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Maurizio Marinella, l’uomo che da Napoli prende per il collo le celebrità del mondo

Intervista con il nipote del fondatore del negozio napoletano che disegna e vende la cravatta diventata ormai la più famosa nel mondo

Maurizio Marinella nel suo negozio a Napoli

"Che emozione per essere stati esposti al MoMA... Quando dicemmo di no a Trump..."

Maurizio Marinella, napoletano doc, è a capo della Maison creata dal nonno oltre cento anni fa, ha portato il Made in Naples nel mondo: la sua cravatta è al collo di Capi di Stato, personaggi famosi fino a James Bond in in Sky Fall. Una tradizione sartoriale che a Napoli regna da generazioni. La cravatta di Marinella è stata esposta al MoMA di New York tra le 50 icone più importanti del mondo. “Mi è mancato il respiro appena arrivato al MoMA ma dopo ho visto il frutto del sogno di mio nonno e di mio padre”. Ogni mattina, quest’uomo garbato ed elegante, apre il negozio alle 6 del mattino. Andare da Marinella significa non solo sentirsi eleganti, ma fare anche quattro chiacchiere prendendo un caffè. Sembra di essere in un’altra epoca, siamo quasi come una farmacia di Paese” sorride raccontando la sua storia. “Stiamo creando con la Facoltà di architettura l’Università dei Mestieri, ma l’Italia che sta diventando un Paese difficile, un Paese complicato perché portare avanti un’attività oggi è davvero difficile”. Ed è anche colui che ha detto no a Trump che gli propose di aprire un negozio nella suo grattacielo: “Non mi pento di aver detto di no a Trump 30 anni fa perché non avrei mai potuto recidere il legame con la mia città”.

Napoli è la sua città. Che rapporto ha con Partenope?   

“E’ una città difficile anche per questo è bello, è una continua sfida molto stimolante. Sono molto resistente solamente perché ho questo amore incredibile nei confronti della città: quando ami una persona, una cosa pensi di sopportare tutto  l’amore ti spinge a superare qualsiasi ostacolo”.

Che cravatta abbiamo stamattina?

“Una cravatta molto classica, porto sempre quelle con il fondo blu, mi scateno poco, i colori mi piacciono ma ho bisogno di un colore rassicurante quindi scelgo dei toni con il blu. Stamattina ho la cravatta fondo blu con un disegnino alternato con il rosso e l’azzurro”.

Maurizio Marinella con l’allora presidente USA George W. Bush

Nel 1914 suo nonno in 20 mq. costruisce un sogno e dopo 105 anni il sogno continua…

“Il sogno è stato quello che, quando mio nonno aprì questo negozio, di far capire alla gente, che si potevano creare delle realtà importanti partendo da Napoli, ma principalmente restando a Napoli. Tutto questo è stato portato avanti sempre con la stessa filosofia: Napoli è nel cuore nonostante i momenti difficili che ha passato come l’emergenza rifiuti e Terra dei Fuochi. Ci siamo fatti apprezzare, ci siamo fatti conoscere e abbiamo degli spazi all’estero, abbiamo due negozi a Tokyo che ci danno enorme soddisfazione perché i giapponesi sono sensibilissimi al Made in Italy e principalmente al Made in Naples, al fatto a mano e su misura. E’ bello trasmettere una Napoli che lavora, che si impegna, che apre tutti i giorni alle 6:30”.

E’ vero. Ne sono testimone!

“Noi apriamo alle 6:20 perché per me, per mio nonno, per mio padre, così come spero per mio figlio Alessandro, c’è questo senso del dovere, della responsabilità, dell’impegno preso verso i nostri clienti, la correttezza commerciale. Sai sono valori che purtroppo vanno sempre scomparendo e una parola data ha ancora un senso così come la stretta di mano. Ecco perché in Giappone ci troviamo bene, abbiamo gli stessi valori della filosofia orientale”.

