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Breivik, ovvero della vita umana sul pianeta terra

Il romanzo di Giuseppe Genna su Anders Behring Breivik incuriosisce e a tratti appassiona, ma è anche un romanzo che l’autore ha scritto su se stesso, incoraggiando i recensori ad amplessi verbali contro ogni virtuosismo (linguistico e non) in esso contenuto

Giuseppe Genna (Milano, 1969) ha scritto un romanzo su Anders Behring Breivik, che il 22 luglio 2011 uccise 77 persone, in parte a Oslo (facendo esplodere un Van Volkswagen nel quartiere governativo della capitale norvegese, 8 vittime e moltissimi feriti), ma soprattutto nell'isola di Utoya, che il killer raggiunse inguainato in una muta nera (giovani del partito Laburista riuniti lì per il loro camping estivo, abbattuti a colpi di arma da fuoco. La più piccola aveva 14 anni).

Genna ha scritto anche un romanzo su di sé. Genna che scala un palazzo abbandonato di Milano, la Torre Galfa, 33 piani, Genna che parla con una donna anziana (sua madre?), Genna che vola in Norvegia, Genna che studia gli atti della strage, i collegamenti con altre centrali del terrore, come un novello Truman Capote.

Di solito diffido della narrativa che prende spunto dalla Storia, mi pare che sia indice di una certa sfiducia nell'invenzione, questo volersi aggrappare al "reale". Per me la vera narrativa è Anna Karenina (la Storia c'è ma non importa poi molto).

Quando un romanzo prende spunto dalla cronaca sono ancora più diffidente.

Però questo libro mi ha incuriosito, a tratti appassionato. È imperfetto, comincia un po' così, con la tempistica del massacro. Dapprincipio mi ha fatto pensare ad altre cose sugli assassini seriali o gli stragisti, mi ha fatto pensare a Scurati, a King, al film sulla strage di Columbine. Ma quando arriva la parte sui padri che se ne vanno e i padri che restano, beh, mi son detto: questo avrei voluto scriverlo io (credo sia il più bel complimento si possa fare ad un romanzo, perché significa che lo scrittore è diventato la tua voce, e quindi una voce collettiva, visto che tu non puoi essere diverso da tante altre persone, ha espresso un sentire che non è solo personale, privato).

C'è un dubbio di fondo. A partire da un evento-limite come questo si può raccontare tutto e il contrario di tutto, il tema del male assoluto (o del vuoto, come preferisce Genna) lascia troppa libertà all'autore. Così, si può scrivere anche della crisi del romanzo, si può far dire a un editor che l'unica cosa con cui valga la pena cimentarsi oggi sia il thriller.

Si può raccontare dei morti per droga e piccola malavita nell'Italia degli anni 80-90, di quelle vite veraci. E metterle a confronto con i morti di Utoya, con i giovani laburisti ancora in formazione, con le loro vite solo abbozzate e già stroncate. Non so se questo è giusto. Se pone o no un interrogativo morale.

Domanda: il romanzo potrebbe funzionare anche senza Breivik? Solo con Genna che scala palazzi abbandonati, che racconta Milano, che va a Berlino a tenere un corso di formazione per aspiranti tagliatori di teste, nel cuore dell'Occidente che implode, che sfiata e muore? La mia personale risposta è sì, anche se, ovviamente, allora sarebbe un altro romanzo.

La vita umana sul pianeta terra

La vita umana sul pianeta terra

Il titolo: La vita umana sul pianeta terra, è un titolo scientifico, un titolo da biologo, da entomologo. Una volta ho letto che Sade descriveva la tortura e la morte inflitta nelle circostanze più atroci come un entomologo può descrivere l'esoscheletro di un coleottero o la lenta evoluzione di una larva.

