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Maternità e morte tra le montagne di un femminile oscuro: Rogo di Giacomo Sartori

Foto: Marco Pontoni

Foto: Marco Pontoni

Tre donne, tre epoche diverse, una colpa comune: il rifiuto della maternità. In Rogo di Giacomo Sartori tre storie si intrecciano per raccontare, in una lingua cristallina, il perpetrarsi di un destino in cui la donna è stata confinata, per secoli, non potendo conciliare maternità e aspirazioni, marito e sessualità

Un uomo scende una parete impossibile, gli sci ai piedi, "lieve e elegante, fragile e ostinato, una farfalla in un giorno di vento". Una donna che ancora non conosce l'osserva dal  basso, percependo se stessa come una ricompensa, per quella sfida che l'uomo ha lanciato alla montagna e alla legge di gravità, le dispiace solo "di non essersi lavata i capelli, di non essere bella come avrebbe potuto". Lei, che è veggente, lo ha già sognato. Sa che quello è il suo uomo. La sera, alla cena in onore dell'impresa, gli si presenta. Si appartano per parlare e fumare marijuana. Poi passano la notte assieme

Comincia così Rogo, libro molto bello di Giacomo Sartori classe 1958, agronomo con  numerose pubblicazioni di narrativa all'attivo, perlopiù per editori medio-piccoli. Un libro che affronta un tema che ha del terribile. Attenzione, spesso di un libro si dice che è "terribile", così, per colpire l'attenzione del lettore. Poi, a volte, la materia può essere sì sconvolgente perché tocca tabù o corde che pochi se la sentono di far vibrare. Ma lo sviluppo, la resa narrativa, insomma la trama o il lessico o entrambi o qualcos'altro ancora, non corrispondono alle aspettative. In questo libro succede quello che a volte succede, per fortuna: forma e sostanza si sposano bene, il matrimonio è riuscito.

SartoriIn Rogo, pubblicato per CartaCanta di Forlì, Sartori dà voce a tre donne, a tre destini di rifiuto, estraneità, persecuzione. E colpa. La loro colpa, ciò che le accomuna, attraverso i secoli, è di avere rifiutato la maternità. Di essere, in senso proprio o lato, infanticide. C'è stanza più oscura di questa? C'è materia più terribile? Si potrebbe pensare che il linguaggio adoperato da Sartori rifletta questa oscurità o che si inerpichi su per le pareti dell'indicibile. Che citi Medea, i greci. Ma la lingua di Sartori è cristallina, anche se ruvida, priva di barocchismi, come si addice a uno scrittore di montagna (è nato a Trento anche se vive per la maggior parte del tempo a Parigi) o che scrive di montagna (il pensiero corre al suo quasi concittadino Joseph Zoderer, che ne L'italiana usò un approccio simile per raccontare a sua volta uno splendido personaggio femminile). Ed è anche la lingua della terra, del mondo materico, dei corpi, sani o torturati, dei bisogni immediati, mangiare, bere, resistere alla fatica, pulire il sangue sparso, è la lingua dell'incessante alternarsi delle stagioni e degli eventi atmosferici, che è poi, come noto, l'alternarsi di pieno e vuoto nel grembo femminile, destino a cui poche donne si sottraggono nelle società contadine. 

E anche oggi, nella montagna "civilizzata", con protezioni sociali impensabili fino a un paio di generazioni fa, con reti in fibra ottica, sistemi di welfare sofisticati e assessorati che si occupano di "pari opportunità", il generare, il dare nuova vita, non è detto sia sempre un evento limpido, senza segreti né misteri: una di queste storie, ad esempio è ispirata a un fatto di cronaca recente, una gravidanza nascosta fino all'ultimo e poi tradottasi in un infanticidio malamente occultato. Ma sarebbe sbagliato, ci dice Sartori, estrapolare quell'evento drammatico dal contesto, il contesto di una vita intera, con un prima e un dopo l'evento destinato a segnarla per sempre.

