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Uomini e no: la modernità della lotta

Il romanzo di Elio Vittorini dedicato alla Resistenza è il nostro Per chi suona la campana. Estremamente attuale nel suo interrogarsi sulla natura umana, sul male e sulle dinamiche uomo-donna, contiene anche un messaggio pedagogico

Il classico che vi propongo questa settimana, per una estate che ormai sta finendo, è Uomini e no di Elio Vittorini (Siracusa, 1908-Milano 1966). Primo romanzo in lingua italiana sulla Resistenza –  venne scritto nel 1944 mentre l'autore era in clandestinità, uscendo l'anno dopo per Bompiani – può essere considerato a prima vista la tipica lettura scolastica, nel senso letterale del termine (libro che si legge negli anni della scuola superiore, libro per le vacanze consigliato dai professori). Al liceo diffidavo di questo genere di letture, sbagliando, perché fra gli autori consigliati dai miei insegnanti vi erano, oltre a questo, o a Primo Levi,  anche Steinbeck, Fitzgerald e compagnia. Ma ero un bastian contrario e se i professori proponevano Il Grande Gatsby io rispondevo con qualcosa di Hoffmann o Kafka. Oggi – mi baso sul comportamento di una figlia adolescente – ho l'impressione che quelle diffidenze siano cadute, e al tempo stesso che la qualità delle letture consigliate nei nostri licei sia ancora aumentata (ma ora in Italia si profila l'ennesima riforma della scuola, e chissà cosa ci riserverà il futuro). 

La vera domanda da porsi, riguardo a questo libro, è la seguente: chissà se un ragazzo potrebbe appassionarsi ad una vicenda come quella di Enne 2, capo partigiano che si batte contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti ma è intimamente straziato per un amore impossibile, quello che prova per Berta, una donna sposata. 

libroA me pare che gli ingredienti ci siano tutti. Uno in particolare, è tornato proprio in queste settimane al centro del dibattito: la lotta armata, la lotta "irregolare" dei movimenti di liberazione, che può essere chiamata Resistenza, certo, ma anche, dai suoi oppositori, Terrorismo (non dimentichiamoci che per i nazisti i partigiani erano Banditen). Lo si potrà considerare un tema vecchissimo e  scontatissimo, come ha fatto certa stampa supponente, rintuzzando le uscite di un deputato del M5S – forse infelici – a proposito di Hamas e ISIS. In realtà esso pone degli interrogativi che non invecchiano mai, e che ritroviamo, certo in altre forme, persino nell'epica classica. 

Ma il romanzo di Vittorini è interessante anche al di là dell'argomento e del quadro storico in cui è calato, quello di una Milano ingombra di macerie, occupata dai tedeschi e percorsa dalle squadracce di Cane Nero. Perché è un libro estremamente moderno. E non mi riferisco solo all'artificio stilistico adottato da Vittorini, quello di intervallare i capitoli dedicati alla storia vera e propria con altri, stampati in corsivo, contenenti il punto di vista dell'autore, il suo sguardo su Enne 2, sui suoi tormenti e sui suoi monologhi interiori, sulla sua infanzia o su quella di Berta. Sì, certo, è uno stratagemma che a  tratti funziona, e che a tratti può risultare un po' forzato (come sottolinea una parte della critica). 

Ma il  romanzo è moderno proprio in ogni sua parte, nei dialoghi, nelle situazioni che propone, nel suo mettere in fila le parole che servono, e solo quelle. Lo è nel suo cercare di calarsi nei panni di chi quella lotta la faceva e nell'interrogarsi sulla stessa natura umana, sulla sua capacità di contemplare il male. Di farlo, il male: "Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell'uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell'uomo il poterlo fare?".

Uomini e no è moderno nelle battute pronunciate dai personaggi,  nei contesti,  così "asciugati" da risultare a volte stranianti (la modernità è spesso straniante). Lo è anche nel suo calarsi nelle dinamiche uomo-donna. Ecco il primo incontro fra Enne 2 e Berta. Lui è a Milano, a Porta Venezia, in sella alla bicicletta. Gli sembra di vederla sul tranvai 27, che insegue fino a piazza della Scala, dove lei scende. Cominciano a passeggiare, lui tiene la bici con la sinistra e la mano di lei con la destra.

D'un tratto Berta gli chiede: "Come si dice di una donna che va a letto con tutti gli uomini che le piacciono?".

"Si dice in molti modi".

"Dinne uno".

"Perché?".

"Perché è il modo in cui mi sento".

Uno lo legge e si dice: davvero è stato scritto nel 1944? Possibile?

Questo romanzo è il nostro Per chi suona la campana. Anche il destino dei due protagonisti – Robert Jordan e Enne 2 – è simile. Entrambi attendono il nemico con l'arma in pugno, entrambi, nel farlo, perdono l'amore. 

C'è la violenza che lacerava l'Europa in quegli anni: assalti, agguati, tranelli tesi dalle spie, delazioni. Ci sono civili uccisi dai tedeschi per rappresaglia, i corpi esposti a largo Augusto. Un innocente che un generale fa sbranare dai suoi cani.

C'è, però, al fondo, anche un intento "pedagogico" (attenzione, non celebrativo!). Il bisogno di dare alla morte un senso oltre che uno scopo.

Mentre aspetta fatalisticamente il suo nemico finale, il gerarca fascista che Milano ha ribattezzato Cane Nero, Enne 2 affida a un ragazzo, un giovane operaio che è andato a pregarlo di mettersi in salvo, la consegna di unirsi ai partigiani. Il ragazzo lo fa. Uccide due tedeschi su un side car, inizia a prenderci gusto. Ma poi, quando potrebbe facilmente abbattere un soldato della Wermacht, che siede da solo in una bettola, con l'aria pensierosa, lo risparmia. 

"Non l'hai fatto fuori?", gli chiedono i suoi compagni.

"Era troppo triste. Sembrava un operaio".

"E chi ti dice niente?".

"Sono stato soldato anch'io".

"Nessuno ti dice niente".

"Mi hanno mandato in Russia".

"Ma chi ti dice niente?".

Si avvicinarono a Milano. C'erano terrapieni di ferrovia, cartelli pubblicitari d'altri tempi, sottopassaggi, incroci di strade, e sempre il freddo sulla pianura, la nebbia lieve.

"Imparerò meglio", disse l'operaio.

Le ottomila copie della prima edizione del libro, quella di giugno, furono esaurite in tre mesi; ad ottobre, Bompiani aveva già pronta la ristampa. L'impianto dell'opera, con le notazioni psicologiche della prima edizione, successivamente molto asciugate e quindi di nuovo reintegrate nell'edizione Mondadori del 1965, e con la Nota finale di Vittorini, contenente considerazioni sul "cercare in Arte il progresso dell'umanità", sollevarono un acceso dibattito a sinistra (la celebre polemica Vittorini-Togliatti). 

Nel 1980 Valentino Orsini ricavò dal romanzo un film.

americanaNel 1949, nel frattempo, era uscita la traduzione americana di Conversazioni in Sicilia (che Vittorini aveva pubblicato a puntate fra il 1938 e il 39) con la prefazione di Hemingway.

Ma in America Vittorini è forse conosciuto soprattutto per Americana, la leggendaria antologia di scrittori statunitensi (33, dal primo 800 fino agli anni '30) uscita, non senza difficoltà a causa della censura fascista, nel '41, con tutte le note dell'autore soppresse (e poi riprese nell'edizione integrale del 1968). A Vittorini, insomma, dobbiamo molto, sull'uno e l'altro versante dell'oceano. 

Uomini e no è pubblicato in Italia da Mondadori.

 

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