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INTERVISTA/ Quei “nemici” in business

di Niccolo D'Aquino
“Il Sottobosco: Berlusconiani, Dalemiani, Centristi uniti nel nome degli affari” di Claudio Gatti e Ferruccio Sansa. Parla l’inviato del Sole 24 Ore

In Italia negli ultimi venti anni gli attacchi al “regime berlusconiano” si sono sprecati: articoli, inchieste, denunce, tanti libri. Magari è stato tutto inutile visto che alla fine il Cavaliere è caduto solo quando la comunità internazionale, Angela Merkel in testa, ha detto “basta”. Però, almeno, fiumi di inchiostro sono stati versati e milioni di bytes sono corsi sulla rete per denunciare il degrado della squallida era del bunga-bunga. Curiosamente, invece, poco si è scritto e detto su quello che, forse, un giorno la storia dimostrerà essere stato uno dei migliori alleati segreti di Berlusconi. E cioè Massimo D’Alema. “Baffino”, come viene sopranominato l’attuale presidente del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, è ufficialmente schierato sulla sponda politica opposta, quella del partito democratico. Un partito che lui, navigatore di lungo corso che è stato anche capo del governo, continua a controllare attraverso Pierluigi Bersani notoriamente sponsorizzato (c’è chi dice: imposto) da D’Alema stesso alla segreteria. Ora un libro-denuncia svela quel nucleo di potere trasversale «che da venti anni paralizza l’Italia». E dove, tra gli altri, si muove anche la Fondazione Italianieuropei di D’Alema. Viene alla luce un’incredibile rete di affari sottobanco condotti congiuntamente da lobbisti di destra e di sinistra, i cui traffici è impensabile credere si siano svolti all’oscuro dei leader politici di prima fila. Sono invariabilmente personaggi dubbi e ambigui: mentre sul palcoscenico dei salotti televisivi gli esponenti degli opposti schieramenti ufficialmente si azzuffano e insultano, loro «nel sottobosco trovano un accordo che avvantaggia gli uni e gli altri». Non a caso, quindi, il libro si intitola Il sottobosco (Chiarelettere editore, 15 euro, fuori d’Italia è acquistabile in rete su chiarelettere.it). Il sottotitolo è inequivocabile: «Berlusconiani, Dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari». Gli autori sono due giornalisti: Claudio Gatti, da anni inviato speciale del quotidiano economico Sole 24 Ore negli Stati Uniti, e Ferruccio Sansa, inviato del Fatto Quotidiano. «Nessuno di noi due è schierato politicamente o ideologicamente contro il partito democratico» avverte Gatti. «Io vivo all’estero da tantissimo tempo e non ho quindi frequentazioni con nessuno dei vari “palazzi”. E nemmeno Ferruccio, che vive a Genova, e ha un curriculum di collaborazioni con pubblicazioni sicuramente progressiste tra cui Repubblica». I due, insomma, hanno soltanto fatto quello che probabilmente altri colleghi avrebbero dovuto fare prima: il loro lavoro di cronisti.

Ne è uscito un libro dalla difficile lettura. Non perché le pagine siano difficili da comprendere. Al contrario: sono scritte molto bene, in maniera chiara e scorrevole. No: Il sottobosco è difficile perché, a un certo punto, si inizia a essere travolti dal malessere che rischia di sconfinare nella nausea. Proprio per questo, invece, bisogna andare avanti e completare la lettura. Per capire l’anomalia delle anomalie italiane: «quell’intreccio di interessi che raramente emerge alla luce del sole, ma che condiziona in modo decisivo la vita del paese» con il risultato che «le regole del merito e della sana competizione sono falsate e i grandi investimenti con risorse pubbliche decisi senza garanzie di trasparenza». Emblematico, uno per tutti, l’affare del petrolio venezuelano di cui non vi sveliamo i dettagli perché meritano di essere appresi nei particolari e che vede due protagonisti principali: da una parte Roberto De Santis, uomo d’affari che dichiara apertamente di considerare D’Alema il suo “fratello maggiore”, dall’altra il più celebre tra i berlusconiani, quel Marcello Dell’Utri ritenuto dal tribunale di Palermo cinghia di trasmissione tra Forza Italia e la mafia. Con in mezzo, tanto per completare il quadro, anche un latitante ed emissario della ’ndrangheta in America Latina, Aldo Micciché. Già perché la rete è talmente ampia da spaziare pure all’estero. Anzi: da condizionare pure il voto degli italiani all’estero, con schede elettorali taroccate a favore degli amici e impossibili da controllare. Abbiamo parlato con Claudio Gatti (in foto).

