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Il libro “Il sacrificio di Eva Izsak” rievoca dolorose memorie personali

Januaria Piromallo alla presentazione del suo libro

Januaria Piromallo alla presentazione del suo libro

"Il sacrificio di Eva Izsak" é l'avvincente resoconto di un episodio realmente accaduto e raccontato magistralmente da Januaria Piromallo. Ma questo è anche uno di quei casi in cui l'interesse per questa storia trascende la pura recensione di un libro e richiama alla memoria dolorosi ricordi personali e familiari

Questa volta parliamo di un libro. Non sono molte quelle denunce di un'ideologia politica nei casi in cui si proclama una verità universale e suprema, quando questa non è che un alibi per le più luride immoralità private. Penso a Arthur Koestler, a Anton Ovseyenko, che è appena morto, e a pochi altri. Adesso ne è apparsa in Italia un’altra che tutte le librerie Feltrinelli hanno esposto per qualche giorno in vetrina come “libro del momento”. Si intitola “Il sacrificio di Eva Izsak” e lo ha scritto Januaria Piromallo, una giornalista che ha rimesso insieme i brandelli sparsi qua e là di un’incredibile storia vera, riguardante la morte di una giovanissima attivista comunista ebrea nell’Ungheria ancora controllata dai tedeschi verso la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Eva

Nella foto, la copertina del libro

Giustificata a suo tempo come necessario sacrificio alla causa marxista, questa morte non era in realtà che l’esito intricato di segrete gelosie, invidie, avidità di potere, perfino di un intento di furto ai danni della vittima da parte dei suoi sedicenti compagni. Pur essendo già, da diverso tempo, tornata a galla la storia non aveva avuto finora che una minima risonanza, cosa tanto più incredibile in quanto essa coinvolge anche una personalità di una certa notorietà: il matematico e filosofo Imre Lakatos, epigono di Popper, già docente alla London School of Economics e morto una quarantina di anni fa.

Io trovo quanto mai tempestiva la riesumazione fatta dalla mia collega per essere stato, sia pure da ragazzo, testimone oculare di quel periodo di atrocità e follie e perché siamo in un momento in cui anche in Germania, per esempio, attraverso il processo di una novantatreenne guardia di un campo di sterminio, si cerca di impedire l’evaporazione dei ricordi e delle colpe mentre scompaiono uno dopo l’altro gli ultimi superstiti della ferocia nazista.

Ma c’è anche un’altra ragione, di natura personale, che mi rende particolarmente sensibile a questa storia. Riguarda mio fratello Franco morto qualche anno fa, romanziere e poeta italiano che fu tra i primi antifascisti della giovane generazione universitaria messi in carcere da Mussolini poco dopo l’intervento dell’Italia in guerra. Appena ventenne, non comunista anzi anticomunista, ma ugualmente impegnato in una individuale azione segreta contro il fascismo, aveva commesso lo sbaglio di credere nella collaborazione della cellula comunista dell’Università di Roma in una comune resistenza al regime e alla guerra. Fu invece denunciato alla polizia fascista proprio dai suoi presunti compagni nel più vile dei mercanteggiamenti di cui questi furono capaci per proteggere se stessi. Fu per pura fortuna che riuscì poi a scampare al massacro degli oltre trecento detenuti del carcere di Regina Coeli perpetrato dai nazifascisti nelle cosiddette Fosse Ardeatine, cioè alla rappresaglia tedesca per l’attentato contro gli anziani richiamati sud-tirolesi in divisa tedesca uccisi dalle bombe di via Rasella.

Il capo degli attentatori, tutti volatilizzatisi istantaneamente dopo l’anonimo gesto pur sapendo che l’inevitabile ritorsione tedesca sarebbe costata la vita a centinaia di innocenti, era lo stesso capobanda che aveva mandato in galera Franco. Anche questa quindi, una storia molto complessa che rimane da chiarire. Quanto al libro della Piromallo, apparso nelle edizioni Chiarelettere SpA di Milano, è reperibile nelle librerie italiane e su Amazon in edizione cartacea per una trentina di dollari, come e-book per meno.  

 

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