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LETTERATURA/ Da Verga a De Amicis, alle origini dell’emigrazione

“Mamma mia, dammi cento lire che in America voglio andar…”. L’incipit di questa canzone popolare introduce al fenomeno dell’emigrazione italiana che investì il Meridione a partire dalla fine dell’800. I motivi che spinsero a questa grande fuga, quasi di massa in alcuni paesi, affondano le radici in eventi economico- storico-sociali che si ingigantirono e colpirono la popolazione del Sud dopo l’Unità d’Italia. Molto disagio fu provocato dal fenomeno noto come “piemontesizzazione” così ben compreso dal “Gattopardo” che assisté alla fine di un mondo per mano del nuovo conquistatore desideroso di cancellare totalmente ciò che appartenne al vecchio regime borbonico, ormai da inglobare in quello che si propose come un nuovo astro sorgente foriero di una nuova vita. Era la società siciliana essa stessa in distruzione con brandelli di atomi che cozzavano l’uno contro l’altro, impazziti e con all’interno di ciascuno latifondi, mancanza di industrie (quelle borboniche erano state chiuse) e commerci antiquati, economia a carattere feudale, ferrea distinzione tra le classi, tradizioni e superstizioni secolari, tutto rendeva vano anche il più piccolo tentativo di rinascita che comunque nessuno metteva in opera. Ciascuno, dunque, era solo e lasciato a se stesso, privo di rapporti sociali e immobile in una società inerte. I problemi furono quasi insormontabili, primo fra tutti l’incomprensione linguistica tra Nord e Sud dovuta all’analfabetismo di massa e alla carenza di una lingua unitaria popolare essendo l’italiano appannaggio delle classi più elevate. Il fenomeno storico, guidato dalla politica del momento, accelerò la disintegrazione economica del Sud in cui gli abitanti, attanagliati dalla miseria, si dibattevano; non restava ad essi come unico rifugio che la fuga in cerca di una vita migliore. Anche il Nord però pagò, come il Veneto, l’addio al focolare domestico. Le cause storico-politiche sono complesse ma conducono al medesimo punto: la miseria e l’indigenza matrice anche di elevatissima mortalità infantile. Il grande verista Giovanni Verga, nonostante guardi la sua terra di Sicilia con amorosa simpatia e pietosa partecipazione denuncia,in tutta la sua desolazione, la vita di stenti dei Vinti annegati in una società fratta per differenze sociali ferree in cui la realtà più eclatante è sempre la stessa: lottare per sopravvivere. I personaggi delle “Novelle Rusticane” praticano, per ora, la migrazione interna in una Sicilia che appare sovrastante e crudele a quei braccianti vaganti di masseria in masseria per pochi soldi ed una ciotola di minestra di fave distribuita dalla castalda la quale invita i miseri a ringraziare sempre Dio per ciò che si è. Il destino dei poveri non offre spiragli fino a quando, nel corso della Storia, si prospetterà la fuga dallo squallore verso una terra che sia madre più generosa e l’esodo li condurrà a spazi nuovi e, per alcuni versi, in attesa di colonizzatori.

Certo le foto color seppia che ci mostrano i nostri primi emigranti, offrono la misura della realtà che si lasciavano alle spalle: donne avvolte in neri scialli, ragazzi dagli occhi tristi, uomini con sulla spalla fagotti gonfi di piccole miserabili cose. Non sapevano essi a che cosa sarebbero andati incontro, sapevano soltanto di dover offrire la propria sorte ad un bastimento sulle onde oceaniche. Anche Edmondo De Amicis oltre che scrittore e pedagogo si può considerare migrante seppur intellettuale quando, nella veste di giornalista, ingloba paesaggi all’epoca lontani, che ritroveremo nel libro “Cuore”. Altre foto hanno fermato nel tempo i “carusi” delle zolfatare di Sicilia; umanità dolente incrudelita da una terra che tutto prende e nulla concede se non bellezza selvaggia e prepotente pronta ad inglobare l’individuo fino a triturarlo per cibarsene a sazietà. Certo il coraggio degli emigranti fu pari alla disperazione che l’aveva generato e li spingeva verso luoghi totalmente misteriosi in cui non avrebbero potuto comunicare poiché ignoranti della lingua locale, né sapevano come le autorità li avrebbero accolti. E partirono avendo fede nelle proprie braccia,nella capacità di adattamento, nella perspicacia che solo la volontà di sopravvivere può generare.

Fu così che Calogero, Gerlando, Carmelo, Sebastiano e tanti altri con i calzoni di fustagno logori, la camicia rattoppata, il gilet liso e la coppola in testa appoggiati alla loro vanga, un giorno alzarono gli occhi al cielo e videro per la prima volta che era azzurro e non nero come le zolle che rivoltavano tra il sudore della fronte. Il grande viaggio fu così che, forse, ebbe inizio; ma che cosa avrebbero incontrato sul loro cammino?

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