.

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