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Non serve l’Italiano per essere italici

Quanto la lingua contribuisce all'identità italiana? Anche facendo uso di linguaggi paralleli si può accedere alla cultura che si compone di tanti percorsi e variabili. La forza della nostra cultura è di avere dei confini mobili, liquidi. La sensibilità italiana, o meglio italica, non è esclusivista

È nato l’albo degli italofoni: la tessera numero uno va a Papa Bergoglio che ha studiato l’italiano all’Istituto di Cultura di Cordova, Argentina. L’iniziativa è stata presa dalla Farnesina (Ministero degli Esteri) a partire da due considerazioni ritenute particolarmente importanti, come ricorda, a chiusura dell'incontro L'italiano come risorsa, il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro: “L'italiano è la quarta lingua straniera più studiata nel mondo e la diaspora italiana (figli e nipoti di emigranti) è seconda solo a quella cinese”. Un albo, quindi, per tracciare coloro che studiano l’italiano nel mondo.

La lodevole iniziativa, tuttavia, s’ inserisce, paradossalmente, in un momento nel quale si tagliano le risorse, fino al 65%, per la diffusione della lingua italiana, in particolar modo alla Società Dante Alighieri, che ha fortemente contribuito all’insegnamento della nostra lingua fuori dai confini. I corsi di italiano all'estero sono stati 577.215, presso Istituti italiani di cultura, Università, sedi della Società Dante Alighieri: il primato va all'Uruguay con 17.000 studenti.

L’italiano ha quindi grandi potenzialità. Nel mondo c’è desiderio di impararlo, anche per lo stretto rapporto che esso ha con la cultura di riferimento. Tema di cui abbiamo già discusso, come pure quello della relazione e distinzione tra lingua e linguaggi.

Tuttavia, a partire da questo, nasce una questione che vorremmo provare a dipanare. Conoscere la lingua italiana ci fa sentire più italiani? L’accesso ad una lingua è, in primis, un importante accesso ad una identità, non certo ad una carta d’identità. Il tema della conoscenza di una lingua, come ben dovremmo sapere, non è legato solo alla possibilità di comunicare più agevolmente ma è connesso alla struttura del pensiero e al modo con il quale percepiamo la realtà.

Portiamo qualche esempio per comprendere meglio il tema. Nella lingua eschimese, l’inuit, non esiste una traduzione, un termine per guerra. La guerra non esiste per gli eschimesi, come non esiste una parola per identificarla. In effetti si tratta di un popolo molto pacifico.

Un altro esempio linguistico, questa volta tipicamente italiano, che rimanda ad una correlazione linguistico-ambientale si può trovare nelle infinite espressioni proverbiali. Molte sono ritrovabili in altre lingue, seppure con metafore diverse: “L’abito non fa il monaco” e “Don’t judge the book by its cover”. Alcune sono, invece, inimitabili. Mi riferisco all’espressione: “scendere a compromessi”. Da quanto ho potuto approfondire in nessun altra lingua fare un compromesso significa scendere ad un gradino più basso, cioè qualcosa di negativo. Questo perché l’idea di compromesso, in Italia, rimanda a quella di clientelismo, ad una sorta di sospensione dei valori morali a favore di vantaggi materiali, particulari o di altro tipo.

Quindi la realtà si alimenta del modo in cui la si comunica, soprattutto verbalmente, e viceversa. Ma non è tutto. La situazione si complica quando si presenta una situazione come la seguente. Durante un convegno organizzato dalla Fondazione IULM, una signora di Montreal disse: "Mi vesto italiano, ho una casa ricca di arredamenti italiani, ma non parlo italiano. Posso ritenermi italiana o no?". La risposta è stata ovviamente che non era italiana, ma italica. Allo stesso tempo un collega francese, ascoltando la frase "vesto francese, ho cultura francese, mangio francese ma non parlo francese", avrebbe risposto "lei non è francese" e a nessuno sarebbe venuto in mente di fare la differenza tra francese e “franco” o “franciliano”.

Si può quindi accedere ad una cultura, all’identità di un paese anche non conoscendo la lingua ma facendo uso di linguaggi, che potremmo definire paralleli. Siamo consapevoli dell’importanza della lingua, ma, al tempo stesso, pensiamo che l’espressione linguistica è elemento determinante, ma non necessariamente deterministico. Proprio perché la cultura si compone di tanti percorsi, variabili, idee, linguaggi, modi di essere; di cui la lingua è gran parte ma non tutto.

Se aggiungiamo che la forza della nostra cultura è di avere dei confini più mobili, liquidi, adattabili, in grado di creare appartenenze, dovremmo trarre vantaggio dalla forza di seduzione della stessa. La cultura italiana la si può apprendere attraverso i corsi di lingua italiana, ma anche di cucina, storia, arte, letteratura, cinema ecc… .

Una sensibilità italiana, o meglio italica, la si può riscontrare da tutte queste cose insieme. Soprattutto essa non è esclusivista. Nel senso che sentirsi ed essere riconosciuti in questo modo non significa poter essere anche altro. La signora di Montreal avrà sicuramente abitudini giornaliere canadesi: il rapporto con le leggi, la politica, la formazione scolastica, l’amministrazione, la storia del paese, la lingua di riferimento. Ma la sfida sta proprio nel vivere tra, nel vivere cioè con appartenenze diverse, di sentire che si può essere questo e questo e non più questo o questo.

Si tratta di un “passaggio d’epoca”, come un eminente sociologo italiano, Alberto Melucci, un po’ di tempo fa ha definito. Non tutti, forse, sono in grado di coglierlo. La pluriappartenenza scompagina ogni forma di sicurezza ontologica. È una sfida che deve diventare opportunità.

La signora di Montreal, in sintesi, non avrà la tessera degli italofoni (anche se un corso di lingua potrebbe farle solo che bene), però di certo le darei quella degli italici.

 

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