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Calabria, la regione in cui ha inizio la storia chiamata d’Italia

Il libro di Giampiero Mele sulla storia della "Calabria guerriera e ribelle", presentato recentemente al Quirinale, evoca i fasti, ma anche i lutti, di una regione che, a giusto titolo,  va considerata tra i territori che più hanno contribuito alla costruzione della cultura italica 

Trapiantato da sempre nella capitale, Giampiero Mele non dimentica le radici calabresi, e dedica alla regione della sua famiglia d’origine un libro di divulgazione, che mette insieme biografie, documenti e vicende di maiores che, per ragioni le più diverse, hanno contribuito a edificare la storia della Calabria.  Si va da Annibale e Spartaco a Giulia figlia di Augusto, giù giù nel tempo fino alla Seconda guerra mondiale, passando per le Crociate, i vari Campanella, Murat, re Marcone, Dumas. Il curatore non dimentica la gente comune che a quei personaggi ha consentito di brillare, subendone spesso le vessazioni: le pagine sul terremoto/maremoto dello Stretto risultano, in quest’ambito, le più drammatiche e significative.Calabria

Il libro è stato presentato, sere fa, nella splendida cornice del complesso monumentale dei Dioscuri al Quirinale. Preceduto dal saluto del presidente Napolitano e di Paola Ruffo di Calabria, il dibattito con politici e intellettuali, moderato da Velia Jacovino, ha evocato i fasti, ma anche i lutti, di una regione che, a giusto titolo,  va considerata tra i territori che più hanno contribuito alla costruzione della cultura italica. Non casualmente il nome “Italia”, sino al V secolo a.C., era attribuito solo all’area peninsulare del basso Bruttium, l’attuale Calabria. Il perno della Magna Graecia avrebbe successivamente esteso la sua influenza culturale e politica all’intera penisola, caratterizzando l’amalgama che avrebbe generato prima la romanità, quindi l’italianità. Che la regione abbia guadagnato dalla trasformazione alla quale ha contribuito con tanta rilevanza, è questione tuttora aperta, che comunque non trova posto tra le tematiche del libro.

A Mele è piaciuto raccogliere gli episodi significativi di una storia dipanatasi nell’arco di almeno tre millenni, tralasciando la contemporaneità, convinto di contribuire a smorzare gli strali polemici che verso la Calabria, come verso l’intero Mezzogiorno, continuano ad essere lanciati dai tribuni dell’ovvio. Il tentativo, riuscito, è quello di distrarre il lettore dagli endemici malanni di un territorio che la natura prima (orografia e difficili vie di comunicazione interna), la storia poi (la crisi del Mediterraneo orientale ha coinciso con il crollo della struttura calabrese e la sua ricostruzione è stata impedita nel Novecento dalla commistione tra politica e malaffare) hanno destinato a difficoltà e complessità, chiamando attenzione su figure storiche a tutto tondo che ne hanno illuminato la crescita nel tempo.

Il titolo del libro, che definisce la Calabria “guerriera e ribelle”, riassume la scelta. Non la regione povera tra le povere d’Europa, prona ai voleri del malaffare omicida locale e della malapolitica romana, ma una terra abitata da gente consapevole del suo passato e della vocazione ad avere un futuro di operosità e lavoro, senza essere costretta ad emigrare come per troppe stagioni, dall’Unità in poi, si è trovata a dover fare. Dice tutto, dello spirito che il curatore mette nella raccolta dei saggi di storie di Calabria, la foto che apre i testi degli autori: ritrae i coniugi Mele in un gesto di intenso amore famigliare, con la didascalia “Ai miei genitori, fieri e onesti calabresi”.

Restano i problemi della Calabria e il disinteresse nel quale sono tenuti anche dal presente ceto di governo. Resta la consapevolezza del drenaggio di intelligenze e risorse umane tuttora in corso verso l’Italia e il mondo. L’esempio clamoroso del grande medico e scienziato calabrese Renato Dulbecco, è lì a confermarlo. Certo, la gloria del passato può essere uno degli ancoraggi da cui la gente “guerriera e ribelle” di Calabria può partire per la sua rinascita. 

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