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LIBRI/ Memoria “diabolica”

Nella foto, un ritratto di Nicolò Serpetro

Nella foto, un ritratto di Nicolò Serpetro

Il “giallo” di Nicolò Serpetro, seicentesco Pico della Mirandola messinese, e la condanna dell’Inquisizione rivisitati da Santi Lo Giudice

Al fondo del Seicento siciliano – un secolo nel quale a Palermo si innalzava la forca nel Piano della Marina e i ricchi erano troppo ricchi e i poveri troppo poveri – giunge fino a noi una storia di ingiustizie e di perfidia inquisitoriale.

Protagonista della vicenda è Nicolò Serpetro nato a Raccuja, in provincia di Messina nel 1608, che a diciotto anni, mentre era studente nella scuola dei Gesuiti, accettò un passaggio per nave da Messina a Palermo. Era al seguito di un gruppo di frati missionari diretti in Terra Santa, ma venne trattenuto a Palermo, colpita dalla peste, in quarantena.

Decise allora di rimanere nel capoluogo siciliano e iniziò a insegnare filosofia, la sua materia, da religioso senza obblighi di messa, ma si spostava spesso per recarsi soprattutto a Roma, dove era stato allievo di Tommaso Campanella, e a Venezia. A Palermo partecipava alle sedute di varie accademie, e ogni volta metteva in mostra le sue eccezionali qualità mnemoniche. Era, insomma, un Pico della Mirandola nato due secoli dopo il prodigioso conte modenese. Serpetro recitava davanti ad ascoltatori sbalorditi interi poemi ed era inoltre in grado di ripetere, parola per parola, una lunga conferenza appena ascoltata. Per queste doti non comuni, egli incappò nei rigori dell’Inquisizione. Per gli inquisitori, che avevano sede e prigioni nel trecentesco palazzo che era stato dei Chiaramonte, oggi comunemente chiamato Steri, una memoria così prodigiosa non poteva essere che diabolica, quindi opera dei demonio. Tra l’altro, Serpetro, nel corso dei suoi studi, aveva indagato sui fenomeni dell’ermetismo e della magia. E questo interesse per le scienze occulte – delle quali era edotto il suo maestro Tommaso Campanella – non poteva non essere guardato con sospetto in un paese nel quale imperava l’Inquisizione e nel secolo nel quale viveva. Nicolò Serpetro un pomeriggio, non appena uscito da una confraternita nella quale si era esibito con il suo consueto repertorio, venne intercettato da familiari del Santo Uffizio e imprigionato senza spiegazione alcuna, come era, del resto, nella prassi dello spietato tribunale.

L’umanista di Raccuja era stato, fra l’altro, denunciato al Santo Uffizio da gente invidiosa dei favori concessigli dal principe Nicolò Placido Branciforti, che lo ospitava nel suo palazzo di Palermo. Durante la detenzione si aggiunse alla prima denuncia quella di alcuni religiosi i quali gli rimproveravano di essere un prete che non celebrava messa. Gli inquisitori spagnoli gli chiesero per quali arti magiche avesse una memoria ferrea, e, a conclusione di lunghi ed estenuanti interrogatori, emisero la loro sentenza “nella Stanza del Segreto”, a porte chiuse: gli veniva imposto di rimanere per cinque anni recluso in un convento senza potersi esercitare più in prove di memoria Non poteva scrivere e nemmeno studiare, e tanto meno avere contatti con l’esterno. Ai religiosi venne ordinato il silenzio più assoluto sulla vicenda. Ma scattò una trappola.

Della pena ne scontò solo una parte dato che, dopo due anni, venne trovato morto nella sua cella. Il sospetto che il decesso fosse stata causato da veleno venne avallato dall’erudito Antonino Mongitore che ne scrisse, con grande autorevolezza, nella sua «Bibliotheca Sicula». Ma c’è un “giallo” emerso in seguito alla pubblicazione dell’opera di Nicolò Serpetro, «Il mercato delle maraviglie», volume di oltre cinquecento pagine apparso a Venezia nel 1653 e riproposto ora dall’editore Luigi Pellegrini di Cosenza con la dotta e circostanziata introduzione di Santi Lo Giudice, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Messina e studioso dell’opera e della vicenda di Serpetro.

Il volume è una straordinaria enciclopedia del sapere secentesco, che non trascura nessun aspetto della scienza, ed è la testimonianza più evidente della forte personalità di un intellettuale come Serpetro e delle sue straordinarie capacità, ma – come si è scritto – l’introduzione ci pone di fronte a un “giallo”. Il “giallo” è costituito dalla informazione che fornisce il professore Lo Giudice, una informazione che contrasta con quello che si sapeva sulla morte di Serpetro. L’uomo dalla memoria prodigiosa non sarebbe morto di veleno, ma, dopo avere espiata la pena, avrebbe esercitato le funzioni di arciprete nella chiesa madre di Ravanusa tra il 1663 e il 1668, anno della morte. L’informazione è stata fornita da Salvatore Aronica su una pubblicazione periodica di Ravanusa che pubblica articoli in lingua italiana, ma il cui nome è in dialetto, “Lu Papanzicu” (“Cicala”, nella parlata della provincia di Agrigento). Naturalmente sorge il dubbio che possa trattarsi di un caso di omonimia. Ma è così ? Questo fervore di interessi per una figura di un remoto passato ci fa, comunque, capire che Nicolò Serpetro non è stato dimenticato, soprattutto nella nativa Raccuja, un minuscolo comune montano a 90 chilometri da Messina e a 178 da Palermo. A Raccuja è stata costituita l’associazione “Amici di Nicolò Serpetro” che, nel mese di dicembre del 2011, ha organizzato una giornata di studi per l’illustre concittadino. Vi hanno partecipato, oltre Santi fondata sulla giustizia sociale e sull’Autonomia della Sicilia – scrive Vito Lo Monaco – nel corso di un quarantennio sino alla sua uccisione, Pio Lo Giudice, il presidente dell’associazione Antonino La Mancusa, il segretario Carmelo La Mancusa e altre personalità. Serpetro, dunque, appare un personaggio vivo nella coscienza dei suoi lontani concittadini, un personaggio che meriterebbe di essere meglio conosciuto, soprattutto ora che il «Mercato delle Maraviglie», il suo capolavoro, è stato riproposto da un editore coraggioso e messo

a disposizione del pubblico. Fra l’altro, in una pagina del volume, tra le tante annotazioni autobiografiche, si legge una frase che offre ulteriore conferma della sua eccezionale memoria, una frase che non si legge senza emozione: “E ho ancora, mentre scrivo, la memoria così fresca che in una notte mando a memoria duecento versi e più…”. Il libro ci ricorda soprattutto la vicenda umana di un uomo di ingegno che ebbe la sventura di vivere in un secolo oscuro nel quale imperava l’Inquisizione con tutte le sue ingiustizie e le sue viltà.

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