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Davide Desario racconta la sua Roma barzotta

"Barzotto" è un termine utilizzato per definire qualcosa di incompiuto, che resta a metà e che il giornalista e scrittore Davide Desario usa per descrivere, nel libro Roma barzotta, la sua città natale, eternamente prigioniera delle sue contraddizioni e a metà strada tra passato e presente

Consultando il vocabolario della lingua italiana, il termine barzotto viene equiparato a quello di bazzotto. Il significato di entrambi è equamente suddiviso in “fra sodo e tenero (esempio:delle uova)”, “grassoccio”, “alticcio (del vino)” e “poco pratico in un’arte” (senza specificare il tipo di arte). Cercando qua e là su Internet troviamo altri interessanti punti di vista. Per qualcuno, infatti, barzotto è un termine che indica qualcosa a metà tra uno stato e l'altro. Alcuni invece dicono che abbia a che fare con la cottura e che in passato, infatti, lo si usava per indicare qualcosa di cotto poco e male, specialmente riferito ai biscotti. Molti dichiarano, senza mezze parole, che l'aggettivo indichi lo stato intermedio del membro maschile, tra il rilassamento e l'erezione.

A Roma, in particolare, propendiamo per quest’ultimo dei vari significati possibili, anche se il termine, da immagine sessuale, salta spesso tutti i campi intermedi possibili, fino ad accedere ad un più tenero aspetto psicologico, una condizione particolare e molto comune.

«Sto’ barzotto», diciamo davvero molto spesso, ad indicare una condizione d’animo né euforica, né depressa, e quindi una via di mezzo a volte del tutto incolore, senza abbaglianti luci né drammatiche oscurità.

Il giornalista Davide Desario ha addirittura scelto di usare questo termine per indicare una città, la sua che, guarda caso, è anche la mia e quella di moltissime altre persone.

“Roma barzotta” è appunto il titolo del libro pubblicato da Avagliano Editore, approdato recentemente in libreria e diffuso anche in edizione e-Book.

Desario scrive per Il Messaggero da vent’anni e, per le sue inchieste, ha ricevuto il riconoscimento speciale al premio Cronista del 2008 e ha vinto l’Amalfi Coast Media Award del 2009.

Dal 2003 è alla direzione del sito online del giornale, il messaggero.it, e ha pubblicato, nel frattempo, anche un altro ottimo libro: “Storie Bastarde. Quei ragazzi cresciuti tra Pasolini e la banda della Magliana”.

Insomma lui è uno che non solo vive in questa città ma che, di questa città e delle cose che ci sono dentro, se ne intende davvero molto.

«Perché barzotta? Perché Roma è una città così, una meraviglia e, al tempo stesso, una cialtrona», sostiene Desario nel suo booktrailer, visibile su Youtube «Ti abbraccia con un tramonto e, contemporaneamente, ti prende a schiaffi con il suo degrado, la sciatteria, il lassismo. E barzotta è il termine più giusto per lei, perché è una città incompleta che non riesce a difendere la tradizione né a diventare una metropoli europea completa.»

Il giornalista ha raccontato tutto questo piano piano, dapprima nella rubrica “Senza rete” pubblicata sul suo giornale, prendendo magari come spunto un post di Facebook pubblicato da qualcuno, oppure un rapido Twitter che passa sfarfallando sulla rete. Ecco quindi nascere il libro, con i suoi mini racconti romani che spaziano dagli striscioni antisemiti apparsi allo stadio alla fila interminabile alle Poste, dall’impossibilità di vivere bene il proprio handicap perché le carrozzine in questa città non riescono proprio a passare da nessuna parte agli anziani che vanno a pagare le multe e l’Imu ai propri figli che non hanno mai tempo. Per non parlare dei vagabondi che vivono ai margini, del caffè richiesto rigorosamente “al vetro” e dei due Franceschi, uno Papa, l’altro giocatore di calcio, più comunemente chiamato “il capitano”.

Desario si sofferma un po’ su tutto, dall’invasione dei camion bar della famiglia Tredicine al vecchio negozietto del barbiere catturato dai cinesi e dai loro improbabili capi d’abbigliamento.

E poi ecco gli odori di Roma, spesso gradevoli profumi dei gelsomini in fiore oppure dei supplì appena fritti, altre volte vere e proprie puzze, specie di chi si lava poco e prende i mezzi pubblici.

Capitolo riservato poi ai poveri turisti e alle tante difficoltà, se non addirittura trappole che uno straniero deve affrontare qui, dall’improvvisa scomparsa dei bagagli all’aeroporto di Fiumicino, alle viscide pretese dei tassisti abusivi, fino agli scippi delle zingarelle sulla metro o in pieno centro.

L’abbecedario delle cose romane non si ferma certo qui, poiché questa è una città che non si fa mai mancare nulla. Ed ecco quindi le soste selvagge in seconda e anche in terza fila, la gente che si perde al Verano, lo storico cimitero di San Lorenzo, formato da un dedalo di viuzze molto difficile da sbrogliare, il grande problema degli ambulanti abusivi che organizzano quotidianamente veri e propri suk praticamente in tutti i quartieri, le buche che invadono ormai ogni via e che ti fanno rischiare la pelle, soprattutto se giri in motorino, le fontane del centro dove la gente si immerge a volte del tutto come si trovasse ad Ostia e i venditori indiani di ombrelli che, non appena piove, sembrano spuntare dal nulla come dei fantasmi a comando.

Ma poiché Roma, al contrario, si legge Amor, allora il nostro giornalista Desario deve per forza segnalare anche tutte quelle cose buone che poi ce la fanno sempre finire per amare questa nostra città. La corrente del Tevere che, all’isola Tiberina, si fa più rapida e copre il rumore delle suonerie dei cellulari. L’urlo della curva sud dello stadio Olimpico dopo il goal, che il vento porta dall’altra parte del fiume. Il chiasso dei bambini che giocano nei parchi. Gli zoccoli dei cavalli che trascinano le famose “botticelle” verso piazza di Spagna. Gli stormi di uccelli che, all’improvviso, abbandonano gli alberi intorno al laghetto dell’Eur e formano strani disegni nel cielo.

«Il mio libro non è un saggio e neppure un romanzo.», dice ancora l’autore «Ma, forse, tutte e due le cose insieme. I cento piccoli affreschi raccolgono i disagi e le incongruenze, certo, ma anche il fascino e la bellezza di questa città che tutti, comunque, continuiamo ad amare così tanto».

 

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