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Fantasticherie da coronavirus, dagli spagnoli nel 1520 in Mexico agli amori di Raffaello

In questa mente frastornata da azioni che sono al là di ogni umana fantasia, nell’attesa dell’annunciato picco, i guai reali o paventati degli anni bisestili

La Fornarina, di Raffaello (1519 circa)

In una Palermo spettrale, in cui qualche raro mascherato trascina un cagnolino o si fa da lui trainare, le vetrine chiuse, in uno stato di suspence surreale, come di qualcosa che si aspetta, ma si teme che avvenga, si vive come in un altro livello di realtà, tra apparizione onirica e invenzione fantastica. E poi la tormenta siberiana infinita di cicaleccio sul virus, paginate di esternazioni banali e sopra le righe, spesso nocive o truffaldine, in cui non c’è pausa ai bollettini di guerra, sì perché anche in questo caso come in politica di guerra si parla, tra le tante esternazioni di drammi personali e di segnalazioni tecnico-strumentali, che a poco servono ai pazienti, forse di più agli esperti. Se ce ne sono, perché in questo turbinio di ipotesi di pillole antireumatiche e vaccini fra un anno, la scienza del salutismo e degli ominidi che scopano la casa e ci portano il caffè e ce lo zuccherano seduta stante sembra annaspare sconfitta da un acido ribonucleico indomabile che ci fa maramau in continue metamorfosi, come il Dioniso fregato dai Titani con uno specchio. Un batterio è una identità, verificabile, ma come si fa ad immaginare in una bella corona a colori  un virus (bel nome, “veleno”), cioè una capside di acido ribonucleico (RNA, parente del DNA) di dimensione tra i 20 e i 30 nanometri.

Perciò in questa mente frastornata da azioni che sono al là di ogni umana fantasia, nell’attesa dell’annunciato e rimandato picco, tra schede colorate di contagiati in salita, ospedalizzati e morti ad una età che ne ha vissute tante di esperienze straordinarie, per New York quell’11 settembre stralunante delle Torri, ma non ne prevedeva lontanamente una simile, mi è venuto il sospetto sui guai reali o paventati degli anni bisestili. Non potremmo fare una bella operazioncina e dividere l’anno in mesi tutti di trenta giorni? Tra i calendari ebraico, musulmano, buddhista, induista, maya e azteco, cinese, iraniano, egizio, greco e romano, giuliano e gregoriano, addirittura i calendari delle rivoluzioni: francese e russa, chi ci vieta con la nostra scienza perfetta al microsecondo di divedere il tempo in altro modo per scansare questo mese agghiacciante. Che già per se stesso non è che sia tanto propizio. È nella tua genetica, caro Febbraio. Se richiami l’origine etrusca, Februus era il dio della morte e della purificazione e pure l’etimo sabino februm, sempre di purificazione si trattava. Reclami la tua nobile origine romana?  Febris era la dea della febbre nella speranza della guarigione dalla malaria. Bella festa erano i Lupercalia (pecore in difesa dei lupi). I Cristiani non ti dimenticarono e si inventarono una turca Santa Febronia.

Martirio di Santa Febronia. Eremo rupestre-bizantino di S. Febronia alle “Coste”, Palagonia (CT). Ignoto XV-XVI sec.

Stavo dimenticando che eri anche il Mensis Feralis, quello in cui si celebravano i morti, il nostro novembre. Aveva ragione il nonno di Savanarola che proclamava «Anno bisteso , né baco, né moglie, né innesto». Ed ora la paura dei bugs con questo giorno in più che scompiglia i programmi elettronici ti fa chiamare Leap Year, anche se la Santa Brigida il 29 per gli Angli favorisce le fanciulle.

