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BARUCH COLLEGE/ Un vate tira l’altro

In foto, Luigi Pirandello

In foto, Luigi Pirandello

Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello “rivisitati” da Franco Zangrilli (Baruch College): i due, di là dai falsi miti, sono più “vicini” di quel che possa apparire

Come pirandellianamente suggerisce il titolo, in questo interessante lavoro Franco Zangrilli (Baruch College) mette uno di fronte all’altro due grandi autori del nostro Novecento. Autori che troppo spesso la critica ha frettolosamente contrapposto, indicandoli come rappresentanti di due antitetiche scuole di pensiero e di due inconciliabili concezioni dell’arte. Con il consueto rigore critico Zangrilli intende sfatare alcuni di questi falsi miti letterari, confrontando in un’ottica squisitamente comparatistica l’opera del pescarese e dell’agrigentino per evidenziare quanto i due autori, sotto diversi punti di vista, siano tuttaltro che lontani. D’Annunzio e Pirandello, infatti, si influenzano reciprocamente sia sul piano contenutistico- concettuale che su quello stilistico-formale. Evidentemente permangono delle significative differenze legate a una diversa “Weltanschauung”, il che comporta inevitabilmente un’altrettanto diversa concezione-funzione dell’arte; eppure scandagliando le opere dei due autori e confrontandole in maniera serrata, il critico mette in luce punti di contatto interessanti, proponendo inediti e stimolanti percorsi interpretativi. La chiarezza del discorso critico e il costante riferimento ai testi agevolano la lettura di un lavoro che rivela una seria e approfondita conoscenza della sterminata produzione dei due autori, spaziando dalle poesie alle novelle, dai romanzi ai drammi.

Zangrilli, nel I capitolo, parte doverosamente dalle differenze che caratterizzano l’esistenza e l’arte dei due scrittori, sottolineando, nel II capitolo, l’atteggiamento spesso ostile e critico di Pirandello nei confronti di D’Annunzio uomopersonaggio- autore; in realtà, come nota giustamente Zangrilli, la stroncatura pirandelliana denota una segreta ammirazione per il poeta pescarese o quantomeno un certo fascino esercitato dalla scrittura dannunziana; ciò verrebbe attestato dalla conoscenza che Pirandello ha dell’opera di D’Annunzio, visto che l’autore agrigentino, come sottolinea Zangrilli, ha letto buona parte delle opere dannunziane. In effetti più che la scrittura Pirandello sembra rifiutare l’atteggiamento egocentrico e narcisistico di D’Annunzio, un atteggiamento lontanissimo dalla discrezione che invece caratterizza la propria vita. Oltretutto i contatti tra i due scrittori si infittiscono a partire dagli anni Venti, a testimonianza del fatto che ad un certo punto della loro carriera i due autori abbiano almeno in parte superato la reciproca diffidenza a favore di un riconoscimento del valore delle rispettive opere.

Andando oltre le divergenze di pensiero, peraltro ampiamente studiate dalla critica, Zangrilli nei capitoli successivi (III e IV) rileva le affinità tra i due autori, rinvenendo significative tracce di dannunzianesimo in Pirandello e di pirandellismo in D’Annunzio. La lettura di testi dannunziani può aver offerto spunti creativi a Pirandello, come nel caso della novella Senza malizia che, s e c o n d o Zangrilli, sembra risentire della lettura delle Vergini delle rocce. Secondo il critico il dannunzianesimo di Pirandello si manifesta soprattutto nella produzione poetica (Mal giocondo, Pasqua di Gea, Laomache, Scamandro): studiare il dannunzianesimo nella poesia pirandelliana significa registrare la presenza di elementi propri del Decadentismo nella scrittura di Pirandello.

Ecco dunque che ci si imbatte in aspetti tipicamente dannunziani quali la sensualità pagana filtrata da immagini mitologiche, l’immagine della donna fiore immersa nella natura (emblema del panismo) o particolari movenze linguistiche basate sulla musicalità e il cromatismo che caratterizzano Alcyone, Primo vere e Canto novo. Particolarmente suggestivo è il confronto tra le Elegie renane di Pirandello e le Elegie romane di D’Annunzio. Secondo Zangrilli in questa raccolta pirandelliana la presenza del poeta pescarese si fa più incisiva, soprattutto per quanto concerne l’immagine della donna immersa in un paesaggio freddo e crepuscolare.

