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COSTA CONCORDIA/ Diario d’una tragedia

di Luciano Castro, Patrizia Perilli
Il disastro della “Concordia” in un ebook di due giornalisti italiani che erano sulla nave della Costa lo scorso venerdì 13 gennaio

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{page:Section1;} «Trema tutto, sempre più violentemente. Siamo in mezzo al mare, sennò forse avrei pensato a un terremoto». Così inizia la tragedia della Costa Concordia nel ricordo di due giornalisti italiani, Luciano Castro e Patrizia Perilli, che – quella maledetta di venerdì 13 gennaio – erano a bordo della nave e che hanno scritto a quattro mani «Concordiagate», un instant ebook disponibile da domani, lunedì 6 febbraio, al prezzo di 2,99 euro sui portali Portalebook.it e Bookrepublic.it. Tra qualche giorno, l’ebook sarà anche scaricabile nella versione in lingua inglese. Luciano Castro è presidente dell’agenzia di comunicazione Mediarkè, mentre Patrizia Perilli è caposervizio della redazione cultura dell’agenzia di stampa Adnkronos.

Sono stati loro i primi a dare la notizia della collisione. Il loro è un racconto sconvolgente e appassionante, un esclusivo diario della tragedia.

«Concordiagate» è edito da CUEC Editrice per la collana “Futurebook” in collaborazione con IDE – Italic Digital Editions. Oltre ai diari dei due autori, il libro contiene anche una serie di schede e di documenti sui vari protagonisti della vicenda.

Un capitolo è riservato alla cronologia aggiornata all’ultimo giorno prima della messa in rete degli avvenimenti: un resoconto puntuale dei tragici ritrovamenti di cadaveri, delle iniziali indagini giudiziarie, delle immediate accuse al comandante Francesco Schettino, delle conferenze stampa affrettate e imbarazzate, delle polemiche, delle class action avviate. In pratica è un “instant ebook in progress”: coloro che lo scaricheranno riceveranno gratis periodicamente gli aggiornamenti sulla vicenda e sulle inchieste. È stata anche attivata un’apposita pagina su Facebook: Concordiagate – Il Libro. “America Oggi” pubblica in anteprima alcuni brani del volume: il racconto della collisione e l’abbandono della nave.

***

 

“Non ce la facciamo!”

di Patrizia Perilli

 

Doveva essere la vacanza della riconciliazione, appunto della Concordia.

Dopo un periodo in cui ci eravamo allontanati per varie incomprensioni, Luciano e io volevamo stare un po’ insieme, lontano dalla routine quotidiana, dai doveri familiari, dalle continue e pressanti telefonate a cui devi rispondere per forza. Niente di tutto questo, soltanto noi due.

Finalmente insieme! Per ritrovarci e per ridare slancio al nostro rapporto che durava ormai da otto anni ma che aveva bisogno di conferme.

La proposta della crociera l’aveva fatta Luciano e mi era sembrata subito eccezionale. Perfetta. Avevo accettato con grande entusiasmo, iniziando a organizzare con largo anticipo tutto il viaggio. Era da sette anni che non ci consentivamo una pausa tutta nostra, perciò ci tenevamo molto. La mia valigia era paragonabile solo a quella di una donna in viaggio di nozze. I migliori vestiti, gli accessori più belli e molti cambi, come solo la crociera impone con i suoi momenti diversi, scanditi da escursioni, relax a bordo e serate eleganti.

Avevo pensato proprio a tutto, perfino a qualche momento di lavoro. E già, perché un giornalista non “stacca” mai, e quindi avevo dietro anche l’iPad e un computer portatile per leggere tutti i giorni le notizie su Internet e rimanere sempre aggiornata. Eccoci pronti, e anche molto stanchi. Avevamo lavorato fino alla vigilia della partenza. Non vedevamo l’ora di salire su quella nave e tirare un sospiro di sollievo, abbandonarci a ben sette giorni di riposo.

(…) Ci accorgiamo subito che c’è un grosso problema: l’inclinazione della nave ci impedisce di scendere in acqua. Siamo sulla parte alta, quella opposta al lato inclinato. La scialuppa è praticamente poggiata sul fianco della Concordia che ne impedisce la discesa.

Tre ragazzi del personale di bordo cercano in tutti i modi di liberarla a colpi d’ascia e battendo con forza in piedi sul bordo. Cercano di fare il più presto possibile, mentre un altro membro dell’equipaggio, rimasto sul ponte, dà le indicazioni. Colpi su colpi per liberare il mezzo di salvataggio, ma non ci riescono.

Ogni volta che conquistano un po’ di spazio la scialuppa scende di scatto dando, a noi che siamo dentro, la sensazione di precipitare. Ma ancora non basta. L’uomo sul ponte trema vistosamente tenendo una sigaretta tra le labbra e continuando a urlare in inglese indicazioni ai ragazzi che, imperterriti, con tutta la loro forza, cercano di liberare quel guscio che oscilla, sobbalza e a tratti precipita verso il mare. Allora tutti urlano, piangono, strepitano. I bambini gridano e si stringono ai loro genitori. Siamo ammassati, compressi, impauriti. A un certo punto, sento salire un conato di vomito, cerco subito di evitarlo respirando forte. Il vomito è contagioso e su quella scialuppa siamo più di cento… Intanto, mentre gli addetti continuano a scardinare i ganci che tengono bloccata la scialuppa, sul ponte continua ad affluire gente che arriva da altre parti della nave. Vedendo la scialuppa in procinto di scendere a mare, molti si sono buttati dentro mentre il personale dell’equipaggio implora, in inglese, di non farlo. Siamo già in tanti. Non c’è spazio per altri naufraghi. Ma loro non sentono nulla. Si buttano di peso, mentre dall’interno si leva un grido: «Nooooooooo…!!!».

