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Il 25 aprile di Leonardo Sciascia

Tra ricordi, storia e un poco di immaginazione, il racconto della Festa della Liberazione vista dagli occhi di chi sapeva vedere dove gli altri si limitavano a guardare. In un paese della Sicilia liberata, lo scrittore siciliano chiacchiera con il soldato americano, si siede alla macchina da scrivere e immagina l'Italia del compromesso futuro

Ricordava bene quel giorno di cinquant'anni fa. Anche allora faceva molto caldo, chi poteva cercava riparo e frescura nelle ampie e riparate stanze all'interno delle case e dei palazzi. Lui, come tutti i pomeriggi, era prima andato al bar sul corso, aveva sorseggiato un caffe' con gli amici di sempre, scambiato qualche parola. Più che altro ascoltava, gli occhi diventavano una fessura, sulle labbra si disegnava un sorriso, accendeva una sigaretta, e si abbandonava alle chiacchiere dei paesani. Un rito, gli altri lo sapevano, e andava così giorno dopo giorno.

Quel pomeriggio era accaduto qualcosa di diverso. Era seduto su una comoda poltrona del circolo, sfogliava pigramente una rivista, quando uno sferragliare per strada lo aveva destato da quel lieve dormiveglia in cui stava precipitando. Si era affacciato alla finestra che dava sul corso, una jeep ferma all'incrocio, e tre carri armati Sherman che lentamente stavano prendendo la strada per Palermo. Seduto sul lato destro della jeep un tenente dell'esercito americano, Rosario Lo Duca: americanissimo di Brooklyn, ma i genitori sicilianissimi, emigrati una trentina d'anni prima negli States per cercare pane e fortuna. Lui nativo di Canicattì, lei di Niscemi. Avevano entrambi lavorato sodo, e alla fine c'erano riusciti a comperarsi un negozio di alimentari con prelibatezze che si faticava a trovare in Italia. Tutto andava bene, erano poi nati prima Antonietta, poi Rosario, e la famiglia era proprio quella felice del sogno americano e della casa in collina. I genitori di Rosario sapevano appena leggere e scrivere in Italiano, figuriamoci con l'Inglese: boss per capo ce la facevano a dirlo, e anche ton per tonnellata. Poi cominciavano i pasticci: per esempio raif per fucile… capirsi diventava un problema. Per fortuna nella comunità italiana molti ancora parlavano in dialetto…

Rosario al contrario l'inglese lo parlava e scriveva benissimo, come l'Italiano e il siciliano. Leggeva molto, i classici sopratutto, il suo sogno era potersi iscrivere alla New York University e laurearsi in legge. Poi avrebbe pensato a Rosa… ma era scoppiata la guerra, era dovuto partire, prima in Africa, poi l'avevano spedito in Sicilia, dove c'erano ancora dei parenti e lui siciliano, ma anche americano in grado di parlare entrambe le lingue, era diventato una sorta di collegamento tra l'autorità militare e la popolazione civile.

libTipo simpatico, quel Rosario, pensò accendendosi l'ennesima Benson&Hedges blu. L'aveva conosciuto per caso durante una piccola festa patronale. L'"esca" una Divina Commedia, nell'edizione non proprio tascabile pubblicata dalla Hoepli… gli americani avevano un particolare senso pratico e i libri per le loro truppe venivano pubblicati in un particolare formato che poteva essere custodito nella tasca della gamba destra. Quella Divina Commedia in quella tasca laterale forse non ci sarebbe proprio entrata, e comunque avrebbe procurato una notevole scomodità a chi avesse provato a ficcarcela. Ma a Rosario non importava: era affascinato da Dante, leggeva i suoi canti ogni volta che poteva, e quell'edizione recava tutti i segni di quelle letture. Avevano cominciato a parlare di Dante, anche lui era un vorace lettore, ed erano diventati quasi amici.

"Ciao Rosario" gli aveva detto avvicinandosi. Rosario aveva chiuso il libro e poi gli aveva stretto la mano. "Caffè?" aveva poi chiesto l'americano. "Vada per il caffè'", aveva risposto, più che altro per cortesia. Poi avevano parlato di come andava la guerra, e Rosario aveva confidato che presto se ne sarebbe andato via, aveva chiesto di essere sollevato dal suo incarico.

"Come mai?", aveva chiesto sorpreso. "Qui non stai male, sei lontano dalla prima linea, sei tra amici, puoi perfino studiare" aveva aggiunto indicando la Divina Commedia.

"Amici…troppo amici. Sai chi devo vedere stasera?".

