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ECONOMIA/ Unire il Mare Nostrum

«Petrolio, il sangue della guerra»: l’attacco all’euro e la riconquista neocoloniale: due tasselli di una strategia particolare, quella per la supremazia mondiale

 

Ironia della logica, della buona finanza: l’euro è sotto attacco non per la sua debolezza ma per la sua forza. Perché fa paura! Perciò, devono fiaccarlo, degradarlo, evidente che il socialismo reale non solo non era modello, ma un sistema a somma algebrica negativa”. Devono farlo oggi, prima che si completi il processo di unione politica da cui nasceranno un nuovo governo europeo e la prima potenza economica del Pianeta. Domani sarebbe davvero imbarazzante se non impossibile.

L’attacco all’Europa e la “reconquista” del mondo arabo costituiscono, pertanto, due tasselli – chiave nella più generale lotta per la supremazia mondiale. Intanto, servono a puntellare la traballante primazia del dollaro e a garantire alle multinazionali (in gran parte Usa) affari colossali e una quota rilevante dell’approvvigionamento d’idrocarburi e un flusso di petrocapitali indispensabili per le dissestate finanze occidentali.

L’Italia, e la Sicilia, sono state trascinate in questa “nuova avventura” un po’ controvoglia. Anche perché queste guerre e/o “primavere”, scoppiate in pieno inverno, si stanno scatenando soltanto contro i regimi di quei paesi di cui l’Italia è il primo o il secondo partner commerciale.

Nello stesso periodo, le importazioni italiane d’idrocarburi dal mondo arabo sono calate rispettivamente del 7,4 e del 3,5%, ma è aumentato l’esborso del 20,5% ossia da 39 a 47 miliardi di euro. Insomma, un affarone per l’Italia! Casualità o c’è dell’altro? La risposta potrebbe venire da chi tiene l’agenda. Non vogliamo gridare al complotto, ma nemmeno ignorare la realtà dei dati oggettivi derivati dalla sequenza degli avve-nimenti: Iraq, Libia, Tunisia, Egitto, Yemen e domani, forse, anche Siria e Iran, tutti principali clienti e fornitori dell’Italia. Mentre la calma regna, sovrana, nelle più illiberali e oscurantiste dittature petrolifere del Golfo.

Una doppiezza che denuncia una sensibilità democratica a senso unico che non si applica per esempio- alla dittatura dello sceicco del Bahrein impegnato, da quasi un anno e con l’aiuto diretto dell’esercito saudita, a reprimere nel sangue una rivolta popolare che chiede libertà di voto e di espressione. Nessuno parla e scrive di questa tragica “primavera”. Forse perché il Bahrein ospita le sedi di grandi banche e una potente flotta Usa?

Perciò, sarebbe tempo che gli interventisti nostrani spiegassero al popolo italiano le vere ragioni per le quali hanno schierato le nostre Forze Armate in operazioni politico-militari che, oltre a violare i principi di non ingerenza e di sovranità di paesi esteri, danneggiano gli interessi nazionali del nostro Paese. L’Italia e la Sicilia sono territori strategici, al centro di questo Mediterraneo turbolento e attraversato da conflitti vecchi e nuovi, perciò devono essere politicamente normalizzate e militarmente pronte per svolgere al meglio il loro ruolo. Questo parrebbe il “programma”. Tuttavia, non tutto è scontato. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il…mare. C’è il nostro Mediterraneo delle grandiose civiltà che, certo, non accetterà di farsi ridurre a mero ricetto di traffici e materiali altamente inquinanti e ad area nevralgica di una strategia aggressiva contro popoli e Paesi che, con noi della sponda nord, hanno dato vita alla filosofia, alla scienza, alla democrazia.

La militarizzazione delle relazioni intra-mediterranee vanificherebbe l’ipotesi di trasformare l’area mediterranea in uno dei principali poli dello sviluppo mondiale e riportarla al ruolo antecedente al 1492. La risposta neocolonialista potrebbe non funzionare. L’errore è sempre in agguato. Come abbiamo visto, in anni recenti, gli strateghi dell’interventismo non sono infallibili, anzi, più volte, hanno sbagliato analisi e alleanze, tempi e modi d’intervento.

 

 

Nel mondo, anche in quello arabo, persino negli Usa, c’è tanta gente che rifiuta questa oscura prospettiva; che lotta e spera in un avvenire diverso, di pace e di fratellanza universale universale.

 

Cito per tutti l’esempio più chiaro: l’America del Sud, dove è nata una grande speranza per il mondo intero. Qui, infatti, governi e movimenti democratici, progressisti stanno lottando, con successo, per riaffermare la loro sovranità e libertà, il loro diritto all’indipendenza economica, al benessere condiviso, alla vita. Lottano anche per noi che non riusciamo a vedere oltre il telefonino e l’automobile. E’ tempo che i cittadini arabi ed europei facciano, insieme, la loro parte per riaffermare le loro autonomie e diversità culturali, i loro stili di vita, per unire l’Europa e il Mediterraneo. A tal fine, bisognerebbe ri-orientare le proteste dei giovani e dei lavoratori verso un grande progetto di cambiamento nella pace, alternativo al fallimentare modello sedicente “liberista” delle relazioni economiche e commerciali internazionali.

Concludendo. Desidero chiarire che, denunciando tali manovre, non ho inteso difendere dittatori e satrapi, già abbattuti o ancora al comando, con i quali i capi delle potenze neocoloniali “castigatrici” hanno fatto affari scandalosi, anche privati, ma solo riaffermare i principi di non ingerenza e del rispetto dell’altrui sovranità nazionale. Ed anche la necessità di una lotta popolare per la democrazia vera e per la pace e il benessere condiviso, per salvare l’umanità da una prospettiva tragica e miserabile. Si può fare! Ma ci vorrebbero idee nuove e soggetti politici ben orientati e determinati.

[dall’Introduzione]

N.B. Il libro «Petrolio, il sangue della guerra», di Agostino Spataro (316 pagine, 15×24, euro 18,50) si può acquistare via internet in:www.ilmiolibro.it e www.lafeltrinelli.it della catena Feltrinelli-Italia

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