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Storie di lotta e non solo al covid nella mostra “New York Responds: The First Six Months”

Un ritratto toccante e potente della città, con oltre 20.000 oggetti, fotografie e storie proposte al museo della City of New York e accessibile anche oline

La fotografa Kristin Slaby con un’amica di fronte alla sua foto (Foto di Francesca Magnani)

La tempesta di neve dei giorni scorsi non ha impedito che decine di fotografi e visitatori arrivassero all’inaugurazione di New York Responds: The First Six Months, che prende le mosse dall’installazione fotografica all’aperto di quest’estate di cui parlammo qui.

Il fotografo Steven Greaves di fronte alla sua foto (Foto di Francesca Magnani)

Partendo da oltre 20.000 oggetti, fotografie e storie proposti al museo con l’hashtag #covidstoriesnyc, la mostra presenta una selezione di oltre 100 opere effettuata da una giuria di 12 persone, e riflette i cambiamenti e le sfide a New York City da marzo ad agosto 2020. New York Responds dipinge un ritratto toccante e potente della città, ed è accessibile sia al museo che online in una mostra digitale.

Il fotografo Kenneth Nelson vicino alla sua foto (Foto di Francesca Magnani)

“La storia ci ha mostrato che New York City vince sempre nonostante le sfide”, ha detto Whitney Donhauser, presidente del Museum of the City of New York. Ma non ci sono solo foto: negli espositori ci sono mascherine, strumenti medici, e addirittura una delle pentole usate per celebrare gli operatori sanitari come si faceva in primavera e in estate alle sette di sera. 

Una delle pentole usate per celebrare gli operatori sanitari di New York alle sette di sera

Anche io ho una foto in mostra e quando a ogni fotografo è stato chiesto di descrivere che cosa ha provato a catturare al momento dello scatto, tornando indietro col pensiero non ho potuto fare a meno di sentire, nei lunghi cortei attraverso cui ogni giorno percorrevamo le strade, una sorta di vicinanza con le processioni sacre che ho seguito in Italia, solo che qui invece della chiesa sullo sfondo, c’è il ponte di Brooklyn.

La vicedirettrice del museo Sarah Henry con il fotografo Russ Rowland (Foto di Francesca MAgnani)

Consiglio la visione della mostra di persona se siete in città e online se siete a casa. Volgo il testo in italiano per il lettori della Voce la mia didascalia, sperando per un attimo di farvi provare l’emozione che ho provato io:

Manifestazione Black Lives Matter, 19 giugno 2020. (Foto di Francesca Magnani)

“Questa immagine è l’ultima di una serie di quattro, fatte in un giorno in cui ho incontrato e partecipato a tre cortei. All’improvviso ho visto solo donne nel mirino: i colori dei loro abiti e delle lettere hanno attirato la mia attenzione, così come il fatto che, mentre camminavano, si sono accorte di me e mi hanno sorriso sotto le maschere. Quel giorno, come in tutte le proteste del BLM durante l’estate, mi sono immersa nel senso di connessione – sia mio con la folla che quello che sentivo tra i soggetti, come qui, dove le tre sembrano essere di generazioni diverse – forse amiche, forse sorelle, forse madre e figlia. Mentre marciavamo, stavamo tutti cantando, e passo dopo passo il ponte è diventato nitido e le loro forme si sono sfuocate: sembravano fondersi insieme, e io con loro.

Francesca Magnani vicina alla sua immagine (foto di Alex Yaggy)

La vicinanza e il senso di appartenenza che ho provato durante le proteste del 2020 è stata molto preziosa dopo mesi di isolamento fisico ed emotivo. Qui la monumentalità del ponte di Brooklyn aggiunge un aspetto spirituale alla scena e l’immagine che ne risulta da un lato descrive il momento storico che stiamo vivendo, e dall’altro si riferisce alla mia storia personale di bambina cresciuta all’ombra di chiese e monumenti: le donne tengono in mano i loro cartelli e il loro credo come antiche sacerdotesse; la folla mi ha ricordato una processione sacra, come quelle che ho seguito nel sud Italia e che si concludono all’interno di una basilica, versione attuale di un tempio. Da immigrata e da fotografa sono grata di avere quei momenti in cui sento che le diverse parti di me si integrano e allo stesso tempo riesco a celebrare altri esseri umani e unirmi a una causa comune”.

Marcus Dicus e un collega della SoHo Broadway Initiative (Foto di Francesca Magnani)

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