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In (Fabio) Volo verso casa, dove i sogni sono progetti

L'accademia lo critica, ma lui vende milioni di copie con storie semplici e capaci di parlare a tutti. Fabio Volo ha presentato il suo ultimo libro, La strada verso casa, all'Istituto Italiano di cultura. La Mondadori non ci ha concesso un'intervista, ma qui vi raccontiamo come questo personaggio, passato da radio e televisione prima di arrivare alla letteratura, sappia parlare di temi seri con freschezza e ironia

Fabio Bonetti, in arte Volo, il bergamasco classe 1972 che partendo dalla panetteria del padre è riuscito a raggiungere un notevole successo nel panorama mediatico italiano, dapprima in radio, poi in televisione, per poi approdare al cinema e infine al campo letterario, ha presentato il suo ultimo libro tradotto in inglese, La strada verso casa, all’Istituto Italiano di Cultura di New York.

I libri di Fabio Volo sono scritti in modo semplice, fin troppo basico per molti intellettuali e critici di sorta del panorama culturale italiano, ma forse è proprio questa semplicità espressiva, unita all’universalità dei temi trattati, che lo ha portato a vendere milioni di copie nella sola Italia, prima di varcare i confini nazionali ed essere tradotto in varie lingue, tra cui l’inglese.

Nei suoi libri, Volo racconta emozioni, dubbi e paure, comunemente presenti nel quotidiano di quasi ogni essere umano. Magari non racconta di eventi straordinari, o non usa un linguaggio forbito, ma si fa perfettamente capire senza sforzo da chiunque abbia voglia di leggerlo e di immedesimarsi nei personaggi comuni che Fabio racconta, in cui è spesso facile identificarsi.

Il console generale d’Italia Natalia Quintavalle ha introdotto l’autore, lodando la sua capacità di portare gli italiani alla lettura. Forse gli “haters” di Volo saranno a dir poco indispettiti da una tale affermazione, ma la realtà è che con oltre cinque milioni di copie vendute, qualcuno di certo i suoi libri li ha letti.

Fabio Volo ha parlato in italiano, raccontando del suo ultimo libro e intavolando una discussione col pubblico che, da bravo uomo di spettacolo, era preoccupato di non far annoiare.

“Vi state addormentando?” ha chiesto Volo più volte, poi, scherzando sul silenzio e l’attenzione dei presenti, ha azzardato il paragone ironico con la messa cattolica “e ora tutti insieme: ascoltaci o Signore”.

Ma al di là dell’ironia e delle battute, Volo ha affrontato temi seri, come l’Alzheimer del padre, forse la nota più autobiografica del suo ultimo libro.

libro“La strada verso casa è un libro diverso dagli altri, dove per la prima volta racconto di quando sono i figli a diventare genitori, ritrovandosi a dover accudire, e non più a essere accuditi, da chi li ha cresciuti – ha detto Volo – Qui i protagonisti sono due fratelli completamente diversi tra loro, che si ritrovano a tornare a vivere nella stessa casa dopo quasi trent’anni per accudire il padre, malato di un male che uccide la mente prima del corpo”. L’autore ha raccontato di come il rapporto tra i tre uomini si fosse logorato in seguito alla perdita della madre, avvenuta quando i due fratelli erano adolescenti in seguito alla Sla, malattia che aveva privato la donna del controllo del proprio corpo, prima di ucciderla. “Venendo a mancare il collante della famiglia, i tre uomini si allontanano: il padre diventa assente, ed è incapace di esprimere i propri sentimenti, il fratello maggiore si assume tutte le responsabilità per essere di aiuto e sostenere la famiglia, mentre il fratello minore ha la reazione contraria e vive senza regole di sorta”. Ha raccontato Volo, sottolineando l’ambientazione iniziale negli anni Ottanta, che l’autore definisce come un periodo di consacrazione dell’individualismo, della superficialità e della felicità assoluta, dopo la pesantezza dell’impegno e degli scontri sociali degli anni precedenti. “Proprio in quel periodo in cui tutto il mondo era spensierato, i miei personaggi vivevano una situazione familiare tragica”. Dopo aver passato tutto questo, i due fratelli prendono strade diverse, per poi ritrovarsi di nuovo sotto lo stesso tetto molti anni dopo, costretti a risolvere quello che era rimasto in sospeso e a prendere delle decisioni importanti.