Tre storie, dunque, che si alternano e si intrecciano. La prima, ambientata alla fine degli anni '70, ovvero al tramonto degli ideali freak e libertari che hanno attraversato il decennio. Lucilla, alcolista, veggente, crede di poter ricominciare con Ilio, uno scalatore, alto, asociale, vagamente anarchico, ma non sa che gli scalatori – come tutti coloro che amano gli sport estremi, come tutti coloro che amano qualcosa di diverso rispetto ad un altro essere umano – sono la quintessenza dell'egoismo, al di là della loro patina romantica. 

Poi c'è Anna, e siamo ai giorni nostri, siamo in una famiglia di certo non povera se non di attenzioni, Anna abbandonata dal padre separato, che quando c’è parla solo dei Caraibi dove si è trasferito, Anna trascurata da un marito più evanescente che cattivo, Anna che stipa letteralmente il suo corpo di cibo, preda della bulimia, e così, quando inizia ad ingrassare per un altro motivo, a nessuno viene in mente che sia incinta. 

E poi abbiamo la Gheta, un salto nel passato, nel 1600 dei processi alle streghe, e le valli alpine ne hanno conosciuti a iosa, Gheta accusata di manipolare gli agenti atmosferici, di scatenare temporali, di conoscere la magia delle erbe e di avere aiutato alcune donne ad abortire con gli infusi d’artemisia. Gheta che ritorna in sogno a Lucilla, ormai vecchia, fattucchiera della nonna di Anna e della stessa Anna, e il cerchio si chiude.

Sono dunque tre storie diverse quelle narrate in queste pagine, ma sono storie che sempre lì tornano, al grembo, alla maternità, a quella figura muta e terribile che campeggia in copertina con un infante  in braccio, a segnare un destino che si perpetua o un passaggio di testimone ineluttabile.  Sullo sfondo, muti, i non-invitati, i bambini respinti, ritornati alla terra, nel mondo ctonio, come direbbe Bachofen, che appartiene alla donna, o in cui piuttosto la donna è stata confinata, per secoli, non potendo fare altro, non potendo conciliare maternità e aspirazioni, allattamento e lavoro, cure parentali e vita sociale, marito e sessualità. Non potendo nemmeno utilizzare i suoi saperi o esercitare i suoi poteri, perché guardata con sospetto dall’uomo, o da esso semplicemente ignorata, l’uomo vuole l’Eiger, il K2, vuole ciò che si svetta e che è altro da sé, mentre la sua compagna si rivolge a se stessa, alle sue visioni, alla profondità della sua psiche.

C’è soprattutto una gran pena, in queste pagine, anche in fondo ai passaggi più duri, quelli delle torture che il Tribunale dell’Inquisizione infligge alla Gheta, o quelli in cui i personaggi di Sartori, tolte le maschere, parlano il linguaggio pratico, spiccio, di chi si sente perduto: i carabinieri verranno, bisogna negare che il feto respirasse, bisogna dire che era solo di 6 mesi, per la legge cambia tutto, qui finiamo dentro. La vita di provincia si ostina a voler proseguire normalmente, con la sua alternanza di lavoro e vacanze, con le piccole ambizioni di una famiglia di artisti. Ma "il passato si proietta sul futuro, è inevitabile", sentenzia la veggente. Come si spezza il cerchio? Con la psicanalisi? Con la scrittura? Con il femminismo? Con le buone leggi? Con i successi di Astrosamantha, altra donna di montagna, ma tutt’altro che ctonia, tutt’altro che veggente, lei proiettata nello spazio, lontanissima dalle donne di questo libro? Forse affrontando prima di tutto i fantasmi maschili, che sono di gran lunga i più terrificanti.

Un libro che speriamo di vedere in traduzione americana. 

 


Giacomo Sartori, Rogo, CartaCanta editore, 2015.

 

 

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