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LIBRI/ Il giardino dei pensieri

«La grande festa», di Dacia Maraini, pp. 223, Rizzoli, Milano, 2011, Euro 16,00

«La grande festa», di Dacia Maraini, pp. 223, Rizzoli, Milano, 2011, Euro 16,00

Ne «La grande festa» (Rizzoli) gli affetti privati e pubblici di Dacia Maraini: le persone che abbiamo amato non muoiono mai

Delicato poetico rincorrersi di memorie e, al tempo stesso, intenso ragionar di cose su cui la filosofia di sempre ha cercato di far luce e compagnia, discreto ricordare chi ci è (stato) più caro, riandando a gesti, parole e immagini depositatesi nell’anima e nel cuore. Questa, in breve, è «La grande festa» (Rizzoli) che Dacia Maraini ci propone, testimonianza d’affetti, d’attese e d’illusioni che han costellato la sua esistenza. Una sorta di diario intimo ove, più che confessare le proprie cose, – emozioni speranze delusioni etc. -, la narratrice si ritrova in compagnia di quanti han con lei diviso la pena e la gioia del vivere: da Alberto Moravia a Giuseppe Moretti, da Pier Paolo Pasolini a Maria Callas, dalla sorella Yuki al padre Fosco… Il tutto, parole e ricordi, in un paesaggio che combina continenti e geografie e tempi i più lontani.

Linguaggio piano e tuttavia assai profondo questo, che ci fa ripensare all’essere, alle sue ragioni, alla fede anche (credere comunque nella vita è già una forma di religione), in un (ri)discutere sul perché della parabola esistenziale, del dove veniamo e del dove andiamo. Il tutto ricamato – con colori e paesaggi ove vanno ad intrecciarsi magicamente miti greco-romani, africani, giapponesi e persino del Nuovo Mondo – intorno al tema del mistero supremo, la “grande festa” del titolo, la morte.

Dove vanno coloro che abbiamo amato e con i quali abbiamo condiviso i giorni? L’atto ultimo è una forma di passaggio ad altro, misterioso e indecifrabile, oppure è un calar definitivo del sipario sulla recita dell’esistenza?

Coloro che ora abitano “il giardino dei pensieri lontani” son solo un ricordo, un sogno, o in una qualche maniera vivono ancora una loro vita pur se di essa è difficile per noi aver coscienza? La morte è davvero “un’isola sospesa sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati” ove trovano dimora gli esseri che abbiamo conosciuto e le miriadi di quelli di cui abbiamo avuto testimonianza dalla storia, dai loro versi, dai loro racconti, musiche, quadri, sculture, ecc. ecc.? Coloro che abbiamo amato – questo il suggerimonto-conclusione – non muoiono mai del tutto se riusciamo a conservarli dentro di noi, “nel luogo dei ricordi e dei sogni”.

Eppure questo narrare della Maraini è racconto di vita, di vita intima e intensa, capace ancor oggi, proprio attraverso le “ricordanze” di riabbracciare, come in un giorno di grande festa, amici e persone amate, senza celare alcun sentimento, rivivendo di nuovo i momenti tesorizzati dentro e mai cancellati, non solo a rinnovar compagnie usate e antiche, ma anche a ritrovar consolazione e sollievo alle pene, alle contraddizioni e al male che spesso l’oggi purtroppo ci riserva.

Ne vengon fuori, così, con una naturalezza che si fa canto coinvolgente ed elegiaco, ritratti insoliti e nuovi di personaggi che, ciascuno a sua misura, han fatto o han contribuito a fare la storia, dalle abitudini di Moravia alla fragilità della Callas, dall’innocenza di Pasolini alle crudeltà (degli uomini e del destino) che han segnato la fine del padre dei “Ragazzi di vita” e quella di Giuseppe Moretti, l’ultimo suo grande compagno di vita, scomparso prematuramente per via di una grave malattia.

Sincera e struggente qui la Maraini lo è molto più che nelle passate “Bagheria”, “Isolina” o “La lunga vita di Marianna Ucria”. Ma non è tanto la scrittrice in sé ad uscirne alla fine esaltata, quanto piuttosto la donna Maraini, che non nega l’autoritratto attraverso i suoi affetti più privati (senza tuttavia trascurare quelli pubblici), nonché attraverso le sue felicità e i suoi dolori. Pagine ricche d’emozioni forti quindi, che, grazie a parole e pagine e considerazioni coraggiose, sono un’esaltazione del vivere proprio attraverso l’accorata meditazione sulla sua finale ultima estrema “grande festa”.


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