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Felici i felici, ma felici non si è mai

Già pubblicato in Italia con il titolo Felici i felici esce negli USA Happy are the Happy, di Yasmina Reza. Nel parlare di relazioni amorose, l'autrice francese che viene dalla scrittura teatrale, presenta solo fatti e riflessioni legate ai fatti, niente generalizzazioni o filosofia, e dettagli solo se servono. Uno stile mutuato dal palcoscenico 

 

Esce in questi giorni negli USA per la newyorkese Other press, tradotto da John Cullen, Happy are the Happy, di Yasmina Reza, già pubblicato in Italia per Adelphi con il titolo Felici i felici

Il segreto di questo libro breve ma intenso, è in fondo un non-segreto: il tema delle storie che intreccia, un po' come nel celebre La Ronde di Arthur Schnitzler, pietra miliare delle narrazioni circolari in cui un tenue filo lega tutti i protagonisti, è quello che tutti conoscono e di cui tutti hanno "fame", le relazioni amorose. Relazioni qui considerate in tutte le declinazioni possibili, ovvero tra coniugi di diverse età, amanti, genitori e figli e così via. Siamo sul terreno del più puro realismo, lo stesso percorso da tanti autori americani, come Raymond Carver ad esempio (per rimanere a chi si è dedicato a storie programmaticamente brevi). 

coverEppure Felici i felici, scritto da quella che è anche un'apprezzata autrice per il teatro, lascia il segno. Il segreto, ci chiedevamo. Probabilmente è il linguaggio, assieme alla materia trattata. Lo stile secco, oggettivo, che non lascia spazio a digressioni. Uno stile che si colloca esattamente agli antipodi rispetto a quello di un altro grande scrittore contemporaneo che ha scritto molto sull'amore e i matrimoni, Javier Marías, con i suoi periodi lunghissimi, con quel suo tornare e ritornare sugli eventi, con le sue frasi-sentenze di valenza generale. Reza – nata a Parigi nel 1959 da madre ungherese e padre russo di origini iraniane – è della scuola dello short cut, del taglio corto. Solo fatti e riflessioni legate ai fatti, niente generalizzazioni, niente filosofia (a meno che l'io narrante di turno non lo consenta). E dettagli solo se servono, se rivelano qualcosa: un cappello, una canzone, un'ordinazione al ristorante, un sms. Si direbbe uno stile mutuato dal palcoscenico, dove la narrazione può essere affidata solo alle azioni e alle parole degli attori. Uno stile che potrebbe facilmente tradursi anche in un nuovo copione per il cinema: Polanski nel 2011 ha tratto infatti Carnage da un'altra opera dell'autrice, Il dio del massacro. 

Il libro si apre con una citazione di Borges ("Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell'amore. Felici i felici", ovvero "Happy are the loved and the lovers and those who can do without love. Happy are the happy"), ma non lascia molto spazio alla felicità. Il primo racconto è ambientato in un supermercato: la coppia sta facendo la spesa, lui ha altro per la testa, deve scrivere un pezzo per il suo giornale, lei gli rimprovera di avere comprato un formaggio che non piace a nessuno in casa tranne che a lui, lui si rifiuta di rifare la fila e a sua volta le contesta i dolci con cui lei ha riempito il carrello, lei allora si mette in fila apposta e così via. L'infelicità dei protagonisti – anche quando sono malati di cancro che aspettano di iniziare la terapia quotidiana – non esplode in maniera eclatante. Ma è la trama delle loro vite. A volte a rivelarla è una battuta che qualcuno si lascia sfuggire incautamente, come quell'amante che insiste per farsi portare per una volta a casa di lui, e quando finalmente sono in salotto, ed iniziano a spogliarsi, si lascia sfuggire l'amara considerazione "Non lascerai mai tutto questo". Altre volte è un segreto gelosamente conservato: persino la coppia meglio assortita, che ancora si concede, dopo anni di matrimonio, romantiche cenette a due, ne nasconde uno, troppo bizzarro per essere considerato davvero tragico: la malattia mentale del figlio, che si crede Cèline Dion. 

libro italianoNemmeno il successo è garanzia di felicità: una giovane star che sta facendo un'intervista in un bar vede entrare l'uomo che l'ha "soggiogata" assieme ad un'altra donna, e perde la testa. Non c'è la scenata, ma c'è, palpabilissimo, reso con poche, emblematiche azioni, il rapporto di sudditanza che lega una persona innamorata  a chi la tiene in scacco, e la perseguita con condiscendenza. 

E il passare del tempo? È spietato. Forse ad illuminare la vecchiaia vi è solo l'occasionale riscoperta di qualche legame di amicizia prima trascurato, lubrificata dall'alcol. Ma che nessuno si attenda che le sue ultime volontà verranno esaudite. 

Intessute di dialoghi e di monologhi interiori, queste storie di amore e non-amore si legano l'una all'altra, seppur debolmente: se un difetto dobbiamo trovare è che a volte risulta difficile collocare i protagonisti di una storia nel quadro generale, ma probabilmente l'effetto è voluto, perché ogni racconto può reggersi anche da solo. In verità non ci dicono nulla di inedito sull'amore e la felicità (è poi possibile farlo? O hanno già detto tutto i greci?), ma non è importante. Conta di più il come lo dicono. 

 

 Yasmina Reza, Happy are the Happy, Other Press, 2015 traduzione di John Cullen.

In Italia: Yasmina Reza, Felici i felici, Adelphi, 2013, traduzione di Maurizia Balmelli.

 

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