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Giulio Mozzi. Favole del morire, in prosa e versi

In uscita nel 2015, la raccolta di racconti dello scrittore veneto Giulio Mozzi, è una miscellanea di testi scritti fra il 2003 e il 2014 in cui l'autore torna ad occuparsi del tema della morte con una serie di pezzi, che sono un poco prosa un poco verso, un poco teatro un poco meditazione

Questa settimana abbandoniamo i classici e torniamo alle novità editoriali. Questa, anzi, è una primizia, l'uscita è prevista nel 2015 per l'editore Laurana. Il titolo è Favole del morire, lo firma Giulio Mozzi, classe 1960, autore che vive a Padova con all'attivo pubblicazioni di racconti, poesie, nonché opere di attualità  e saggi sulla scrittura e la narrazione, materie che insegna. Mozzi è anche consulente editoriale, in particolare per Marsilio e appunto per Laurana, con cui ha ideato la Bottega della narrazione, corso/progetto rivolto ad aspiranti scrittori con un manoscritto accettabile già nel cassetto. Negli USA la sua prima raccolta di racconti, Questo è il giardino, del 1993, è stata pubblicata da Open Letter Books nel gennaio di quest'anno, per la traduzione di Helisabeth Harris, con il titolo This is the garden; la critica ha accostato l'autore ad alcuni maestri riconosciuti della letteratura italiana, come Tabucchi e Calvino. Racconti di Mozzi sono apparsi inoltre in antologie e riviste americane.

englishSono contento di avere ricevuto questo libro, in parte, lo confesso, perché l'autore ha lavorato con persone che stimo (come Amedeo Savoia, insegnante e "agitatore culturale" trentino, o quelli del teatro Spazio 14), in parte perché alcuni suoi racconti, usciti nei tardi anni '90, mi avevano colpito a causa del loro fare narrazione con quasi niente. Ne ricordo uno: il protagonista, dopo una conferenza a Venezia, con successiva serata in osteria, deve andare alla stazione ferroviaria di Mestre, ma non riesce a prendere un taxi e così si fa tutto il ponte della Libertà (quello che collega la città lagunare alla terraferma) a piedi, sotto la pioggia. 

Rimaneva impresso a lungo, in qualche regione della memoria, lo sguardo straniante che Mozzi gettava sul paesaggio italiano – litorali, circonvallazioni, case – e a volte sulle persone che abitano quel paesaggio, anche se si percepiva un bel po' di minaccia sotto a quelle descrizioni, la stessa sensazione che si prova a camminare sulla superficie di un lago ghiacciato. 

Il senso di minaccia l'ho ritrovato a tratti in questo breve volume, una miscellanea di testi scritti fra il 2003 e il 2014. E' la seconda volta che Mozzi si occupa esplicitamente del tema della morte, dopo la raccolta Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (Einaudi, 2000). In apertura l'autore chiama questi racconti pezzi, prendendo in prestito la parola dal linguaggio giornalistico ("sono prosa? sono verso? sono teatro? sono storie? sono meditazione?"). 

Sono un po' tutto questo, il che risulta evidente già ne La stanza degli animali, il racconto di apertura, scritto su commissione, come anche alcuni altri ("ciò non ne fa scritture occasionali", precisa l'autore). L'attacco è un recitativo: un figlio racconta – in versi liberi – gli animali che il padre teneva in barattoli pieni di formalina, provenienti da spedizioni scientifiche in Somalia, nella Laguna Veneta, nel Golfo di Taranto, nel Delta del Danubio. Animali morti, conservati in un liquido diventato negli anni giallo e rossastro, tenuti in una stanza  dove venivano ricoverate anche le biciclette. Più avanti sappiamo che in quella stanza il padre ha ucciso la madre, strangolandola con un cavo da freno di bicicletta. 