Aveva aspettato il nome, ma aveva già capito. Era quello di un noto boss del paese, uno di quei mammasantissima che era sopravvissuto alla repressione del prefetto Mori perché aveva aderito al regime, e il fascismo ottenuta la vittoria sui briganti, quando Mori si era messo in testa di puntare alle alte sfere della mafia aveva nominato il prefetto senatore: promuovi e rimuovi. La mafia era diventata fascismo, in omaggio al vecchio detto: chinati che passa la piena. La piena era passata, gli americani avevano portato democrazia e libertà e ora la mafia rialzava la testa, aiutata anche dai "cugini" d'America. 

"Quel parrino – aveva confidato Rosario – verrà nominato sindaco di questo paese. Noi, noi gli americani, e i mafiosi abbiamo stretto un patto. Loro ci aiutano contro i tedeschi e i fascisti, noi consentiamo loro di comandare. In tutti i paesi come questo i mafiosi verranno nominati sindaci. E non si fermeranno qui: un po' alla volta si mangeranno l'Italia. Io non voglio essere complice di queste operazioni, per questo me ne vado". Si era poi allontanato, e gli era parso che l'andatura tradisse una malinconia infinita. Non l'aveva più visto Rosario, né aveva avuto più notizie di lui. Chissà, forse con la sua Rosa il suo sogno della casa in collina era diventato realtà.

scSi chiese la ragione di questi strani pensieri e ricordi. Beh, certo, era il 25 aprile. Si celebrava la liberazione e la ritornata democrazia. In piazza, concerto, bei discorsi, cibo, bevute… i maggiorenti del paese, mescolati: maggioranza e opposizione in un unico abbraccio pacificatore. E spartitorio, gli venne da aggiungere con amara ironia. Certo, molti compagni credevano, lottavano, erano, come si dice, in buona fede. Ma tanti altri erano più preoccupati di dividersi il bottino. Come i famosi ladri, fingevano di litigare per spartirsi con più agio le spoglie… ne aveva scritto per la piccola rivista che dirigeva, stampata a Caltanissetta da un libraio-editore coraggioso che portava il suo nome senza essere suo parente: "…Quando si parla di antidemocrazia del regime democratico, si parla di questo: la coerenza dei fatti opposta alla coerenza delle spartizioni e degli "appetiti… l'eterno italico fascismo che ci sgoverna, e che ha assunto il volto e la maschera dell'antifascismo di regime…". Aveva ragione Rosario: ci hanno fregato. Ma lui non se ne sarebbe andato. A costo di insulti, di isolamento, di emarginazione avrebbe continuato a dire quello che pensava e riteneva giusto. Lo doveva alle sue amate zie, che tenevano nascosto nel cestino da lavoro il ritratto di Giacomo Matteotti ammazzato dai fascisti; lo doveva a un vecchio calzolaio anarchico, le cui storie da bambino lo facevano restare a bocca aperta; a un vecchio professore di storia e filosofia, a quei contadini e sindacalisti massacrati dalla mafia… lui non sarebbe andato via in silenzio, lui non avrebbe assistito inerte e indifferente.

Tornò a casa, nel fresco della sua stanza di lavoro. Mise un foglio nel rullo della fedele "lettera 22". La storia l'aveva già in testa: un capitano dei carabinieri, l'avrebbe chiamato Bellodi, alle prese con un capomafia… Un carabiniere di Parma, "del Nord, che aveva fatto la Resistenza, testardo", che vuole a tutti i costi mettere in carcere il capomafia del paese, e i suoi complici e protettori. Un capitano che ovviamente viene sconfitto, una storia non solo metafora di quello che stava accadendo (la linea della palma mafiosa che ogni anno si allungava inesorabile verso nord, dove c'erano i quattrini),  ma anche la "descrizione" della crescente commistione dei vari poteri: chi comandava e chi si preparava a comandare, maschere spesso sullo stesso volto. 

Sapeva già il titolo: Il giorno della civetta, da Shakespeare, indagine su un paio di delitti che non erano solo delitti, consumati da una mafia che si preparava a fare il salto di qualità, dalla campagna alla conquista delle città. Lui quel fenomeno mafioso lo capiva, lo "sentiva", lo respirava. 

Di scrivere quella storia concentrato di storie conosciute e vissute, lo doveva anche alle sue figlie e agli amati nipoti: lasciar loro qualcosa che li aiutasse a capire quel che accadeva, che era accaduto, che sarebbe sicuramente successo. Perché lui, Leonardo Sciascia fin da bambino aveva avuto il dono di vedere dove tutti guardavano, di saper ascoltare e la capacità di parlare là dove tanti dicevano. E si mise per qualche minuto come a fantasticare: chissà cosa sarebbe accaduto poniamo nel 2014, chissà a quali raffinate forme di compromesso sarebbe evoluto in regime. In ogni caso, pensò, nulla di buono…

 

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