 

Ci sono già state reazioni alla vostra denuncia?

«La prima è venuta dal fratello di De Santis. Mi ha mandato una email dicendomi: “Spero che devolviate in beneficienza i proventi di questo vostro libro. Altrimenti, anche voi fate parte del sottobosco”. Un commento emblematico, di chi proprio non ha capito quali siano i problemi derivanti dal sottobosco. È lo stesso Roberto De Santis, del resto, a dimostrare di non avere capito. In un’intervista che gli abbiamo fatto e che è nel libro appare chiaramente convinto di essere soltanto un imprenditore. E non gli sorge il dubbio che nelle imprese e negli affari dell’amministrazione pubblica non ci si dovrebbe muovere usando strumenti come le escort, per dirne una. De Santis, comunque, ha annunciato che ci querelerà. Ma, al momento, questa querela non è ancora pervenuta».

E dal giro più strettamente politico, quello di D’Alema?

«Per ora, nulla. Silenzio. Ma, come dicevo, Ferruccio e io non viviamo a Roma. Per cui non possiamo cogliere eventuali reazioni ufficiose».

Nel vostro libro non parlate della Lega. Ma ora, con tutto quello che è esploso nel partito di Umberto Bossi, farete un’inchiesta anche sulla cosiddetta galassia del Nord?

«Bè, io ho già scritto alcuni articoli, l’ultimo è uscito qualche giorno fa sul Sole 24 Ore. Non abbiamo ancora un progetto del genere per il futuro, ma certamente ci sarebbe di che scrivere».

Il sottobosco svela alcuni aspetti del mondo segreto delle lobbies all’italiana. Qual è la differenza tra queste e le lobbies americane che tutti conosciamo?

«Innanzitutto, negli USA l’attività delle lobbies è regolamentata. Male, secondo me, perché lascia spazio al cosiddetto “revolving door”, all’entrare al governo e poi uscirne per andare a curare gli interessi di singole aziende o categorie. Però, comunque, una regolamentazione c’è: i lobbisti devono essere iscritti in un apposito registro, i loro contratti con aziende o associazioni di interesse sono regolarmente firmati. Cosa che manca completamente in Italia, dove si muovono queste figure ambigue: spesso sono portaborse o amici fraterni di qualche politico, sono convinti di agire da imprenditori ma non curano gli interessi di singole imprese o categorie bensì cercano di procurare contratti a aziende di amici o direttamente a loro stessi. De Santis, per esempio, non ha mai pensato di agire nell’interesse, che so, del settore delle energie rinnovabili. Puntava solo ad avere contratti senza gara».

Questi signori hanno messo le mani anche sul voto degli italiani all’estero…

«Sappiamo tutti che la riforma che ha finalmente concesso il voto agli italiani non residenti in Italia presta il fianco a molte critiche. Abbiamo prove di cene elettorali in cui agli invitati è stato chiesto di portare le schede ricevute, che poi il candidato avrebbe provveduto a far arrivare a Roma. Come abbiamo avuto notizia della raccolta sottobanco delle schede “di ritorno”, cioè di quelle mai pervenute al destinatario e che quindi sono in bianco pronte per essere compilate a piacimento».

Su questo il Ministero degli Esteri, che è competente, vi ha fatto un qualche commento?

«Ufficialmente no. Dall’interno, però, qualche funzionario ci ha confermato dietro richiesta dell’anonimato che non c’è ombra di dubbio: il meccanismo fa acqua da tutte le parti, perché non c’è modo di garantire la correttezza del voto».

Quindi, che idea ti sei fatto del voto all’estero?

«Che quello all’italiana sia una follia. Basti dire, per fare il raffronto con la situazione americana, che negli USA vige il principio “no taxation without rappresentation”, ovverossia: hai diritto a votare se hai pagato le tasse, cioè se partecipi attivamente alla creazione del bene comune. Noi italiani all’estero, io sono uno di questi, non paghiamo le tasse come gli altri italiani. In teoria, quindi, i nostri rappresentanti in Parlamento potrebbero votare per aumenti delle imposte, sapendo che tanto noi, loro elettori, non le pagheremo».

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