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LETTERATURA/ Francesca, la “comunista” napoletana

A quanti s’interrogavano sulla natura dei suoi rapporti con Francesca Spada, l’intellettuale napoletana, giornalista dell’“Unità” e compagna di Renzo Lapiccirella – un militante scomodo del PCI napoletano -, morta suicida, Ermanno Rea dà finalmente una risposta nel suo recente «La comunista» (Giunti 2012, pp. 139, 12): sì, lui ne era innamorato, aveva tentato un giorno a Ischia addirittura di baciarla rimediando un ceffone, ma chiarisce: “La nostra amicizia era di granito: e quando dico amicizia dico proprio amicizia, non un’altra cosa. L’altra cosa era soltanto un’ombra che, mai esplicitamente evocata, a tratti e di soppiatto poteva rendere lei più aggressiva e me più schivo e cupo.

Nulla di più” (la frase è di tale importanza che viene riportata in quarta di copertina). Così sono serviti i denigratori di un precedente libro dello stesso Rea, «Mistero napoletano» (Einaudi 1995): allora lo scrittore napoletano tentava di ricostruire il “mistero” che aveva portato Francesca al suicidio, ma nel ritratto della donna racchiudeva il senso della storia della sua città, da un lato portata al declino dal patto scellerato tra militari americani che insediavano a Napoli una loro roccaforte e il potente armatore Achille Lauro, fascista riciclato, che accettava di spostare il fulcro della sua attività da Napoli a Genova per consegnare il porto della propria città alla potenza d’oltreatlantico. Da lì Rea – dall’arrivo degli americani nella Seconda Guerra Mondiale – data l’inizio del declino della città partenopea, dall’altro compromessa nel suo riscatto anche dalla miopia dei dirigenti comunisti napoletani e nazionali del tempo: e proprio questi cercarono di ricondurre la portata del libro nel territorio più rassicurante della passione sentimentale, dell’amore per Francesca, e nulla più…

Ma tanto «Mistero napoletano» è dominato da uno sguardo generale, seppure partendo dagli occhi di una donna, raccontata da coloro che la conobbero, tanto «La comunista» è intimo e personale. Ora Rea immagina che Francesca gli riappaia come fantasma per le strade di Napoli a distanza di cinquant’anni e, nel colloquio che avviene, la donna è informata di ciò che era seguito alla sua morte, nonché alla pubblicazione del libro che di lei parlava. Ermanno ne aveva pianto la scomparsa come solo i bambini sanno fare, ma: “Molti invece non la piansero affatto, giudicandola disumana, egoista, perfino una poco di buono. Troppe ‘comari’ al mondo, allora come adesso. Troppi pregiudizi e norme che non ammettono trasgressioni. Figuriamoci: Francesca era una disubbidiente nata, un’irregolare per scelta ideologica prima ancora che per indole” (p. 10).

Invisa quindi fuori e dentro il Partito. Nella sua flânerie partenopea, Francesca ritrova una città peggiorata, e così confessa a Ermanno, che tramite lo sguardo di lei rinnova le proprie di accuse : “Girando per le strade della città non ho ascoltato che lamenti, quanto sconforto dappertutto! Ai miei tempi le cose non stavano così. Non che Napoli non avesse le sue piaghe, ma negli occhi della gente c’era la luce della speranza. Ora, non ho incrociato che occhi spenti, uomini e donne prigionieri del buio. Un popolo di ciechi. Se non mi fossi uccisa, che ne sarebbe stato di me?” (p. 12). Tanto che la donna si chiede ancora se non abbia sbagliato a tornare. E il riferimento è a quegli anni di lavoro nella redazione napoletana del quotidiano comunista, quando si sperava di cambiare se non il mondo, almeno Napoli.

Ma come in tutta la precedente trilogia («Mistero napoletano», «La dismissione», «Napoli Ferrovia», nel 2009 raccolta nel volume BUR «Rosso Napoli»), si presenta la parola “resurrezione”, è Francesca a farlo notare a Ermanno: raggiunto il punto culminante della disfatta, non si può fare altro che pensare a un nuovo inizio. Qual è il messaggio della ricomparsa di Francesca? È sempre lei a svelarlo al vecchio amico: “Ci può essere qualcosa di meglio che sognare e lottare per l’impossibile” (p. 65).

Nonostante il racconto si concluda con il pianto, il buio e il silenzio, le parole di Francesca hanno risvegliato il fresco profumo dell’utopia e il “coraggio dell’impossibile”. Nell’altro bel racconto compreso nel volume, “L’occhio del Vesuvio”, Rea delinea un intenso rapporto, nella leopardiana campagna nei pressi di Torre del Greco, tra il grecista in pensione Lucio Ammenda, sommerso tra i libri che non riesce a sistemare, e un immigrato polacco che s’improvviserà, grazie alla propria intelligenza, falegname di qualità tanto da costruire una enorme e meravigliosa libreria. Come dire: sarà il nuovo sangue affluito da fuori a ridare linfa alla stagnante napoletanità? Era questo, no?, il messaggio di «Napoli Ferrovia» nel quale già lo sguardo diventava planetario ritraendo una Napoli fecondamente multiculturale.

 

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