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Barbara Bonomi Romagnoli: Irriverente e libera

Con il suo libro "Irriverenti e libere", Barbara Bonomi Romagnoli guarda alla storia del femminismo italiano degli anni 60 confrontandolo con quello di oggi ma ampliando il discorso a temi come l'immigrazione, lo sfruttamento e la globalizzazione

L'irriverenza disturba, irrita. Ma la libertà terrorizza. Quando poi questi due termini si coniugano con la parola femminismo il gioco è fatto: siamo in presenza di un'arma micidiale. Il libro di Barbara Bonomi Romagnoli, pubblicato da Editori Internazionali Riuniti, si colloca decisamente dalla parte della scrittura militante. E' un libro dedicato – come recita il sottotitolo – ai femminismi del nuovo millennio, ma è anche un libro che incrocia il percorso di gruppi di protesta e di lotta, "come si suol dire, misti: contro le guerre, contro il razzismo e lo sfruttamento delle persone immigrate, contro la globalizzazione liberista". Perché i femminismi, rigorosamente al plurale, "suggeriscono pratiche e politiche che intendono trasformare la vita di tutti: maschi, femmine, maschi che diventano femmine, femmine che si sentono maschi". Irriverenti e libere

Ciò che ne esce è un quadro aggiornato anche se per forza di cose non esaustivo delle vicende, delle esperienze, delle sperimentazioni dell'universo femminista degli ultimi 10-15 anni, articolato in 19 capitoli. I criteri di selezione sono stati due: in primo luogo, portare allo scoperto storie che non sono state sotto i riflettori dei media, o vi sono state in maniera marginale, e poi evidenziare percorsi che, pur partendo dall'Italia, hanno intrecci e connessioni con situazioni internazionali, a partire dal movimento no-global, nato naturalmente a Seattle alla fine degli anni '90 (e oggetto anche dei tragici fatti del G8 di Genova tornati recentemente sotto i riflettori dell'opinione pubblica europea).

Ma spazio viene dato anche a realtà ed esperienze che con il femminismo hanno un rapporto controverso, dalle Lucciole di Pordenone, primo comitato per i diritti delle prostitute, nato in nel 1982, al vasto panorama dei movimenti gay-transgender-bisex.

Alcune posizioni oggi risultano datate, e si prestano a chiavi di lettura diametralmente opposte rispetto a quelle per cui erano state originariamente pensate. Trent'anni fa, quando Carla e Pia, del movimento pordenonese, rivendicavano il diritto all'autodeterminazione sessuale, e quindi anche ad usare il sesso a pagamento come mero strumento per guadagnarsi da vivere, le loro tesi potevano risultare sanamente provocatorie, in un paese immobilizzato dall'ipocrisia quale era (ed è a tutt'oggi) l'Italia. Adesso, di fronte al dilagare delle escort, dei bunga-bunga, dei diari pubblici di "studentesse" che raccontano con un filo di compiacimento quanto sia facile pagarsi gli studi universitari e anche qualche svago in più prostituendosi, non c'è chi non veda come quelle tesi siano state perfettamente assimilate dal sistema, e siano anzi ad esso perfettamente funzionali. Cosa c'è di più "capitalista" (sono costretto a mettere tra virgolette questo termine, talmente difficile sembra essere diventato oggi usarlo in un'accezione critica) di una escort? Il sesso a pagamento è del tutto funzionale ad una società fatta di persone impegnate soprattutto ad essere competitive, ad inseguire i miti e i bisogni indotti del mercato globale, a consumare: è semplice, veloce, chiaro, poco impegnativo, non costringe a confrontarsi con l'altro, a perdere tempo con i sentimenti, a decifrare tra le pieghe del proprio vissuto ciò che si è o ciò che si è diventati.

In altri passaggi, invece, il libro è un vero godimento: scritto come un reportage, inframmezzando interviste, cronache, stralci di volantini, parti di siti web e naturalmente esperienze dirette, ci porta a fare conoscenza con vicende forse "minori", ma non per questo meno significative. Come quella del Sexyshock. Siamo in quella città irriducibile, unica in Italia, sempre radicalmente alternativa (nonostante i tanti tentativi di normalizzazione) che è Bologna: il 30 giugno 2001 circa tremila donne invadono con abiti colorati le vie del centro, per difendere i consultori pubblici e la legge 194 sull’interruzione di gravidanza. "Quel giorno – racconta Bonomi Romagnoli – nasce l’idea del progetto Sexyshock che, qualche mese dopo, a dicembre, entra all’interno di uno spazio occupato per creare un laboratorio politico aperto alle donne(…) inaugurando uno stile leggero e provocatorio che rompe anche con la tradizione dei movimenti femministi italiani". Frutto di questa esperienza, il primo sexy shop autogestito da donne e rivolto alle donne in Italia, un luogo che è più di un punto vendita, ovviamente, ma uno spazio per parlare di sesso e sessualità in maniera consapevole e creativa, senza le pesantezze dell'autocoscienza degli anni Settanta ma cercando di mettere tutte/i a proprio agio (un po' sul modello di uno spazio analogo a Londra).

Il femminismo degli anni 2000 è irriverente anche nei confronti dei propri compagni di strada, compresi quelli che all'interno dei vari movimenti si sono ritagliati la loro fetta di gloria, come Casarini & co. , per non dire di gente più truce come i Black Bloc: è il caso delle due autrici (che hanno accetato di farsi intervistare nel libro ma scegliendo di rimanere anonime) di La disobbedienza ha le zinne, storico documento provocatorio (storico nella misura in cui lo possono essere state, ad esempio, certe fanzine negli anni '70) uscito dopo i fatti di Genova. Un testo in cui si rivendicava addirittura il ruolo creativo – e quindi "rivoluzionario" – del concepimento, inteso nell'accezione più ampia possibile del tema, di contro alle pratiche più apertamente conflittuali dei movimenti. Senza alcun "buonismo", tuttavia: "Noi non eravamo a favore o contro la violenza a priori. Semplicemente pensavamo che lo scontro di piazza potesse essere una strategia in alcuni casi utile, ma che il più delle volte taglia fuori tantissime persone che non potrebbero e/o vorrebbero partecipare alla protesta secondo le modalità della aggressione fisica. La violenza può essere utile e necessaria ma non si esaurisce nello scontro fisico, e soprattutto deve essere pensata in maniera collettiva e orizzontale, non restare appannaggio di pochi (avanguardie o schegge impazzite)".

Un bel compendio, insomma, questo libro, che ritrae un universo disordinato, contraddittorio, sempre "alternativo", ritratto con lucido affetto. Fuori dalle riviste mainstream, fuori dai salotti televisivi.

 

Barbara Bonomi Romagnoli, Irriverenti e libere – femminismi del nuovo millennio, Editori Internazionali Riuniti, 2015. 

 

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