“Obbligo i miei personaggi a scegliere perché credo che chi non sceglie resta sempre fermo nello stesso punto – ha detto Volo – Per anni io sono stato incapace di scegliere una donna, perché avevo paura di perdermi le altre che sarebbero potute arrivare. Non scegliendo ci si sente liberi, ma in realtà si resta solamente in balia degli eventi che alla fine scelgono per te. Allo stesso tempo anche restare nella scelta sbagliata è deleterio, perché si resta infelici per coerenza”.

E i due fratelli de La strada verso casa rappresentano questi due opposti, fungendo uno da alter ego dell’altro. “Nelle mie scelte io vengo condizionato dal futuro: scelgo chi voglio essere ed agisco di conseguenza”.

Fabio Volo parla anche dell’incapacità di esprimere emozioni e sentimenti degli uomini della generazione di suo padre, altra caratteristica autobiografica che riporta nei suoi libri. “Mio padre doveva venire a casa mio col trapano a montarmi le mensole per dirmi che mi voleva bene – ha raccontato l'autore – Non era capace di esprimere quello che provava, se non facendo qualcosa di pratico”.

Volo oggi si è definito come una via di mezzo tra i due fratelli, dichiarando di essere stato per molti anni come Marco, il fratello minore, mentre ora è cambiato, ma non in modo così radicale da identificarsi con Andrea. E proprio per la presenza di due protagonisti tra cui si cerca il giusto equilibrio, il libro è scritto in terza persona.

Alle domande riguardo alle critiche spesso pungenti, l’autore ha risposto: “Parte delle critiche che mi vengono rivolte è giusta, ma io faccio quello che posso con gli strumenti che ho. Tutte le volte che mi siedo a scrivere, vorrei tirar fuori i Fratelli Karamazov, invece mi esce Il giorno in più, o La strada verso casa. Accetto le critiche accademiche, ma gli insulti gratuiti no, perché non mi riguardano. È assurdo anche solo paragonare i miei libri a grandi classici. Sono una cosa diversa”.

Volo ha affermato anche che non sia necessario andare a scuola per farsi una cultura: “Non dico che ci si possa fare una cultura su Internet, ma se una persona ha una curiosità viva, troverà il suo modo di acculturarsi. Il successo di un’istruzione secondo me non è inculcare nozioni in testa alla gente. Un’istruzione ha successo quando il sapere produce qualcosa di originale. Ognuno di noi ha una scintilla e deve trovare i propri strumenti per liberarla. Io li ho trovati nella lettura, nei viaggi e nell’incontro con le persone”.

Fabio Volo dice di non avere sogni, perché li ha sempre sostituiti con progetti, ed ora il suo progetto è quello di avere più tempo libero da trascorrere con suo figlio Sebastian, magari a cavallo tra l’Italia e New York.

Volo, che cinque anni fa ha comprato casa nella Grande Mela dove trascorre parecchio tempo, ha detto a La VOCE (rispondendo all'unica domanda che siamo stati in grado di rivolgergli a conclusione del suo intervento, attorniato dai fan): “Sono stato qui la prima volta vent’anni fa e mi sono innamorato della città, ma è in Italia che ho trovato l’America”.

 


Nota della redazione: certi che i nostri lettori sarebbero stati interessati al personaggio e ai suoi libri, con largo anticipo La VOCE aveva chiesto alla Mondadori un'intervista con Fabio Volo, in vista della sua presentazione all'Istituto di Cultura. Ci dispiace dover dire che in questa occasione la casa editrice non ha collaborato, sostenendo che l'autore non avrebbe rilasciato "nessuna intervista". Venendo a sapere che così non è stato e che altri colleghi hanno potuto intervistare Volo, vogliamo sperare che sia stata una svista momentanea e che in futuro la Mondadori si dimostri più collaborativa con testate forse nuove, ma sicuramente libere e indipendenti.

 

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