Il nostro guscio oscilla, prima a destra e poi a sinistra. Sembra sul punto di capovolgersi. Guardo Luciano e gli dico: «Lù, non cela facciamo. Chiamo Damiano per l’ultima volta». Mio figlio è rimasto a Roma, penso che non lo rivedrò mai più. Ma Luciano mi rassicura:

«Ce la facciamo, vedrai che ce la facciamo. Non chiamare, non farlo preoccupare». Ancora oscillazioni, ancora grida, ancora strepiti e lacrime. Poi l’ultimo colpo e la scialuppa cade sull’acqua. Un’altra oscillazione, ma subito dopo ecco il dolce rombo del motore. Ci stiamo muovendo verso la salvezza.

***

 

 

“Sembrava un terremoto”

di Luciano Castro

 

Sono circa le 21.40. La nave ha come un piccolo sobbalzo, come una botta leggera. «Non è niente», penso. «Siamo pur sempre in navigazione, succede». Subito dopo, però, inizia una vibrazione.

Prima è leggera, come lontana, ma poi cresce rapidamente. Cresce, cresce sempre di più. Il rumore diventa frastuono. Trema tutto, sempre più violentemente. Siamo in mezzo al mare, sennò forse avrei pensato a un terremoto, a una violenta scossa sussultoria.

La vibrazione è così forte che tremano i piatti, le posate, i bicchieri. Iniziano a cadere dai tavoli. Allungo le mani d’istinto e blocco i bicchieri. Tutto trema ancora: pochi secondi che sembrano interminabili. La gente inizia ad alzare la voce impaurita. Poi, improvvisamente, la vibrazione finisce. Pochi istanti e tutto il grande salone del Ristorante Milano piomba in un buio pesto. Il vociare dei passeggeri si trasforma in urla. «Via, via, andiamo via!», gridano dai tavoli. Vedo solo che la donna seduta davanti a me prende per mano il figlio e scappa. Torna la luce e il salone si sta già svuotando: centinaia di persone fuggono insieme verso l’uscita. Decido in un attimo: «Resta qui!», dico a Patrizia, mettendole la mano sul braccio e costringendola a rimanere seduta. Penso al rischio di buttarsi in mezzo alla folla impaurita.

(…) Sono le 21.58. Risponde il centralinista: «Mi passi il desk della cronaca», gli dico. Pochi istanti e sono in linea con una collega: si chiama Domitilla Conte, è lei la prima giornalista sulla terraferma a sapere ciò che sta succedendo alla Concordia. Mi presento e le spiego l’accaduto con calma: «C’è stato un grande botto. Ora siamo fermi, la nave è inclinata. C’è qualcosa che non va».

Capisco la sua sorpresa e anche il timore di essere raggirata da un burlone o da un mitomane. Non può mettere in allarme l’Italia intera senza conferme. «Lasciami il tuo numero, ora cerco di controllare », mi dice, non troppo convinta.

Poco dopo, anche Patrizia è al telefono.

«Ho chiamato il 113, ma mi hanno messo giù», dice preoccupata. «Poi ho chiamato il 112 e il carabiniere mi ha chiesto se avevamo già indossato il giubbotto salvagente».

Ci guardiamo. Non abbiamo indossato nessun giubbotto, nessuno ci ha detto niente, anzi assicurano che è un piccolo problema tecnico e ci chiedono di restare calmi.

Torna la voce dall’altoparlante: «Gentili signori, parlo a nome del comandante…». Ripete che si tratta di un problema elettrico e che dobbiamo stare calmi.

Patrizia utilizza l’iPhone per stabilire la posizione in cui ci troviamo: siamo all’Isola del Giglio. Torniamo verso la donna incinta e i nostri sguardi vedono oltre le grandi vetrate del ristorante, posizionate a poppa sul lato destro della nave: prima da quelle vetrate si vedeva solo il buio della notte, mentre ora vediamo nettamente un faro di colore rosso, il piccolo faro di ingresso a un porto, probabilmente quello del Giglio. Siamo vicini. La nave si muove molto lentamente e la sensazione è che vada nel senso opposto a quello di marcia normale. Non è un vero ricordo, solo una sensazione. Ma ho una certezza: dopo la collisione, con i motori allagati, la Concordia è senza controllo. L’abbrivo e l’impatto con lo scoglio la fanno roteare su se stessa, passare per inerzia a marcia indietro davanti all’imbocco del porto del Giglio e incagliarsi tra gli scogli di Punta Gabbianara. Il comandante Francesco Schettino non ha messo in salvo la nave: è stato un caso. O, forse, un miracolo.


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