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Marlon Brando, la vita intensa e tragica di quell’animale geniale

Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio

Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio

Il libro di Goffredo Fofi racconta la grande star americana attraverso una carrellata dei suoi personaggi, da quelli più iconici a quelli meno riusciti di fine carriera. Di sfondo, una vita privata dai contorni tragici

 

Il titolo è un po’ forte: perché tragedia? Perché la sua vita privata “fu un fallimento, un enorme fallimento”?  Perché nell’ultima fase della sua carriera si piegò “ad operazioni men che mediocri”’? Si, certamente.  Basti pensare, su un versante, alla figlia Cheyenne, suicida a Thaiti a 25 anni,  a cui il fratellastro Christian, cinque anni prima, aveva ucciso il fidanzato, da cui aspettava un figlio. E sull’altro versante, quello della carriera, a film come Cristoforo Colombo: la scoperta, “pomposa, tronfia, inerte, banale celebrazione dei 500 anni della scoperta dell’America”. 

Tuttavia, la vita e la carriera di Marlon Brando sono state di quelle che andavano vissute, eccome. Non solo: a differenza di altre grandi icone americane del Secondo dopoguerra, quella di Brando, morto giusto 10 anni fa, nel 2004, è quella che è resistita meglio all’incedere del tempo, catturando e stregando più generazioni, in ogni parte del mondo. Chi lo amò a teatro a Broadway, calato nei panni di Stanley Kowalsky in Un tram che si chiama Desiderio, diretto da Elia Kazan (debuttò il 3 dicembre del 1947), non è probabilmente lo stesso che venne catturato dalle sue interpretazioni ne Il Padrino (1972) o Apocalypse Now (1980), per la regia di Francis Ford Coppola. E anche i suoi ultimi film non furono tutti ugualmente scadenti, pensiamo a Un’arida stagione bianca, che accettò di interpretare gratuitamente, in ossequio alla causa della lotta all’apartheid, o Il coraggioso, di Johnny Depp, opera sfortunata ma a suo modo coraggiosa eccome, per il suo guardare dentro al cinico mondo degli snuff movies.

libroSia come sia, il libro di Goffredo Fofi,  pubblicato da Castelvecchi – rivisitando una vecchia e ormai introvabile monografia del 1982 – rimane un’opera interessante, soprattutto per l’approccio: dopo una cinquantina di pagine biografiche, esso segue fedelmente la carriera dell’attore di Omaha, Nebraska,  film dopo film, ognuno corredato di scheda.

Il libro di Fofi, dunque, non è esattamente una biografia, ma il lavoro di un serio critico cinematografico. Mette a fuoco la carriera, il lascito artistico. Non svela dettagli inediti sulla vita del divo/antidivo che mai Hollywood riuscì a piegare, il custode definitivo del metodo Stanislawsky insegnato all’Actors studio di New York, un metodo che “utilizzava la psicanalisi come strumento di conoscenza e di percorso”,  un metodo il quale, sottolinea opportunamente Fofi , trovò migliore applicazione nel cinema che in teatro, perché la cinepresa consente di avvicinarsi alle persone, di ingigantire anche i più lievi moti dell’anima, privilegiando l’emozione ma rifuggendo da certa enfasi, da certo melodramma che il palcoscenico per sua natura porta con sé. 

I giudizi contenuti in queste pagine possono non essere tutti  condivisi dal lettore/spettatore. Tuttavia, sono sempre puntuali e sinceri. Ogni tanto riemerge fra le righe il vecchio intellettuale impegnato, l’allievo di Danilo Dolci, che ha lasciato la sua impronta in tante riviste storiche italiane, dai Quaderni Piacentini a Lo Straniero, da lui fondata nel 1997.  Brando è stato, ai suoi esordi (in particolare ne Il Selvaggio),  la rappresentazione più efficace del giovane “ribelle senza una causa”, figura sconosciuta all’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale, un’Italia che non sapeva ancora tradurre parole come t-shirt o jeans. Doveva arrivare il benessere affinché anche da noi si potesse parlare di rivolta giovanile, affinché il giovane diventasse una “classe”, ma al  tempo stesso – scrive Fofi – anche un target della società dei consumi che si andava delineando. E poi? “Solo allora ci accostammo davvero all’America, e l’America potè (purtroppo) influenzarci veramente”. 

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L’autore Goffredo Fofi

In quel “purtroppo” c’è la zampata del militante: marxista, pacifista, meridionalista, ghandiano, e chi più ne ha più ne metta. Ma finisce lì: gli strali degli anni ’60 sono lontani (“intorno al Sessantotto – ha confessato qualche anno fa Fofi  in un'intervista – diventai spietato e ringhioso, rinnegando anche l’ispirazione non violenta del mio maestro Capitini. Oggi mi pento abbastanza, ma non dei giudizi di fondo – se vado a rileggermi le stroncature dei film italiani credo che avessi ragione – ma della mia aggressività”). 

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Marlon Brando in Apocalypse Now

Forse semplicemente Fofi ama troppo il cinema di Brando, pur non risparmiando critiche ad alcune sue scelte.  Del resto, si potrà mai lodare abbastanza l’interpretazione “animalesca” di Ultimo tango a Parigi? Senza Marlon Brando, scrive Fofi, il film probabilmente sarebbe annegato nell’intellettualismo. Anche su Apocalypse Now, film che chi scrive ha sempre collocato nei piani più alti della sua classifica  “del cuore”, Fofi spende buone parole, pur sostenendo che nemmeno l’accoppiata Coppola-Brando riuscì a rendere quella vera e propria calata nelle cantine dell’orrore (psichico) che Joseph Conrad mise nero su bianco nel suo Cuore di tenebra, romanzo a cui il film, come noto, si ispira (trasportando il regno di Kurtz dal cuore del Congo, all’epoca di Conrad colonizzato dai belgi, alla giungla del Vietnam). Ricordo che all’epoca circolarono alcuni giudizi poco lusinghieri sull’interpretazione di Brando, uno per tutti quello di John Lydon, l’ex-cantante dei Sex Pistols: “Un film ottimo, tranne la fine. Quando arriva la palla di lardo, uscite dalla sala”. I punk erano iconoclasti per definizione, non si facevano intimidire neanche da chi per 30 anni era stato sinonimo di ribellione all’establishment e anticonformismo. Ma Lydon sbagliava: l’attore restituì al personaggio di Kurtz il suo spessore di filosofo del male, con una interpretazione “quasi astratta, un cranio nudo, occhi malati che forano lo schermo, un corpo da toro ma da toro che sa che i suoi giorni sono contati, movimenti lenti e stremati, una voce”.

La quarta di copertina sceglie un elogio di Kazan: “C'era in lui qualcosa di miracoloso: gli spiegavo cosa volevo e ascoltava, ma la sua attenzione era così assoluta che parlargli era un'esperienza stupefacente; non rispondeva immediatamente, ma se ne andava e poi faceva qualcosa che spesso mi sorprendeva. Era come dirigere un animale geniale”.

Brando è vivo, scorrazza ancora con la sua moto, si batte sul Bounty contro l’odioso capitano Bligh e contro i caporioni sul fronte del porto. Alleva piccioni sul terrazzo della nostra casa. Lotta e seduce ancora assieme a noi. 

 


Goffredo Fofi, Marlon Brando, una tragedia americana, Castelvecchi, 2014.

 

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