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Ecco perché anche l’Italia è “Il paese dove tutto è possibile”

Ho scritto Il paese dove tutto è possibile perché spinta dalle difficoltà che io stessa ho incontrato nel corso della mia carriera. Nelle interviste ai ventidue italiani di diverse generazioni che hanno raggiunto il successo in Italia in diversi settori, ho trovato le idee che possono essere utili ai giovani italiani d'oggi

 

Ho scelto di scrivere Il paese dove tutto è possibile, in inglese The country where anything is possible, perché spinta dalle difficoltà che io stessa ho incontrato nel corso della mia carriera. Faccio parte di quei trentenni italiani che si sono scontrati con un mondo del lavoro totalmente diverso da quello che ci era stato delineato nel corso della nostra formazione.

Secondo uno studio realizzato dal Forum Nazionale Giovani e dal Cnel, affermarsi in Italia senza essere figli d’arte e prima dei quarant’anni appare impossibile. Sembra che la quota dei professionisti italiani, dagli architetti ai medici e ai giornalisti, che ha un figlio che ha scelto lo stesso mestiere sia di gran lunga superiore rispetto a quella dei professionisti che ha un figlio che ha scelto un mestiere totalmente diverso. Non solo, ma anche i dati Istat sulla disoccupazione giovanile non sono rassicuranti nel nostro paese e nemmeno quelli relativi ai Neet (Not Engaged in Education, Employment or Training). Partendo da questi dati e dalla mia esperienza personale ho iniziato a scrivere questo libro. Svolgendo il mestiere di giornalista, ho incontrato diversi personaggi, più o meno famosi, che ho intervistato su temi di attualità o di cronaca. Alla fine delle interviste, mi è capitato spesso di fermarmi a chiacchierare e rivolgere loro alcune domande sul loro percorso personale. Mi sono accorta subito che quelle risposte mi fornivano input interessanti per valutare e prendere decisioni importanti nella mia carriera. Così, mi sono detta: perché non fornire questa possibilità anche ai miei connazionali che, come me, si stanno lambiccando il cervello per arrivare a fine mese (talvolta anche alla terza o addirittura alla seconda settimana) senza dover rinunciare ai propri sogni e alle proprie aspirazioni! E l’ho fatto.

Ho scritto un libro che è una raccolta di interviste a ventidue lavoratori italiani che hanno raggiunto il successo in diversi settori, dal cinema alla letteratura, dal settore imprenditoriale all’arte, alla musica. Fanno parte di diverse generazioni ed è proprio questo uno degli aspetti interessanti del mio racconto, a mio avviso: nelle risposte di personaggi affermati da decine di anni (come Dante Ferretti o Giancarlo Giannini), vengono espressi concetti che sono gli stessi che si ravvisano in alcune interviste dei più giovani presenti nel libro (come Lorenzo Castore o Federico Marchetti).

Ci si rende conto che alcune delle difficoltà che si incontravano venti o trenta anni fa, sono le stesse incontrate dieci o cinque anni fa. Questo non è rassicurante, perché dimostra che la nostra non è una società in evoluzione, ma conferma piuttosto che il nostro è un problema culturale. Per questo, a mio avviso, dobbiamo abbandonare l’idea che qualcuno pensi a noi, e per qualcuno intendo lo Stato o la politica in senso stretto, e smetterla di lamentarci tutti, ma dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo partire da noi stessi, dalle nostre qualità e tentare a tutti i costi di metterle a frutto, andando a bussare alle porte, talvolta inventandocelo un mestiere, credendoci. Perché anche da noi è possibile! Io ne sono un esempio, non che mi senta arrivata, ma sicuramente, se quel giorno nel grande magazzino, non fossi andata da Bruno Vespa – uno dei più rinomati giornalisti italiani – a chiedergli di entrare a far parte del suo team, non avrei mai avuto la fortuna di lavorare per lui e acquisire una professionalità che oggi mi accompagna in ogni passo. Credo nelle capacità dei miei connazionali, ovunque andiamo nel mondo siamo apprezzati per la nostra cultura, per la nostra elasticità mentale. Non dobbiamo dimenticarlo, anzi dobbiamo ricordarlo a noi stessi e agli altri. Per questo ho scritto questo libro e ho fatto e sto facendo di tutto per portare questo messaggio anche al di là dell’oceano oltre che nel mio paese. Sono partita da me stessa e adesso metto a servizio degli italiani, nel mio piccolo, la mia professione. E credo che ognuno di noi dovrebbe farlo. Tifo per la riscoperta dell’individualità, come ha detto nel suo intervento nel corso dell’evento alla Casa Italiana Emanuele Trevi, per poi metterla a servizio degli altri secondo una mentalità solidale, ma attenzione, solidale non perché si appartiene a un gruppo, a un clan o a una casta, ma per il solo fatto di essere italiani.  

Tra i personaggi intervistati presenti nel racconto, si trova Elisabetta Volpe che era presente mercoledì alla presentazione presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU. È venuta dall’Italia per raccontare la sua storia. Elisabetta dopo la laurea in Italia, realizza il dottorato in Immunologia presso l’Università di Tor Vergata a Roma. Poi, trascorre un periodo di tre anni presso l’Istituto Curie di Parigi, passando da un rimborso spese di 800 euro a uno stipendio di 2.300 euro. È voluta tornare in Italia però, per ragioni personali.

