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SAGGISTICA/ Gli scritti“dimenticati”di Mario Petrucciani

Nella foto, Carlo Levi

Nella foto, Carlo Levi

Da anni Metauro Edizioni sta compiendo un lavoro editoriale molto singolare, in particolare dando luce a saggi di studiosi seri e ripubblicando opere di grandi scrittori caduti nell’oblio, come i racconti ed i saggi di Antonio Baldini e le cronache di viaggio di Antonio Borgese. In un cofanetto di tre volumi corposi, ora ci regala l’opera omnia di uno dei più illustri studiosi del secondo Novecento, Mario Petrucciani. Mentre porta avanti l’insegnamento di professore universitario a parecchie generazioni di studenti, egli svolge un ruolo significativo come animatore della cultura in generale; partecipa allo sviluppo del discorso letterario del suo tempo, scrivendo sui maggiori quotidiani e riviste del nostro paese; dirige riviste letterarie e collane di saggistica per prestigiose case editrice, come Salvatore Sciascia Editore e Lucani Editore; e porta avanti con instancabilità la sua ricerca.

Attraverso gli anni si interessa di una vasta galleria di scrittori stranieri. Dà particolare attenzione ai simbolisti francese (Baudelaire, Mallarmé, Valéry, ecc.), analizzando tra l’altro come in essi pesa l’eredità di Poe e come essi influiscono su certe poetiche di avanguardia. Viene anche a considerare i romanzieri contemporanei russi (Cingiz Ajtmatov, Georgij Markov, Jurij Bondarev, ecc.). Ma gran parte della sua attività di critico è dedicata alla disamina della produzione dei poeti italiani, da Dante ai contemporanei (D’Annunzio, Campana, Montale, Ungaretti, ecc.). Egli frequentemente tratta complesse idee teoriche, di estetica, e di poetica, con una scrittura incisiva, forbita, e laconica, efficace a comunicare con immagini analogiche e anche al lettore non specialista. Il suo metodo analitico varia di occasione in occasione, può seguire l’approccio ora filologico ora antropologico ora simbolico, mette in atto tutti gli strumenti critici idonei a penetrare nello spirito dell’opera, dell’ispirazione di questo o di quel poeta. Questo si nota anche nel saggio in cui tratta “La donna nella letteratura”. Petrucciani sostiene che la presenza della donna è già viva nel mondo del mito: è Euridice a decidere il destino di Orfeo; è Elena che decide di far la guerra di Troia; e Dante scrive la “Divina commedia” per rivedere Beatrice.

Invece nella letteratura contemporanea la presenza della donna è molto “sotterranea, enigmatica”, fa scaturire “un fascino ambiguo, inquietante, sfuggente”. E il critico esamina la poesia di Mallarmé in cui la donna appare in uno stato “di purezza gelida” e in uno stato di ardore, “di vita sensuale”; quella di Quasimodo in cui l’immagine femminile si manifesta reale ed irreale, una danzatrice “attratta dalla fiamma e dalla neve”, che si fa immagine simbolica dell’energia della vita e del ballo della morte, e quando si cerca di capirla “non è più corpo, ma diventa parola”, cioè essa diventa un simbolo ermetico della letteratura; quella di Valéry in cui l’essere femminile diventa il perturbante dell’io poetico innamorato prima di una prostituta e dopo di una donna più anziana di lui.

Petrucciani si rivela anche un lettore attento e sensibile della narrativa. E sottile sono le sue interpretazioni ermeneutiche dei romanzi di Tomizza, di Volponi, di Calvino, ecc. Quando considera “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, suggerisce che il romanzo e un’opera aperta, e presenta una struttura complessa anche se possiede una pura linearità. Vi si racconta un mondo che è fuori la Storia: “la storia di quelle genti è sì cronachisticamente accertabile nella miriade dei fatti quotidiani, ma è rimasta esclusa dalla Storia”. Si valutano le componenti cardini del romanzo: la memoria, la riflessione, e la protesta dei contadini, il tempo immobile e la morte che spesso viene enfatizzata dall’abbondate uso degli aggettivi relativi all’“oscuro” e al “nero”, colori che dominano l’ambiente primordiale e superstiziosa di Eboli, anche il vestiario della gente, e che per il critico assumono valori analogici e metaforici, e diventano il simbolo del male sempre presente nella storia, come dell’ingiustizia, della fame, della malattia, della condanna del destino avversario.

Dal prologo all’epilogo tali componenti si appropriano di una serie di variazioni. E si descrivono con uno stile dal taglio saggistico, autobiografico, cronachistico, capace anche di farsi lirico, oltre che denuncia etica.

A differenza di tanti critici dei nostri tempi che scrivono con uno stile astruso, oscuro, Petrucciani scrive con intento di farsi capire, anche perché molti di questi suoi scritti lo mostrano dentro la storia del suo tempo, immerso e coinvolto anche nelle polemiche politiche, sociali, mediatici. Come illustra il saggio “Comunità, cultura, televisione” che polemizza con certe posizioni mediatiche di Parise. Per Petrucciani la televisione non è una cattiva maestra, come invece sostengono oggi tanti mediologici. Secondo lui, la televisione può essere un utile strumento educativo se usato bene; può essere integrata nell’insegnamento scolastico: “resta il fatto che il messaggio televisivo rappresenta […] un nuovo modo di fare scuola”; può svolgere un efficace servizio culturale, ed arricchire la conoscenza e l’abilità analitica dello spettatore.

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