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L'”inferno” in chiesa

di Niccolò D'Aquino
Intervista con Carmelo Abbate, autore di "Sex and the Vatican": «Mi sono fatto l’idea che il vero interesse sia soltanto quello di coprire lo scandalo. Insomma: comporre e spostare, comporre e spostare. Sono ben consapevoli che molti sacerdoti, anche nelle alte gerarchie, hanno una doppia vita. Magari pure delle “mogli” e dei figli. Ma l’atteggiamento è: “Pecca pure quanto vuoi, ma con discrezione”....

La copertina del libro e sotto il giornalista Carmelo Abbate

I sacerdoti e il sesso. Ovvero: ipocrisia e dolore, il tutto condito dal disagio psichico. In Sex and the Vatican (Piemme Editore) il giornalista Carmelo Abbate (nella foto) racconta con ogni particolare moltissimi episodi sconvolgenti ed esplosivi. Ci sono preti omosessuali che fanno ben poco per nascondersi: partecipano ad affollati festini gay per poi, concluse le orge, indossare la stola e celebrare tranquillamente Messa. Ci sono preti che, invece, amano le donne e con loro si comportano come la maggior parte degli uomini: qualcuno si rivolge alle escort, altri fanno i playboy e collezionano parrocchiane; qualcun altro si innamora per davvero, magari mette anche al mondo un figlio e poi o fa finta di nulla (il classico: «Arrangiati, donna, non è affar mio») oppure viene discretamente allontanato dalla Curia in un’altra chiesa a centinaia di chilometri di distanza, secondo la millenaria regola non scritta del: «Pecca pure, figliolo, ma senza dare scandalo». Infine, per non farci mancare nulla, ci sono anche i preti che violentano le suore. Tutti episodi veri e documentati; in alcuni casi filmati di nascosto e visibili su YouTube, cioè a disposizione del mondo intero.

Libro forte e scomodo come pochi, questo “viaggio segreto nel regno dei casti” come recita il sottotitolo, sta avendo uno strano successo in Italia. Non è nelle classifiche perché la maggior parte dei giornali e delle televisioni, ricevuta l’imbeccata “dall’alto”, non ne parlano. Ma ormai, nell’era di internet, si sa che le censure non funzionano più. Il passaparola sui blog, nei social forum, nei liberi media online è più potente. Poi, a far saltare il tappo – facendo capire che, su un argomento così delicato non è possibile continuare a voltare lo sguardo dall’altra parte – è arrivato l’arresto del genovese don Riccardo Seppia, il “sacerdote degli orrori” accusato di violenze su minori e di traffico di stupefacenti. Così, nonostante gli ostracismi, Sex and the Vatican sta diventato un caso. Ed è già alla seconda ristampa. Presto dovrebbe essere disponibile anche per i lettori di lingua inglese: il libro è infatti in visione da un paio di editori americani. I francesi, invece, lo possono leggere ormai da vari mesi perché, fiutando l’interesse, ne avevano comprato subito i diritti in contemporanea con l’uscita dell’edizione italiana.
Il libro nasce da un’inchiesta che Abbate ha pubblicato nel settembre dell’anno scorso sul suo settimanale, il mondadoriano Panorama. Il reportage, Le notti brave dei preti gay, ha fatto il giro del mondo. America Oggi ha quindi deciso di incontrare Abbate. Scoprendo che, da solo, questo “palermitano di provincia”, come si definisce, già si meriterebbe un articolo. Se non altro perché è la conferma di un fatto ormai abbastanza chiaro. E cioè che i siciliani si dividono in due: quelli che nell’isola, bellissima ma immutabile nei suoi tanti pregi e tantissimi difetti, ci restano e vi si incrostano; e quelli che dalla Sicilia, una mattina fuggono per sempre. Lui, lo racconta nel suo sito (www.carmeloabbate.it), appartiene a questi ultimi. Approdato a Milano e ottenuto il sospirato contratto, potrebbe fare il redattore tranquillo. Invece no. Svolge la routine di redazione, certo. Ma la sua passione sono le inchieste sul campo. Cioè, grazie anche a un volto inconfondibilmente meridionale, si finge curdo e marocchino. «Per documentare l’inferno del lavoro nero» nei campi del Sud, a raccogliere pomodori sotto il sole che brucia, per pochi euro e sotto lo sguardo crudele di “caporali” italiani, tra mille paure, violenze e vessazioni. Si maschera da medico e documenta i casi di malasanità. E, per questa sua ultima impresa, si è finto gay ed è andato per davvero ai festini. Insomma, nonostante il sorriso e gli occhi allegri e mediterranei, è un reporter inquieto e d’assalto. Con una fissazione che, soprattutto a certe latitudini, può essere pericolosa: «Contrastare l’omertà e il silenzio, scegliere di raccontare. Sempre».
 