La sua cravatta è stata esposta al MoMA di New York: cosa ha provato?

“Prima di tutto siamo stati riconosciuti come prodotto iconico negli ultimi cinquant’anni che ha caratterizzato la moda nel mondo. La cravatta di Marinella, il jeans Levi’s 501: 50 oggetti. L’unica azienda italiana a ricevere questo riconoscimento: un grande orgoglio! Quanto sono arrivato al MoMA sono stato la prima mezzora che quasi non riuscivo a respirare anche perché il percorso è stato lungo… partire da 20 mq e arrivare al MoMA è stato bellissimo! Tu scrivi per un giornale americano….essere arrivati al collo della famiglia Kennedy, di Bill Clinton, i Bush padre e Bush figlio, di Obama. Stare nei negozi più belli di New York o  Philadelphia ed essere riconosciuti, è molto gratificante. Per l’America i quantitativi sono limitati perché siamo orgogliosi di continuare ad essere artigiani. Le grandi quantità non riusciamo a farle ecco perché non siamo presenti in Cina, o in mercati che ci farebbero poi delle richieste al di fuori ogni logica”.

E’ vero che Trump Le chiese di aprire un negozio nella Trump Tower?

“Sì. A mio padre, Luigi, arrivò esattamente trent’anni fa una lettera firmata da Donald Trump che lo invitava ad aprire un negozio all’interno della Trump Tower, il grande grattacielo di New York. Ne parlammo tra di noi per alcuni giorni. Ci pensammo sopra. Mio padre da subito espresse il suo scetticismo. Disse che era troppo complicato, la lontananza pesava tantissimo. Avrei dovuto occuparmi io della gestione, avrei dovuto lasciare il nostro negozio di piazza Vittoria e soprattutto recidere un importante legame col territorio. Ho detto no a Trump e non me ne pento. Restare a Napoli è stata sempre la nostra priorità. E così la riflessione sulla proposta di Trump durò un paio di giorni, poi la decisione di inviare una lettera di risposta”.

Cosa diceva la lettera al futuro Presidente?

Caro signor Trump, grazie dell’affetto che ci ha manifestato, siamo emozionati per l’invito ma preferiamo rimanere a Napoli“. In questi anni, secondo quanto ha notato lo stesso Marinella, Trump ha indossato alcune cravatte della nota casa di moda. “Probabilmente dono di Silvio Berlusconi, abituale cliente del negozio di Napoli”.

Cosa pensa del Presidente Trump?

“La gente è un po’ stanca, un po’ delusa. Preferisce un voto di rottura. Prevale una voglia di cambiamento che sta attraversando l’Italia e tutto il mondo”.

Molte botteghe artigiane chiudono, l’Italia si regge sulle piccole imprese. Perché?

“Noi facciamo tutto in Italia, abbiamo avuto sempre una gestione molto attenta, andiamo avanti con lo stesso spirito ed entusiasmo di sempre. Vogliamo arrivare a raggiungere il traguardo dei 150 anni ma senza arrivarci con il fiato sul collo ma con serenità. Perché purtroppo i giovani non vogliono più fare questi antichi mestieri, oggi è difficile a trovare il lavoro “delle mani” ed ecco che le grandi sartorie entrano in crisi e diventa sempre più difficile trovare artigiani capaci. Napoli aveva le grande tradizione delle scarpe fatte su misura, così come i guanti, le borse e così come in altre regioni italiane. Peccato, l’Italia era ricca e forse continua ad esserlo ancora per certi versi perché resta una miniera di tante piccole aziende e attività familiari che se non vengono aiutate, sostenute, sono destinate a chiudere”.

Da imprenditore cosa farebbe?

