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E un colpo di stato rovesciò l’Italia: è il “romanzetto” di Giorgio dell’Arti

L'autore lo definisce un "romanzetto", ma, pur muovendosi nell'ambito della fiction, I nuovi venuti esorta il popolo italiano a svegliarsi. Come in un diario di un colpo di stato efficientemente orchestrato, nel libro di Giorgio dell'Arti ci sono tutti i protagonisti della politica italiana degli ultimi vent'anni. E non se ne salva nessuno

Un feroce colpo di stato. Uno spietatissimo commando di Kosovari – mandati dai creditori EU – prende brutalmente controllo del Belpaese. Un campionato di calcio clandestino e violento, l’unica reazione, l’unica forma di resistenza, che viene accettata dai golpisti perché “…è ben noto l’odio che qualunque italiano nutre per qualunque altro italiano”.  Con una buona dose di umorismo (Marshall è il nome della figura che pretende e coordina il risarcimento per conto dell’EU Debitore), ma con altrettanta rabbiosa lucidità, l’autore di I Nuovi Venuti (Edizioni Clichy), come un Geremia dei nostri tempi, esorta il prossimo a svegliarsi dinanzi a delle realistiche conseguenze, metaforicamente illustrate in questa parabola all’Italiana, che parla a tutto l’Occidente di cui l’Italia è la culla.“Anche se viviamo un’epoca di pace lunga settant’anni, siamo in crisi perché abbiamo tutto e ostinandoci a non pagare i nostri debiti, preferiamo lagnarci, ignorando cosa sia davvero la miseria”. 

Dal libro di Giorgio dell'Arti, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, emerge un paese senza memoria ma il testo si legge come fosse l’autentico diario di chi un colpo di stato efficiente l’ha realmente orchestrato: come una testimonianza in presa diretta. Ci sono quasi tutti i personaggi politici e pubblici italiani di spessore degli ultimi vent’anni, citati per nome e cognome, e fa rabbrividire leggere della fine che molti di loro fanno nella fantasia dell'autore: una fine inclemente, per quanto logica e inevitabile se pensiamo alla storia di diversi coup d'etat, da quello dei giacobini a quello sovietico.  Se per alcuni il realismo suona pulp, questo la dice lunga su quanto siamo lontani dalla seria e sana introspezione auspicata dall’autore che in questa intervista ci dice come e perché ha concepito l'idea di un libro che immagina la rivoluzione.

Immagino che l’ispirazione per scrivere questo libro sia venuta dall’esperienza di vivere quest’ultimo ventennio o poco più. Ma qual è stata la scintilla, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che l'ha spinta a mettersi a scrivere più di due anni fa?

Mi sono messo a scrivere un pomeriggio sull’onda dell’indignazione per il caso del consigliere della Regione Lazio, Franco Fiorito, detto “Er Batman”.  Secondo me Batman ha superato ogni immaginazione di corruzione, anche per l’improntitudine, la sfacciataggine, l’esibizione della propria miseria morale, come se fosse una medaglia.  Cioè, non solo l’assoluta mancanza di vergogna ma addirittura l’opposto, cioè, quasi un dire:“Questo è il segno che siamo bravi, che siamo potenti: pigliamo questi soldi; ce li dividiamo, ci aumentiamo lo stipendio, facciamolo!”.  Quella è stata la scintilla. Ricordo di aver scritto l’attacco del libro in due ore. Poi andare avanti è stato difficile, ma l’ho iniziato nei giorni di Fiorito.

Chi sono per lei i lettori ideali di questo libro?

Non so rispondere, sono tutti. Penso che il libro sia abbastanza semplice da essere letto da tutti. Prima della pubblicazione ho fatto delle letture davanti e sette volte su dieci ho avuto reazioni entusiastiche mentre qualche volta c'è stato chi ha detto, “no, sai, è troppo violento”, oppure “non c’è la trama”

Che cosa si aspetta dall’esperienza di lettura di questo testo?  Quali reazioni, gesti,  conseguenze immagina sarebbero auspicabili?

Io spero di ottenere quello che ognuno che fa questo mestiere spera, cioè un aumento di consapevolezza. Il nostro paese non è consapevole della gravità materiale, cioè finanziaria – oltre che morale – dell’indebitamento. Continuiamo a dire che “il debito, sì, vabbé, però”. L’ho constatato in parecchi dibattiti: nel momento in cui intervengo e dico che che però i soldi bisogna restituirli, la risposta è sempre: “ma la vita viene prima”.  E naturalmente è difficile negare che la vita venga prima. Ma da questo a ignorare completamente, a non voler sapere, a non voler vedere, che noi non solo ci siamo indebitati, ma continuiamo a indebitarci sempre di più, ogni volta di più…  Purtroppo io sono ampiamente minoritario su questo, per non dire solo. Nessuno fa questo discorso sul debito.

Immagina una vita per questo testo oltre all’attuale forma di ‘romanzetto’ come lei lo definisce? Film, opera teatrale o altro?

Immagino che sarebbe un bel tema da sviluppare, una situazione completamente nuova, l’Italia travolta da una situazione di questo genere. Si può fare.

 

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