La scrittura di Mozzi usa la ripetizione per creare tensione, usa gli elenchi, usa a volte dialoghi hemingwayani. Usa l'alto e il basso, il registro colto e quello colloquiale o scurrile, come da manuale di estetica postmodern. A volte diventa struggente, in una maniera disadorna. A volte restituisce il disagio che caratterizzava le storie di autori/trici italiani/e di una ventina di anni fa (è certo solo una mia ossessione, ma ho sempre pensato che la cronaca degli anni '90 sia stata particolarmente "nera", che gli anni '90, anche sul piano artistico, siano stati affascinati dal male, del resto una delle raccolte di racconti di Mozzi si intitola proprio Il male naturale).

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Il dipinto Giugno del Ciclo dei mesi

Si prosegue con un racconto ispirato al Ciclo dei Mesi del castello del Buonconsiglio di Trento, uno dei più importanti cicli di affreschi medioevali di carattere profano. Di nuovo, abbiamo la commistione di generi: prima versi, poi prosa. Un dialogo notturno fra l'autore, vivo, e i personaggi raffigurati negli affreschi, morti, anche se condannati per sempre alla vita perpetua a cui li ha chiamati la mano del pittore (no, non per sempre, un giorno anche il castello e i suoi affreschi ridiventeranno polvere). E avanti con Tre invocazioni, realizzato per il progetto Antiche strade dell'Alto Garda, e poi con Emilio delle tigri se n'è andato, testo teatrale in cui si immagina il suicidio di Emilio Salgari, una morte diversa rispetto a quella che l'inventore del Corsaro Nero e di Sandokan realmente si inflisse, ma non importa, importa il rievocare quella vicenda triste, cogliendo l'occasione per riflettere anche un po' sul mestiere dello scrittore, su quel suo vendere sogni, eroi solo sognati (nel caso di Salgari ciò è particolarmente vero perché, come noto, il narratore/divulgatore di tanti mondi esotici non si mosse praticamente mai dall'Italia). 

Finché si arriva all'ultimo Favola del morire, sorta di monologo, o di visione, che si apre con queste parole: "Del morire non sappiamo niente. Però ci immaginiamo. Vediamo gli altri morire. Moriremo, questo è certo". 

Ci sono ironia e fantasia, non la consolazione che ci si attenderebbe da uno scrittore dichiaratamente cattolico, mi pare, neanche quando si arriva in fondo, al distillato del viaggio un po' psichedelico alle origini della vita che abbiamo appena compiuto: "Questa è la speranza: un'immaginazione". 

Ho visto abbastanza persone care morire, genitori o parenti o anche persone che non conoscevo ma che mi erano care lo stesso come i cantanti che mi hanno accompagnato dall'adolescenza all'età adulta, per non sapere che la religione serve a questo, a dare speranza immaginando un'esistenza dopo la morte, anche se in questo immaginare la religione codifica la vita, quella che viviamo giorno per giorno, e dunque la morte proietta la sua ombra sulla vita, l'ombra inesorabile della Legge e del Libro. 

Ho letto troppa letteratura beat per non apprezzare la visione del pianeta terra come di un enorme truogolo, la battaglia finale evocata da Mozzi fra il grande creatore e il Grande Aminoacido.

Questo libro può provocare un po' di angoscia, se si è predisposti all'angoscia e si va oltre il divertissement letterario che a volte traspare, specie nei sonetti, nelle rime: ma chi l'ha detto che la scrittura deve essere rasserenante? 

D'altro canto, come l'autore ha dichiarato in un'intervista (con una laconicità degna del miglior Lou Reed) morire è una cosa che capita a tutti: vale dunque la pena di pensarci.

Di Mozzi – che ha fama di talent scout curioso – si può sapere molto anche seguendo il suo blog/bollettino, Vibrisse

 

Giulio Mozzi, Favole del morire, Laurana Editore, Milano, uscita prevista 2015.

Negli USA è disponibile This is the garden, Open Letter Books, 2014, e alcuni racconti.

 

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