Gabriele D’Annunzio

E dannunziano è anche il modo con cui Pirandello descrive questa figura femminile, attraverso cioè la definizione dei profumi e dei colori. La donna, d’altra parte, rappresenta un importante punto di contatto tra i due autori, soprattutto la donna sensuale e ammaliatrice (basti pensare alla Elena Muti del Piacere e alla Varia Nestoroff dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore). La presenza della donna divoratrice di uomini implica l’idea, comune ai due scrittori, che il sesso sia una forza distruttrice che conduce inesorabilmente alla catastrofe. Quanto al pirandellismo di D’Annunzio, acutamente Zangrilli fa notare come lo scrittore pescarese anticipi temi e motivi tipici della poetica pirandelliana, ergendosi inconsapevolmente ad autore pre-pirandelliano…

Nel V capitolo Zangrilli si sofferma sul rapporto che i due autori hanno con i rispettivi mondi primitivi (Abruzzo e Sicilia), una realtà provinciale nei confronti della quale nutrono un sentimento contraddittorio di amore-odio. Le novelle della Pescara di D’Annunzio e le Novelle per un anno di Pirandello sono spesso ambientate in questo mondo primitivo, che a volte viene rappresentato realisticamente, a volte immerso in un’aura mitica e favolosa. Connesso alla rappresentazione del mondo contadino abruzzese e siciliano è il tema del ritorno, che porta i due personaggi-scrittori nelle rispettive terre d’origine. Per entrambi si tratta spesso di un ritorno amaro, in cui si constata l’impossibilità di recuperare l’infanzia e il passato, e l’irreversibilità del cambiamento. Nella rappresentazione del mondo primitivo emerge con forza il tema dell’animalizzazione dell’uomo, in virtù del legame viscerale che questi mantiene con il ricco bestiario del mondo primitivo. In tal senso, sottolinea Zangrilli, particolarmente interessante, perché quasi inesauribile, è il bestiario nel dramma pirandelliano Liolà e in quello dannunziano La figlia di Iorio.

Il VI capitolo focalizza l’attenzione sul teatro di D’Annunzio e di Pirandello. Anche su questo versante Zangrilli individua importanti punti di contatto che inducono a ipotizzare un’influenza del primo sul secondo. Particolarmente interessante è il confronto tra il dannunziano Sogno d’un mattino di primavera e alcuni drammi pirandelliani, come Sogno (ma forse no) e Enrico IV, che rivela anche nel pescarese l’esigenza di elaborare nuove forme di teatro: sono creazioni d’avanguardia in cui è predominante la dimensione onirica. Se è vero dunque che Pirandello ci ha lasciato le prove più alte del cosiddetto teatro d’avanguardia è altrettanto vero che si tratta di una strada battuta in precedenza anche da D’Annunzio. Procedendo sempre in un’ottica comparatistica, Zangrilli individua un punto di contatto decisivo tra i due drammaturghi confrontando il dramma dannunziano La Gioconda e quello pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore: anche in questo caso D’Annunzio appare un anticipatore inconsapevole di uno dei grandi temi pirandelliani: il rapporto dialettico tra il personaggio umano (condannato alla morte e all’oblio) e il personaggio artistico destinato a vipoevere in eterno.

Nell’ultimo capitolo del lavoro l’autore introduce un altro aspetto che merita di essere oggetto di ulteriori studi comparatistici: l’immagine di Roma. In Pirandello e D’Annnunzio la città eterna funge da scenario prediletto e il paesaggio urbano, abilmente dipinto dai due scrittori, assolve a una funzione che non è puramente decorativa ma anche strutturale. E giustamente Zangrilli fa notare come per quanto l’impatto con Roma sia stato traumatico per Pirandello ed euforico per D’Annunzio, e per quanto il pescarese amasse la mondanità della capitale laddove l’agrigentino prediligeva una vita appartata, lontana dai riflettori dei salotti romani, la rappresentazione di Roma sia sostanzialmente simile: un luogo sconsacrato, covo di perdizione, una moderna Babilonia, fulcro del vizio e della corruzione dell’Italia postunitaria.

Spesso Roma diventa il bersaglio della dissacrante satira e della pungente ironia dei due autori. Certo in Pirandello non vi è traccia dell’idealizzazione e della mitizzazione di Roma che è invece riscontrabile nell’opera dannunziana, ma ciò non era possibile in un autore congenitamente attratto dal volto tragico della vita.

Posti l’uno di fronte all’altro, dunque, D’Annunzio e Pirandello scopriranno di non essere così diversi e potranno in qualche modo riconoscersi, così come avviene di fronte ad uno specchio. In fondo, come ricorda Zangrilli, le somiglianze e le differenze tra i due scrittori non sono altro che il segno della loro originalità e quindi della loro grandezza.

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