Questo è un libro che spinge i recensori ad amplessi verbali, incoraggiati dallo stesso Genna. Non so se è o non è autofiction. Per me un po' lo è (come lo era, ad esempio, Quando vi ucciderete, maestro? di Antonio Franchini, tanto per dire di un titolo che ho molto amato), così come è anche un po' reportage e un po' un esercizio di scrittura lirica, a volte eccessivo, irritante, come ogni virtuosismo.

Genna è un pioniere della rete, ha fatto un sito e non so che altro per Mondadori, ha fatto Clarence, una delle prime comunità, ha un suo blog nel quale propone un richiamo a Underworld di Don De Lillo (De Lillo a sua volta ha scritto un romanzo su un celebre assassino, Lee Harvey Oswald).

Tema: ciò che si nasconde o viene volontariamente occultato, materia di qualsivoglia narrazione sul complotto. Il nazismo magico, il Cerchio magico, il Grande Complotto (non il Great complotto festoso e anarchico del punk, semmai il nero complotto secolare dei Savi di Sion o di chi li ha inventati, perché dentro a un complotto finto si acquatta sempre un complotto vero e così via…). Genna ha un modo di usare le parole, di accostare i sostantivi agli aggettivi che allude a qualcosa d'altro, a una massa oscura e invisibile, che preme, da fuori, di cui si avvertono il peso, il calore.

Ci ho pensato: è vero, a volte anche in De Lillo è così. Pur senza mai diventare horror, senza mai diventare Lovecraft.

Ammesso che quella massa sia vuota, che cosa la riempie? Un memoriale di 1.500 pagine spedito da Breivik ai suoi contatti in rete prima dell'inizio del massacro, musica che il killer in muta nera si spara nelle orecchie per darsi coraggio dopo essere sbarcato sull'isola, quando inizia a uccidere, e va avanti per 90 minuti. Colonna sonora da Il signore degli anelli. È il vuoto nel quale siamo immersi, non quello degli Gnostici, non è Abisso che feconda l'Eterno silenzio, è dozzinale: vignette che producono morti, scemenze di un politico che producono morti, menzogne che producono morti, cattive letture che producono morti. Paure fantasmatiche che producono morti (compresa la paura della globalizzazione, la paura del multiculturalismo, i vichinghi a cui Breivik è fiero di appartenere facevano strage di monaci cristiani nelle coste nel Northumberland 13 secoli fa, Breivik appartiene ai barbari, i suoi antenati impalavano i cristiani e sfilavano i tendini alle donne catturate, l'Europa è Sant'Agostino, Locke, Mick Jagger, è tutto fuorché i vichinghi).

Brevik aveva perso una grossa cifra (due milioni di corone), si era fatto degli interventi di chirurgia plastica alla faccia, si era cercato una ragazza in Bielorussia, ma lei l'aveva rifiutato, ha pianificato accuratamente la strage, ha studiato i precedenti (Oklahoma city, la discoteca di Bali), ha avvelenato i proiettili usati a Utoya con nicotina pura al 99% comprata on line da un rivenditore cinese. Breivik in prigione ha chiesto una playstation nuova per passare il tempo. Non La Bibbia o il Mein Kampf o Spengler o almeno un romanzo di Houellebecq. Una playstation, capite, adesso?

Se non è questa la banalità del male!

(Penso che Genna non sarebbe d'accordo. Lui, se capisco bene, racconta un vuoto epico, non grigio come l'Eichmann chiamato a deporre, e dopotutto, Eichmann si difese come un burocrate, Brevik rivendica fieramente la sua crociata. Però attenzione: questo non rende Breivik un cattivo "nobile", shakespeariano. Per lui vale il giudizio lapidario espresso dal saggio indiano sugli assassini seriali protagonisti di Natural born killers di Stone: too much T.V., troppa televisione).

Narrativa italiana globale per un mondo attraversato da "cavi a nudo, sferzate di elettricità da cortocircuito" (p. 22).

 

Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta terra, Mondadori (Strade Blu), 2014.

 

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