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Creare “accentuando la materia”. L’arte di Maurizio Fabretti

Il pittore e restauratore italiano, recentemente in mostra con “NuovaMente Storia”, cerca ispirazione “nelle antiche patine, scrostature della superficie”

Una Venere

“L’intento è di continuare il processo creativo accentuando la materia, impastando pigmenti come un artigiano, usando le spatole metalliche che inducono alla non perfezione del modellato e mettendo in risalto la purezza del pigmento e l’andamento gestuale della stesura grassa”, spiega l'artista. E sintetizza: “Per anni ho pulito i manufatti da croste nere, orrende patinature e ridipinture, ora inverto l’azione”.

Il Poeta.

Cambiamenti, fretta, rimozione. Ricominciare cancellando il passato senza riflettere sul ruolo della memoria nella costruzione di nuove strade personali e sociali. In questa voragine, però, ci sono alcune iniziative che aprono percorsi diversi. “NuovaMente Storia”, una recente mostra del pittore e restauratore italiano Maurizio Fabretti cerca, infatti, la “sorgente d’ispirazione nelle antiche patine, scrostature della superficie, mancanze e lacune” delle sculture greco-romane, arcaiche ed etrusche. L’artista unisce in 25 opere esposte a Roma nella Basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio dal 13 al 20 luglio scorso, le due passioni della sua vita, rivisitando il “deterioramento della pietra” nel tentativo di comprendere “il percorso della materia nonché la ‘bellezza’”.

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” diceva Gabriel Garcia Marquez sul rapporto tra gli essere umani e lo scorrere del tempo. Un pensiero che si materializza nei lavori di Fabretti, nato in un paesino dell’etruria meridionale, Bassano Romano, nel 1959.

Poi, a Roma, il diploma di liceo artistico  e gli studi alla Accademia delle Belli Arti fino a diventare collaboratore presso lo studio di restauro del professore Pico Cellini e di decorazione con il maestro Vincenzo Confidati, ex capo di scenografia del Teatro dell’Opera di Roma. Più avanti, dipendente presso il Cenacolo di Roma -laboratorio di analisi per le opere d’arte- nel settore “restauro e diagnostica” di manufatti in ambito storico-artistico. Così, il passato e il presente hanno attraversato il suo lavoro e il suo pensiero.

“L’intento è di continuare il processo creativo accentuando la materia, impastando pigmenti come un artigiano, usando le spatole metalliche che inducono alla non perfezione del modellato e mettendo in risalto la purezza del pigmento e l’andamento gestuale della stesura grassa”, spiega l’artista. E sintetizza: “Per anni ho pulito i manufatti da croste nere, orrende patinature e ridipinture, ora inverto l’azione”.

Colpiscono in particolare l’olio su tela “Una venere” (2018), fondo rosso intenso e la dea con il volto dissimile e l’amputazione del braccio in primo piano, “Il Poeta”, figura imponente attaccata a un rudere,  un altro olio su tela dell’anno scorso, e “Arcaico” (stesso anno, stessa materia), la cui bocca è una traccia difforme.

“Le stratificazioni di materia, luce e colore -dice Fabretti che lavora senza pennelli ma con la spatola- identificano il tempo, la bellezza e la storia”. Ogni colpo di spatola è come una coltellata, nessuna precisione, ma un concentrato di vivacità e di luce.

Arcaico.

In tutte le tele, anche in quelle di periodi di diversa ricerca artistica di Fabretti, il fulcro è il tempo. La “Memoria del Tempo”, una ricerca su statue deturpate, sfigurate e con tante cicatrici, come quelle degli uomini.

In questo quadro metafisico, la presentazione del professore Carmine Benincasa ha ricordato la leggenda di Paracelso, medico, alchimista e astrologo svizzero (1493-1541).

E, a mio avviso, la memoria e la storia confermano che i muri contro i migranti sono purtroppo un costrutto ideologico nato da diversi interessi economici, dalla xenofobia e dal razzismo.

Infatti, la storia di Paracelso, nota figura del Rinascimento nato in Svizzera, morto in Austria e con studi a Vienna, Ferrara e Basilea, è presente pure nella letteratura argentina, niente meno che nel racconto “La Rosa di Paracelso”, di Jorge Luis Borges (1899-1986), un vero e geniale cittadino del mondo, nato a Buenos Aires e morto a Ginevra.

“Paracelso raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse”, finisce il racconto di Borges nel quale il medico alchimista ammonisce a un suo scettico discepolo “Ogni passo che farai è la meta”. 

Benincasa non ha parlato né di Borges né dei muri, ma ha ricordato l’importanza dell’umiltà e della solidarietà.

Paracelso, ha detto Benincasa, lasciava sempre la porta del laboratorio socchiusa, sempre disponibile ad accogliere i bisognosi. Il discepolo, invece, la chiuse. E non solo, il giovane voleva una prova dei poteri del maestro, e perciò ha chiesto di far rivivere la rosa buttata precedentemente al fuoco. Paracelso rifiutò la prova e cacciò via il giovane. Ma dopo, già da solo, baciò la rosa con amore e questa tornò alla vita.

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