“Con la Facoltà di Architettura  a Napoli stiamo avviando l’Università degli Antichi Mestieri, abbiamo individuato uno spazio dove vogliamo riunire i maestri artigiani che possono trasmettere quei dieci lavori che fanno parte del nostro DNA. Particolarità, fatto a mano, artigianalità purtroppo stanno finendo, sai poi è facile trovare delle situazioni a un costo minore facendo fare tutto fuori però poi dopo ne va di mezzo la qualità, ne va di mezzo il nostro lavoro, la manodopera in Italia. L’Italia che sta diventando un Paese difficile, un Paese complicato portare avanti un’attività è davvero difficile. A Napoli ancora di più”.

E’ vero che Totò veniva da suo nonno ad imparare ad annodare il Papillon?

“Assolutamente sì, perchè il Papillon doveva essere rigorosamente da annodare al momento e non indossarlo già con il nodo, quindi Totò veniva qui da mio nonno e si allenava mettendosi davanti allo specchio fino a quando il nodo non veniva bene. Totò era elegantissimo. Pensa che l’attuale Villa Comunale si chiamava Villa Royale, Villa Reale dove la mattina presto ospitava tutte le famiglie nobili e così, quando avevano finito la passeggiata a cavallo o a piedi, si intrattenevano qui nel negozio per dialogare, prendere un caffè. E’ stato sempre un negozio ma al mattino presto diventava un punto di incontro, ecco perché al mattino apriamo sempre prestissimo, non vogliamo perdere quell’atmosfera quasi da farmacia di paese”.

Sono molti i personaggi famosi che la indossano, da John Kennedy al Principe Carlo d’Inghilterra, da Berlusconi a Giovanni Agnelli…

“Da noi veniva John John Kennedy che morì disgraziatamente, poi Bill Clinton durante il G7, poi Bush padre, Bush figlio che hanno ordinato tantissime volte le cravatte. Clinton durante il G7 a Napoli, correva sul lungomare e si tratteneva da noi al negozio. Ricordo che una serata ci fu alla Reggia di Caserta e Clinton mandò a prendere un fazzoletto da taschino bianco perché lo aveva dimenticato. Cossiga è stato molto importante per noi, Berlusconi, il vecchio Commendatore Pietro Barilla, Giovanni Agnelli. L’avvocato Agnelli era interessante, elegante e ti creava un senso di disagio ogni volta che andavamo a trovarlo, io ero piccolino, stava ancora a Corso Marconi 10 al quinto piano, belle storie. Obama spesso ha scelto le mie cravatte e dei foulard per la moglie Michelle e Nancy Pelosi. Camilla Parker, in visita a Napoli lo scorso aprile, ha scelto le cravatte del 1948 perché è l’anno di nascita del Principe Carlo”.

Sappiamo che sogna di far indossare la sua cravatta al Papa…

“Il Papa…beh mi piacerebbe! Un altro che mi piace moltissimo perché è il simbolo della uno sportivo puro è Federer, il tennista è una bella persona. Abbiamo avuto una grande soddisfazione: fare la cravatta per 007, per il film Skyfall. 007 per noi rappresenta il nostro cliente ideale, è inglese sta sempre in giacca e cravatta anche quando fa i combattimenti. E’ perfetto per noi , stare al collo di 007 è stato fantastico”.

La sua azienda che fatturato ha?

“Noi siamo una settantina di persone, siamo intorno ai 16 milioni di euro ma potremmo fare molto di più, produciamo non solo cravatte ma orologi, pelletteria, cinture, profumi, pullover, camice, tutto questo fatto a Napoli. Dal 2003, abbiamo iniziato una lenta apertura all’esterno, abbiamo cinque negozi nel mondo”.

Ha ancora un sogno?

“Io continuo a sognare. Vorrei vivere in una Napoli e in una Italia più positiva, più leggera. Sta diventando troppo pesante, troppo complicato e vorrei richiamare l’attenzione sulle tantissime aziende italiane e napoletane che ogni giorno fanno dei sacrifici importantissimi per trasmettere una bella Italia e una bella Napoli. Assolutamente tutto questo non è riconosciuto”.

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