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LIBRI/ Sardegna d’altri tempi

di Niccolo D'Aquino
In «Miniera» Rosalba Mariani racconta una vicenda familiare custodita “in cantina”: ovvero, quando il prete era anche sensale di matrimonio

La frenetica velocità dei tempi moderni avrà certamente dei vantaggi.

Ma di sicuro, in letteratura ci ha fatto perdere due beni preziosi: il diario e gli epistolari. Le email e gli sms sono utilissimi, per carità; ma non trasmettono le emozioni, per quanto le si possa corredare di “faccine” sorridenti o allarmate, gli emoticon, appunto: un nome che evoca ma non mantiene le promesse. E la posta elettronica, così come i messaggini via cellulare, a un certo punto vanno cancellati, pena una memoria troppo piena e non più utilizzabile. Risultato: si perdono ricordi, storie, scambi di idee e di affetti ma anche di dolori e di sogni, insomma di vita vissuta.

Per questo quando in libreria arriva un piccolo gioiellino controcorrente è subito da segnalare. «Miniera» di Rosalba Mariani (Carlo Delfino Editore, pagg. 188, euro 20, ordinabile in rete a carlodelfinoeditore.it) potrebbe essere catalogato da qualche critico come un’opera minore. Lo è, certo. Ma, come recita il detto, spesso è nelle botti piccole che c’è il vino più pregiato.

Già la storia che c’è dietro questa raccolta di lettere autentiche corredate di spiegazioni e di racconti è di quelle che piacerebbe a un regista. Rosalba Mariani, nata in Sardegna ma trapiantata da decenni a Milano dove, dopo la laurea in giurisprudenza, ha fatto carriera nella comunicazione d’impresa, eredita per davvero una serie di vecchie scatole di biscotti con dentro tante lettere. Sono il dono postumo di una amatissima sorella maggiore.

Quando questa se ne andò «per tornare al mondo delle fate, suo probabile paese d’origine» arrivarono nella casa milanese della Mariani, che le mise in un armadio e per un anno intero le dimenticò.

Quei fogli ingialliti e polverosi bussarono alle ante dell’armadio durante una lunga convalescenza postoperatoria. E, quando finalmente Rosalba aprì le scatole, la sorpresa fu enorme. Dentro c’era tutta la storia della sua famiglia. A cominciare dalle lettere del prete “sensale” che, usava così allora, fece da primo tramite fra il giovane bisnonno e il padre della bella fanciulla «dagli occhi che non perdonano» che il ragazzo voleva sposare. Poi – dopo l’approvazione della famiglia al candidato genero, che aveva una buona posizione da medico nella piccola cittadina mineraria di Montevecchio nel sudovest della Sardegna – cominciano le lettere dirette tra i due fidanzati.

E via via, nel corso dei decenni, tantissime altre. Di sposi, figli, fratelli, sorelle, amici e conoscenti.

Ne esce un romanzo familiare, come scrive nella prefazione lo storico della medicina e della sanità Giorgio Cosmacini. «Miniera», però, è anche una storia medico-sanitaria, di un’Italia agli inizi: poverissima e preda delle malattie ma caparbia, ancora agricola (l’agricoltura dei latifondisti senza cuore, che in Sardegna hanno resistito più che nel resto del Paese) ma dai crescenti fermenti imprenditoriali.

Da un osservatorio molto particolare, una miniera e la minuscola cittadina nata intorno a un ampio piazzale dove spiccavano due costruzioni – la lussuosa residenza del proprietario e la palazzina dell’ospedale – emerge uno spaccato preciso di quello che è stato chiamato il secolo breve, quello delle prime frenesie di cui noi siamo le conseguenze. C’è anche dell’altro, ed è il sapore finale e buono che lascia il vino giusto. Il volume si chiude con molte foto, in bianco e nero. Tutti noi le abbiamo, da qualche parte in cantina, ma chissà che fine avranno fatto. Eppure servono, per non dimenticarci da dove veniamo e perché siamo chi siamo. E poi ci sono le fotocopie autentiche di alcune lettere. Con quelle grafie inconfondibili, eleganti e svolazzanti verso destra, frutto di ore e ore di insegnamento e di prove. Ma che, nel corso degli anni, si trasformano, prendono i vizi dei tempi moderni quando ormai «ognuno scriveva come gli pareva, senza preoccuparsi che chi leggeva capisse».

Finita l’ultima pagina, il messaggio è chiaro: tutti in cantina, anzi in miniera. A tentare di ritrovare quelle lettere che parlano dei nostri genitori e, quindi, pure di noi. Perché ha ragione Rosalba: «Bisogna fare qualcosa per salvarle».

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