Per un intero anno, gira diversi laboratori. Approda all’Istituto Santa Lucia di Roma, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Dopo qualche mese, Elisabetta vince il bando che il ministero della Salute in quegli anni (parliamo del 2009) ha destinato ai giovani ricercatori sotto i quarant’anni. Era un finanziamento rivolto a cinquantadue progetti in qualsiasi campo della ricerca. Quello di Elisabetta, relativo allo studio del sistema immunitario in particolare all’equilibrio tra le cellule patogeniche e quelle protettive, otterrà 498 mila euro per un lavoro di tre anni. Ma non è finita qui, L’Istituto Santa Lucia ha assunto Elisabetta con un contratto a tempo indeterminato. Ultimamente, è stato pubblicato un lavoro sui risultati raggiunti attraverso la sua ricerca e del suo laboratorio guidato dal Professor Luca Battistini, anche lui tornato in Italia dopo un periodo statunitense. Si tratta del lavoro di completamento di questi anni di studio. Nel suo laboratorio, hanno identificato una risposta protettiva dell’organismo per controbattere la malattia, più precisamente hanno identificato una popolazione di cellule che viene messa in atto per combattere quelle infiammatorie. Questo è importantissimo, perché permetterà poi a chi svolge la ricerca sui farmaci, di partire proprio da questa scoperta per amplificarla, per potenziarla. Potenziare questa risposta attraverso i farmaci.

All’obiezione secondo cui il successo di Elisabetta è stato determinato dal fatto che abbia avuto la possibilità di andare all’estero, rispondo che in realtà non è così, probabilmente ha inciso in maniera positiva da un punto di vista conoscenze acquisite e di esperienza, ma non di possibilità in sé per sé. Talvolta, in Italia, soprattutto nell’ambiente scientifico e medico, i giovani che trascorrono un periodo all’estero, potrebbero trovare difficoltà a farsi reintegrare nel sistema. Purtroppo, chi è rimasto, soprattutto i più grandi – a quanto mi hanno raccontato giovani medici e ricercatori italiani – forma una barriera nei confronti di chi torna da fuori perché potrebbe essere più preparato di chi non si è mosso o perlomeno potrebbe portare qualcosa di nuovo nel gruppo di lavoro che però i più grandi non conoscono e si sentono pertanto minacciati di poter essere superati nella gerarchia. In ogni caso, come dice Umberto Veronesi al microfono del mio registratore, “parlare di fuga di cervelli è paleonazionalismo”, noi siamo cittadini del mondo. Dobbiamo uscire dalle logiche del nepotismo e della raccomandazione, è fondamentale poter andare fuori a studiare e poter accogliere giovani ricercatori dall’estero in modo che ci sia uno scambio interculturale sotto ogni punto di vista e mettere nelle condizioni anche chi va via di tornare. Ebbene, saranno pochi e piccoli gli esempi riportati nel mio scritto, ma ci sono. Alcuni anche nel settore medico scientifico sono tornati e stanno svolgendo per noi e per il nostro paese un ottimo lavoro. Così come ci sono gli imprenditori e gli artisti, gli scrittori, che ce l’hanno fatta o che ce la stanno facendo, che se ne sono andati e poi sono tornati o che non si sono mai mossi.

Il mio testo è dedicato a tutti miei connazionali, a quelli che restano per stare vicino alla famiglia e lottano con le unghie e con i denti per rimanerci e a quelli che se ne vanno, faticando incredibilmente ad amalgamarsi con una cultura che non è la propria e a stare lontano dai propri cari, è dedicato a chi non si piange addosso ma cerca di trovare la strada, seppur faticosa, per arrivare all’obiettivo, è dedicato a tutti quegli italiani che ce la mettono tutta, per ricordare loro che il nostro paese non è finito, ma continua a vivere e a svilupparsi. Il mio intento è quello di ricordare al mondo che l’Italia è piena di risorse, voglio portare un messaggio positivo tra di noi e all’estero relativo al nostro paese, non relativo alla politica, ma relativo a chi l’Italia la fa davvero: i suoi abitanti. Il mio libro è dedicato a tutti quelli che tentano di farcela.

Per questo ho deciso di pubblicare alcuni stralci del mio libro in inglese, spero che ci sia un editore interessato a collaborare con me nel diffondere questo messaggio.

 


SimonelliElisa Simonelli, laurea in comunicazione, Master in giornalismo della Luiss, professionista a 26 anni. Ha lavorato in diversi canali TV come redattrice e come inviata. Ha scritto e condotto diversi programmi per Rai Educational. Per tre anni è stata inviata di Bruno Vespa per "Porta a Porta". Ha pubblicato con Giulio Perrone Editore diversi racconti e poesie. Collabora con la Rai come autrice e conduttrice free lance ed è direttore della casa editrice Galattica. Con il libro "Il paese dove tutto è possibile", porta avanti il suo progetto di diffondere in Italia e all'estero un messaggio positivo del Belpaese.

 

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