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Il tocco italiano che ha cambiato il graphic design: intervista a Melania Gazzotti

Abbiamo chiesto alla curatrice della mostra all'Istituto Italiano di Cultura di New York di raccontarci il segno grafico dei Maestri indiscussi del Novecento

Melania Gozzotti.

In che modo la grafica italiana ha modificato la cultura visiva americana? "È una combinazione di elementi e fattori. La grafica italiana - giocosa, colorata e organica - influenzata a sua volta dal più rigoroso graphic design svizzero, è riuscita a mixare la diversità degli Stati Uniti, non solo assorbendone la cultura, ma rispondendo anche alle esigenze del mercato", ci spiega Melania Gazzotti, curatrice, con Patricia Belen e Greg D’Onofrio, della mostra "Italian Types: Graphic Designer from Italy in America"

Costantino Nivola, Interiors, 1948

Entrare nelle eleganti sale dell’Istituto Italiano di Cultura di New York diretto da Giorgio Van Straten e immergersi nell’esposizione “Italian Types: Graphic Designer from Italy in America” – a cura di Melania Gazzotti con Patricia Belen e Greg D’Onofrio – e nei tratti inconfondibili degli illustratori più acclamati del Novecento è una suggestione visiva espressa dalla creatività di Depero, Vignelli, Norda, Grignani, Waibl, Giurgola… Un percorso tra i segni stilistici che dagli anni Trenta agli anni Settanta hanno rivoluzionato il graphic design diventano racconto, tra i libri, i manifesti, le cover di album, le copertine di riviste, le campagne pubblicitarie. In un sottile fil rouge che si snoda e lega Italia e Stati Uniti, la mostra racconta come la grafica italiana abbia influenzato la cultura visiva americana con gli illustratori che, valigia in mano, si sono trasferiti nel Nuovo Mondo o hanno iniziato a lavorare per il mercato statunitense, reinventando e rivoluzionando la comunicazione commerciale. Una narrazione a “immagini” della vita di queste personalità, della loro cultura e della loro identità, in una storiografia scandita dalle composizioni segniche e dalle correnti stilistiche, come racconta a La Voce di New York la curatrice e storica dell’arte Melania Gazzotti.

Leo Lionni, Fortune, feb 1960

Melania, com’è stata concepita l’esposizione e quali i criteri di selezione?
“L’idea nasce dall’incontro con gli altri due curatori, gli americani Patricia Belen e Greg D’Onofrio dello studio Kind Company. Da tempo stavamo studiando l’influenza degli illustratori e dei grafici italiani sulla cultura visiva americana del Novecento e ci siamo subito resi conto che era un tema concreto. Molti dei creativi italiani si erano, infatti, trasferiti negli States o avevano lavorato con aziende americane, partendo da Depero – che è stato il pioniere – arrivato a New York nel 1928. I graphic designer selezionati non sono solo italiani di nascita, ma anche personalità giunte in Italia dall’estero: Milano era infatti negli anni cinquanta, sessanta e settanta il centro della produzione industriale e grafica in Italia e molti creativi appartenenti alla scuola milanese avevano anche delle collaborazioni con l’estero. Creativi che successivamente hanno raggiunto gli Stati Uniti e la cui produzione è stata influenzata dal diverso paesaggio visivo e culturale. La mostra “Italian Types” non è solo un viaggio nel mondo dell’immagine: è uno sguardo sulla cultura, l’identità e la vision di persone che si sono messe in gioco per portare avanti ciò che più amavano, alcuni per scelta altri per necessità, fuggiti dalle tremende persecuzioni degli anni Trenta-Quaranta. Un’esposizione che diviene racconto di vita narrato attraverso le immagini e le espressioni artistiche che hanno fatto la storia della grafica italiana e americana”.

Giulio Cittato, Theater, Chicago Cultural Communication Project, 1966

Quali i tratti principali che differenziano la grafica italiana dal resto del mondo?
“Prima degli anni Cinquanta esistevano più delle personalità che una vera e propria scuola. Lo stile di Depero ad esempio proviene da diverse esperienze ma anche dalla sua unicità. Inoltre nomi come Lionni, Giusti, Depero erano artisti, illustratori, grafici… figure creative a tuttotondo influenzate dalle avanguardie storiche del mondo dell’arte. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta la scuola milanese aveva una sua impronta distintiva che l’ha fatta conoscere anche al di fuori dell’Italia, nonostante le personalità appartenenti fossero molto eterogenee. L’altro grande evento che ha caratterizzato la grafica italiana dal punto di vista stilistico, ed è anche uno dei temi della mostra, è la creazione dello studio Unimark – prima agenzia internazionale fondata nel 1965 a Chicago da Massimo Vignelli, Bob Noorda, Ralph Eckerstrom, James Fogelman, Wally Gutches, Larry Kleinaveva – caratterizzato da uno stile ben preciso, in un mix tra la scuola milanese e le necessità commerciali americane”.

In che modo la grafica italiana ha modificato la cultura visiva americana?
“È una combinazione di elementi e fattori. La grafica italiana – giocosa, colorata e organica – influenzata a sua volta dal più rigoroso graphic design svizzero, è riuscita a mixare la diversità degli Stati Uniti, non solo assorbendone la cultura, ma rispondendo anche alle esigenze del mercato”.

Quale il segreto del successo della grafica italiana negli States?
“La freschezza creativa e il diverso immaginario. I creativi dell’epoca hanno trasmesso agli Stati Uniti tutto quello che era stato elaborato in Europa fino a quel momento e l’Italia, in particolare, con la sua indiscussa tradizione nella grafica. Gli anni Trenta sono stati determinanti, un’epoca in cui il graphic design, purtroppo utilizzato per la propaganda, rappresentava l’avanguardia, ma anche il boom economico degli anni sessanta e la nascita di aziende guidate da imprenditori illuminati – penso a Olivetti, ma non solo – che hanno compreso la forza e il potere della comunicazione. Pirelli per pubblicizzare i suoi pneumatici ha coinvolto i migliori grafici italiani per creare campagne che sono tuttora dei capolavori, così come La Rinascente, un’autentica fucina creativa in cui hanno lavorato i più grandi nomi del graphic design”.

Massimo Vignelli, Bertoia, 1968

Paolo Garretto, Fortune, Feb 1932

Chi sono secondo te i nuovi Maestri nel contemporaneo?
“La scena oggi è molto frammentata: l’ingresso del digitale ha cambiato molto le possibilità. Ci sono personalità che continuano a dar vita a immagini interessanti, ma la globalizzazione ha sicuramente sottratto le diverse caratterizzazioni stilistiche evidenti nel corso del Novecento nella scuola italiana, svizzera, olandese, inglese”.

Quanto invece i Maestri della grafica italiana possono essere considerati ancora contemporanei e perché?
“Sono tuttora contemporanei perché le loro creazioni si pongono al di là del puro lavoro commerciale: sono espressioni artistiche adattate alle esigenze del mercato. Mettendo in luce quanto la grafica possa divenire significato e significante”.

Italian Types: Graphic Designers from Italy in America
mostra a cura di Melania Gazzotti, Patricia Belen, Greg D’Onofrio
21 Marzo-2 Maggio 2019
Italian Cultural Institute of New York
686 Park Ave – New York
www.iicnewyork.esteri.it

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