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Tiziano Terzani e un giornalismo di riflessione

Non era minacciato dalla mafia, nè invitato a conferenze sulla legalità, ma la vita l'ha rischiata e l'ha rischiata per una passione che era anche il suo inevitabile destino. Senza troppo clamore, a differenza di altri...

Senza essere mai minacciato dalla mafia. Né tantomeno invitato a conferenze sulla legalità. Non aveva scorta e forse per questo facendo il suo lavoro, rischiò seriamente di finire fucilato. Non apparteneva a cordate, non faceva politica, nessuno pensò mai di candidarlo ad alcunchè. Era solo un giornalista. Per me il più grande giornalista italiano: Tiziano Terzani. Un drop-out del mestiere, un irregolare, a suo modo un anarchico. Per tutte queste cose che aveva e per quelle che non aveva di cui abbiamo appena parlato, la sua figura atipica giganteggia nel panorama della stampa di casa nostra. Scrivo queste righe a ridosso di due circostanze. La pubblicazione postuma dei suo diari ed i premi assegnati  agli "eroi dell'informazione libera" stilata da Reporters Without Borders.

Nell'elenco ci sono solo due italiani, Lirio Abbate dell'Espresso e Pino Maniaci, della televisione privata Telejato di Partinico, in provincia di Palermo. Abbate vive da anni sotto scorta perchè sostiene di essere continuamente minacciato, nel mirino prima della mafia siciliana, quando viveva a Palermo e poi quando si è trasferito a Roma della mala romana. Un poliziotto da anni lo segue ovunque, lo Stato gli mette a disposizione un'auto di servizio con autista. Minacce serie e periodiche, almeno per il ministero dell'Interno, i cui mandanti però non sono mai stati individuati nonostante anni di indagini. Nemmeno quelli che gli misero sotto casa quello che fu definito un "pacco bomba", ovvero una scatola di diavolina.  Per fortuna non gli hanno impedito (le minacce, non le indagini) di partecipare a convegni, dibattiti, seminari, eventi. Tanto meglio così. Pino Maniaci è un ruspante e coraggioso "giornalista antimafia", come lui stesso si definisce. Vedetelo su YouTube e fatevi un'idea.

E torniamo a Terzani che non si è mai definito in nessun modo ma ha cercato tutta la vita di capire cosa ci stava a fare al mondo e che senso aveva fare il giornalista. Chissà se lo intuì quella mattina dei primi anni Settanta quando da solo varcò la frontiera della Cambogia dominata dai kmer rossi di Pol Pot e cercò di ricostruire, primo cronista al mondo, come si viveva da quelle parti e come era il paradiso comunista che prometteva il compagno numero 1. Se ne rese conto un paio d'ore più tardi quando i guerriglieri lo misero con le spalle al muro e gli puntarono i mitra alla testa. Stava per essere fucilato solo perchè voleva vedere con i suoi occhi, parlare con i testimoni, non fidarsi di resoconti e testimonianze ballerine. Gli andò bene, ma l'esperienza non gli servì affatto a cambiare registro. Ha descritto l'ingresso dei vietcong a Saigon, i disastri della post rivoluzione culturale in Cina (dove venne arrestato e poi espulso),  l'alienazione del Giappone (dove si ammalò di depressione), le contraddizioni dell'India, l'orrore dell'Afghanistan, la follia delle "guerre preventive" e dello "scontro tra civiltà".

Terzani ha vissuto come ha scritto, riflettendo sui fatti che andavano sempre visti da vicino, mai fidandosi delle apparenze, figuriamoci delle etichette. I suoi diari, pubblicati dieci anni dopo la morte ci raccontano la vita di un uomo inquieto e curioso, che alla fine si stufò del suo lavoro e si ritirò in un eremo dell'Himalaya a riflettere sul senso della vita e sugli anni passati in giro per il mondo a scrivere. Il tempo del suo giornalismo era finito. Adesso c'era quello dei verbali ricopiati e delle ordinanze di custodia. Era diventato un alieno. Non poteva più scrivere, come aveva sempre fatto, in inglese per un giornale tedesco. Sì perchè il più grande giornalista italiano non è mai stato assunto da un giornale italiano. Quando partì giovanissimo in Estremo Oriente, ma già con moglie e due figli, solo il settimanale "Der Spieghel" accettò di dare uno stipendio a quel ragazzo che si era licenziato dal Giorno, il giornale fondato da Enrico Mattei. Aveva chiesto al caporedattore di essere inviato in Indocina per seguire la guerra di indipendenza dai francesi e quello gli rispose: "No, vai a Bergamo".

 

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