Ma in Francia non hai avuto problemi.
«No. L’editore Lafon, che aveva avuto il libro in visione quando il progetto era stato presentato alla Fiera di Francoforte, ha potuto ottenere le consuete recensioni e farlo circolare senza problemi. Io sono stato intervistato e ho parlato a varie radio. Insomma: ciò che avviene normalmente in questi casi. Il libro è entrato nelle classifiche francesi e su Amazon ci sono stati molti acquisti. Però, le prime avvisaglie che ci sarebbero state difficoltà le ho avute proprio lì. L’agenzia France Presse, contattati il Vaticano e la CEI, la Conferenza episcopale italiana, si è sentita rispondere che di questo libro era meglio non parlare. Per evitare di fargli pubblicità».
E così, fino a quando non è esploso il caso di don Seppia, la stampa ufficiale italiana è stata praticamente zitta.
«Il libro non è stato mai citato in nessuno dei programmi culturali, né della radiotelevisione pubblica né di quelle private. Con pochissime eccezioni. E nemmeno sui giornali. In contrasto con quanto avveniva in contemporanea sui social forum e nei blog. La stampa estera, però, si è accorta di questo boicottaggio silenzioso. ‘The Guardian’, per esempio, ha scritto un articolo per raccontare che si stava cercando di affossare “Sex and the Vatican”».
Ma non te l’aspettavi proprio questa reazione, visto l’argomento?
«Certo che me l’aspettavo. Sia io sia l’editore. Avere scelto un titolo che riecheggia provocatoriamente la serie “Sex and the City” ci aveva preparato a quello che sta succedendo. Averlo scritto in inglese, però, è stata una scelta voluta: per tentare di portare l’argomento fuori d’Italia. La cosa sta funzionando. Qualche settimana fa, l’editore tedesco Bertelsmann – uno dei più grossi in Europa – ha comprato i diritti. E ci sono trattative con gli spagnoli. Perché in America Latina ci sono state molte recensioni».
Quando hai fatto l’inchiesta per Panorama, pensavi già di ampliarla e approfondirla in un libro?
  «No. L’inchiesta era stata scrupolosissima. Non mi sono mai documentato tanto, tutte le interviste che ho fatto sono state vagliate all’ultima parola. Ma pensavo di finirla lì. È stata la reazione del Vaticano a farmi cambiare idea. Hanno detto che, sì, magari c’era del vero ma che si trattava di pochi casi isolati, solo tre mele marce. Tre mele marce? Allora mi è venuta voglia di indagare ancora più a fondo».
Al di là di questa reazione diciamo “ufficiale”, qual è secondo te il giudizio del Vaticano sul fatto?
«Mi sono fatto l’idea che il vero interesse sia soltanto quello di coprire lo scandalo. Insomma: comporre e spostare, comporre e spostare. Sono ben consapevoli che molti sacerdoti, anche nelle alte gerarchie, hanno una doppia vita. Magari pure delle “mogli” e dei figli. Ma l’atteggiamento è: “Pecca pure quanto vuoi, ma con discrezione”. Il prete che ha avuto dei problemi con una donna, viene spostato in un’altra parrocchia lontana e poi, sottovoce, gli si fa capire che se vuole può continuare a farsi i chilometri avanti e indietro».
E i sacerdoti diretti interessati, sia quelli eterosessuali sia gli omosessuali, che cosa ti dicono?
«Tutti la stessa cosa: “Noi, prima di essere preti, siamo uomini”. Ed è esattamente la tesi di fondo di questo mio libro, ciò che penso: è folle credere e pretendere che una persona possa reprimere la sfera più istintiva e primaria della propria essenza, la sessualità. Non funziona. Fa scatenare l’opposto, l’ossessività verso il sesso. Che diventa malsana e malata. Non faccio differenze tra etero e omosessuali, non mi interessa che cosa una persona adulta faccia nel chiuso di una stanza con un’altra persona adulta e consenziente. Ma se vedo e sento, come mi è stato proposto, di fare sesso all’interno di un confessionale, o sull’altare o usando calici della Messa o altro, allora non posso non capire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Aggravato dalla solitudine».
La solitudine?
«La maggior parte di quelli con cui ho parlato e di cui ho raccolto le storie, sono della mia fascia d’età, tra i 35 e i 45 anni di età. Dicono Messa, partecipano a qualche incontro parrocchiale e poi… passano il resto del tempo rinchiusi nelle loro stanze. Da soli, senza una famiglia, una persona intima con cui parlare. Questa è gente che finisce per star male, non ha serenità. Depressione e alcolismo sono all’ordine del giorno. Sono esseri umani che soffrono e che, conseguentemente, finiscono con lo svolgere male il proprio ministero. Da questo punto di vista mi sento di dire che quelli che hanno una vita sessuale anche nascosta, purché non portata agli estremi della deviazione, finiscono con il fare meglio il proprio “mestiere”. Perché, in un qualche modo, cercano di trovare quella serenità. E questo vale per tutti, anche gli omosessuali. Quando sento le alte gerarchie cattoliche definire “malvagi” i gay e le lesbiche, mi girano le scatole. E te lo dico da eterosessuale».
Ma quindi questi preti, almeno quelli che hai sentito tu, sono contro il celibato imposto dalla Chiesa?
«Sì. O meglio: la maggior parte lo vorrebbe facoltativo. In tanti mi hanno detto: “La Chiesa dovrebbe lasciare la scelta a noi”. Poi, magari, in tanti sceglierebbero lo stesso il celibato. Ma, a questo punto, sarebbe liberamente voluto, non imposto. Vedi, io ho raccolto tantissimi dati e ho cercato di farlo nella maniera più seria possibile. Ma ho precisato nel libro che non ho cifre ufficiali. Però, detto questo, la sensazione che ne ho ricavato, fatti alla mano, è che almeno tre quarti del clero non rispetta il voto di castità. In un modo o nell’altro. Allora, mi domando: perché questa grandissima ipocrisia, questa doppia morale?».
 

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