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Dos Passos e la New York dove “succedono le cose”: rileggendo Manhattan Transfer

Un classico sulla Grande Mela troppo poco citato, Manhattan Transfer dipinge, senza coralità, una città archetipa, variegata e visionaria, quella degli anni '20 di un melting pot europeo. La costruzione frammentata che mai si ricompone né consola, esprime l'impossibilità di dare della metropoli una visione unitaria

Questa settimana proponiamo un libro bello tosto, di quelli che si attaccano solo se si ha tempo a disposizione. Non è una nuova uscita e non è particolarmente balneare, la scelta deriva solo dalla volontà dell'umile recensore di tirare fuori dallo scaffale, ogni tanto, qualche classico dimenticato. In particolare, un classico su New York, di quelli che, nonostante il loro valore, vengono citati di rado quando si parla delle opere di narrativa che hanno raccontato la metropoli definitiva del XX secolo. Parliamo di Manhattan Transfer, di John Dos Passos, pubblicato nel 1925 (in Italia per la prima volta negli anni '30 con il titolo Nuova York.  L'ultima edizione, nel catalogo di Dalai, risale al 2011, curata da Stefano Travagli).

edizione italianaQuello di Dos Passos (Chicago, 1896 – Baltimora, 1970) è un romanzo-affresco, ricchissimo di personaggi e di storie, le cui vicende si dipanano lungo un arco di circa 20 anni. Se proprio vogliamo trovargli un difetto, è forse il suo contraddire una delle regole basilari dell'arte del romanzo: costruisci  personaggi magari sgradevoli, ma che consentano al lettore un qualche livello di identificazione. Qui identificarsi con l'uno o l'altro dei caratteri è difficile, e non perché all'autore faccia difetto l'immaginazione: al contrario, ne ha fin troppa. Del resto,  quando queste quasi 400 pagine sono state scritte, si era in piena stagione modernista, gli scrittori cercavano strade nuove per raccontare ciò che doveva essere raccontato. Oggi molte delle definizioni che andavano per la maggiore – collettivismo, generazione perduta e così via – non dicono nulla, ma all'epoca tutto era elettrico e vorticava, e tutto si teneva con tutto, romanzi, poemi, cinema, fotografia… A fare da collante, un'acuta percezione del cambiamento, in ogni campo, artistico, politico, sociale.

Manhattan Transfer ha fatto con la Grande Mela quello che La terra desolata di T.S. Eliot ha fatto, più o meno negli stessi anni, con Londra: ha dipinto una città archetipa, variegata e visionaria, in cui convivono l'ultimo degli immigrati, sbarcato sull'Isola perché lì (in tutta l'America, certo, ma prima di tutto a Manhattan), ci sono le opportunità, e il re dei milionari, arricchitosi con la speculazione immobiliare, che organizza cene sontuose e decadenti per avere sue ospiti le attrici di Broadway (ma le star, si sa, arrivano sempre in ritardo, talmente in ritardo che, a volte, la festa è già terminata). È la New York degli anni '20, dicevamo: uno skyline diverso da quello attuale, un melting pot dove predominano gli europei, tedeschi con in testa il Kaiser, italiani che hanno conosciuto Malatesta e sognano l'anarchia, francesi approdati a Manhattan dopo aver girato mezzo mondo, da una colonia all'altra, ebrei non ancora in fuga dalle persecuzioni naziste. Una metropoli dura e veloce, di mattoni e cemento e rotaie e polveri di carbone, solcata dai treni che trasportano merci e uomini, da carri e carrozze trainate da cavalli, che contendono lo spazio alle automobili. È la città dove "succedono le cose", come ripete uno dei protagonisti, di truffe e adulteri, di negozi e di amori, e di sogni infranti. Dos Passos in gioventù era stato un radicale.  

originale

La copertina dell’edizione originale pubblicata negli USA nel 1925

Arruolatosi volontario per combattere la Prima guerra mondiale, proprio come Hemingway, più tardi avrebbe simpatizzato con la causa di Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani ingiustamente condannati a morte (prima di sperimentare, dal secondo dopoguerra in poi, un'involuzione decisamente conservatrice). In Manhattan Transfer i suoi orientamenti ideologici si intuiscono, e forse è per questo che l'opera piacque a Gide e a Sartre: ma il suo valore sta innanzitutto nello stile, nella costruzione frammentata, che non si ricompone mai, per nulla consolatoria, per nulla "corale". Altri autori avevano esplorato la frammentazione dell'ego; Dos Passos affronta l'impossibilità di dare della metropoli una visione unitaria, ordinata, razionale, intellegibile. Leggendo queste pagine, a volte faticose, si intuisce già quello che verrà dopo: non solo la  trilogia U.S.A., ingiustamente dimenticata, in cui l'autore accentuerà la vena sperimentale, mescolando il linguaggio della narrativa a quello del giornalismo, ma si sentono anche echi di Delmore Schwartz e Dorothy Parker, Jack Kerouac e Bret Easton Ellis, su su fino a Don De Lillo e a Paul Auster.

Tutta la grandezza e la miseria della Grande Mela sono già qui, negli studi degli avvocati squattrinati a caccia di clienti e nelle nursery dove i bambini vengono scambiati, nelle case in affitto dove muratori stanchi piombano in letti sfatti a fine giornata (o dopo una notte di baldoria dissipatrice) e negli attici dove camerieri ambiziosi servono aragoste a magnati del carbone e dell'acciaio. Tutta la New York-Babilonia, la New York-seconda città del mondo (all'epoca, e noi oggi ci chiediamo: qual era la prima? Possibile ci sia stato un tempo in cui New York era solo seconda?), è già nelle pagine di Dos Passos. Vale la pena ritrovarla.

La frase: "Come si arriva a Broadway…? Vorrei andare dove accadono le cose".

John Dos Passos, Manhattan transfer, Dalai editore, 2011 (a cura di
Stefano Travagli).

Eidizione originale: Manhattan Transfer, Harper & Brothers, 1925.
 

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