Per di più hai unito le tue forze sovvertitrici con altra accoppiata: il 1520, anno bisestile. A marzo Magellano svernava in Patagonia, a giugno papa Leone X emetteva la bolla Exurge Domine in diffida alle 95 tesi di Martin Lutero alle porte di Wittenberg, a settembre Solimano diventava sultano, ad ottobre Carlo V era proclamato imperatore del Sacro Romano Impero, a novembre Magellano virava verso il Pacifico.

Ma proprio in quel dinamico 1520 giunsero in Mexico i soldati dell’hidalgo Pànfilo de Narvàez, si inoltrarono fino alla conca di altura di Tenochtitlan, che perdette anche il nome. Oggi si chiama semplicemente Città del Messico. La cinsero di assedio ed ebbero la fortuna, pur fuori le mura, di spargere il virus del Variola major, noto anche dalle nostre parti per tanti visi butterati dei sopravvissuti, ultimo caso in Somalia nel 1977, anno in cui si sospese in Italia la vaccinazione ed eradicato secondo l’OMS nel 1980 (il virus è nei laboratori di Russia e America “per motivi di studio”). Dopo il fatidico 11 settembre qualcuno temette che potesse essere liberato proditoriamente. Come oggi si ventilò per il coronavirus cinese. Che raffinatezza dirlo Covid-19, fa chic. Nonostante la cintura muraria il virus spagnolo si insinuò fra i poveri abitanti privi di difese immunitarie contro i virus europei e metà della popolazione ci lasciò la pelle. Con una squadretta di soldati il comandante potette conquistare la città allo stremo delle forze. Fu allora il tragico destino di tanti milioni di indigeni per tutte le Americhe, Nord-Centro-Sud, che furono decimati da altri morbi a loro ignoti come la micidiale sifilide.

E sì che anche quello fu un anno a corrente alternata. Il venerdì 6 aprile moriva Raffaello Sanzio da Urbino ad appena 37 anni. Giorgio Vasari nelle Vite (1550, p. 670) scrisse:

«Però egli di nuovo in luogo importante andava di nascosto a’ suoi amori. E così continuando fuor di modo i piaceri amorosi, avvenne ch’una volta fra l’altre disordinò più del solito, perché a casa se ne tornò con una grandissima febbre e fu creduto da’ medici che fosse riscaldato. Onde non confessando egli quel disordine che aveva fatto, per poca prudenza, loro gli cavarono sangue; di maniera che indebilito si sentiva mancare, là dove egli aveva bisogno di ristoro.».

Pensate l’opera omnia comprende 760 schede di opere d’arte. E se fosse vissuto all’età media di quei tempi? Pochi certo i sei sonetti, ma non parleremo delle sue numerose e divine opere architettoniche.

Proprio allora stava dipingendo il miracolo del maggior gaudio della buona novella, la Trasfigurazione. Potrei descrivervi lo stupore e la felicità che mi scioglie il cuore davanti a questo fulgore, augurarvi che ne gustiate la Bellezza trascendentale, quell’alone di luce e lo smarrimento degli uomini, tutto l’altro è niente. Godete, genti del 2020, il miracolo è nei vostri occhi e nella vostra mente. Se ancora possiamo innalzarci come lui e trasfigurarci nell’Eterno. Meritiamo una identica trasfigurazione interiore per percepire finalmente la nostra nullità di uomini sbarcati decenni fa solo una volta sulla luna.

Trasfigurazione (Pinacoteca Vaticana)

«Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava.».

La Fornarina, di Raffaello (1519 circa)

Così la prima quartina del Sonetto VI:

«Come la veggo e chiara sta nel core
tua gran bellezza, il mio pennello franco
non è in pingere egual e viene manco,
perché debol riman per forte amore.»

Perché la Fornarina?

Ed anche questa bellezza scuote i sensi, ma, nonostante sia fuori dai canoni odierni delle star, ci fa rabbrividire per la nitidezza e l’estasi della Forma. Quegli occhi e quel sorriso. Sembra muoversi ancora nella sua sfottente pudicizia. Altro che Gioconda!

 

 

 

 

 

 

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