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Il coraggio di Giorgio Ambrosoli e dei tanti come lui

Con Umberto Ambrosoli, autore del libro Coraggio  e consigliere regionale PD in Lombardia, abbiamo parlato del padre Giorgio, assassinato a Milano nel 1979, a causa di quanto aveva scoperto della banca di Sindona e i suoi legami con la criminalità organizzata: "Nella normalità sappiamo che è possibile farsi coraggio e superare la paura anche se è così forte da far tremare le gambe" ci ha detto

Me la ricordo, quell’intervista, l’ho ascoltata tante volte, un documento prezioso, nonostante gli anni trascorsi: con voce calma, come se non parlasse di qualcosa che lo riguarda direttamente, sillaba: “Michele Sindona non lo ritengo un’eccezione, un qualcosa di troppo raro. Probabilmente ce n’è ancora qualcuno, in giro. Cambia il nome, cambia la faccia, ma la sostanza rimane…”.  Allude a Roberto Calvi? Chissà. Certo, di Sindona e di Calvi, impuniti ed operanti, ce ne sono in quantità. Poco, ma sicuro. 

L’intervistato si chiama Giorgio Ambrosoli: protagonista e vittima di una storia di tanti anni fa e che è bene non dimenticare. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della Banca Privata di Sindona, il finanziere legato ad ambienti mafiosi e piduisti, e al centro di una colossale speculazione finanziaria. Ambrosoli ricostruisce gli imbrogli messi in essere da Sindona; fa il suo dovere e per questo, per mesi, riceve minacce, intimidazioni, sempre più circostanziate, precise, “pesanti”. Lui però non cede, va avanti. Ha un senso del dovere verso la collettività e verso se stesso, che gli impone di fare esattamente quello che fa, per responsabilità verso se stessi, per non doversi vergognare di fronte ai figli. Così, la sera dell’11 luglio 1979 a Milano, Ambrosoli viene assassinato sotto il portone di casa. Il killer è un mafioso venuto dagli Stati Uniti, Joseph William Aricò. Nell’ambiente lo chiamano “Billy lo Sterminatore”. Il mandante è Sindona. 

Arrestato nel 1982, Aricò muore il 19 febbraio 1984: precipita mentre tenta di evadere dal Metropolitan Correctional Center di Manhattan dov’è rinchiuso. Dopo il killer, è la volta del mandante: Sindona muore avvelenato nel carcere di Voghera, il 22 marzo 1986. Un caffè alla Pisciotta. Suicidio, si stabilisce; e a volerlo credere c’è comunque da spiegare da dove sia venuto fuori quel cianuro: o il carcere di Voghera all’epoca disponeva di un “ufficio cianuro”, dove chi voleva poteva acquistarne una pasticca; oppure qualcuno quel veleno a Sindona glielo ha procurato. Se qualcuno ci chiede del cianuro, e soprattutto se è chiuso in cella, difficilmente lo userà per combattere i topi. Quindi è un “suicidio” che si avvicina molto a un omicidio; e vai a sapere se Sindona, a un certo punto, vistosi crollare il mondo addosso, ha preferito chiudere la partita in quel modo, oppure è stato in qualche modo spinto a farlo, se qualcuno gli ha fatto la classica offerta che non si può rifiutare. Ma non divaghiamo, non è Sindona e la sua vicenda che qui interessa. 

libroIl “preambolo” serve per comprendere come mai vado a parlare con il figlio di Ambrosoli, Umberto. Anche lui è avvocato, vive a Milano, ha scelto di impegnarsi in politica, è consigliere regionale, eletto dal Partito Democratico. È  all’opposizione: la Lombardia è governata da una giunta di centro-destra guidata dal leghista Roberto Maroni. Ambrosoli ha scritto un libro, significativamente intitolato Coraggio. Coraggio da intendere come virtù civile; come capacità di assumere consapevolmente un rischio anche grave, per opporsi a situazioni negative per la collettività. Come seppe fare suo padre. Lo incontro nel suo ufficio, alla Regione. 

“Il libro – mi dice – vuole servire proprio a questo. A dire: guardate che tutti abbiamo la possibilità di vivere l’esperienza del coraggio. Perché è dentro di noi, dentro il nostro cuore, dobbiamo ascoltarlo, dobbiamo metterci al servizio e dobbiamo avere la possibilità di agire in coerenza con questo moto, con questa forza”. 

Gli chiedo se conosce il detto: più coraggioso è il topo, più il gatto ingrassa; e osservo che in Italia, purtroppo, i cimiteri sono pieni di persone coraggiose…   “È vero, lo so bene – risponde – E tuttavia questo non mi esime dal credere e dal dire che responsabilità, talento della libertà, consapevolezza, senso del dovere, professionalità sono le parole e le espressioni con le quali io stesso ho voluto raccontare in centinaia di incontri pubblici l’insegnamento di mio padre, sapendo che sono tutte parole legate l’una all’altra da un significato che è proprio anche del coraggio”. 

Gli domando se non c’è mai stato un momento in cui si è detto: avrei preferito un padre meno coraggioso, ma vivo, con me, come tutti gli altri suoi coetanei.

UmbertoUn’ombra, inevitabile, sul viso; non c’è retorica nella sua risposta, il tono è quello di chi ti dice “è andata così”: “Mio padre mi è mancato, certo mi ha lasciato un grande vuoto. Ma ho avuto la fortuna di avere una madre che è stata forte, animata dagli stessi valori di mio padre, e che ha saputo infonderci ai miei fratelli e a me, quei valori e quel senso di responsabilità che erano di mio padre. Mi è mancato certo, ma sono sempre stato orgoglioso di lui e di quello che ha fatto”. 

Una lunga pausa, poi sfoglia una copia del suo libro: “Per farmi capire meglio le leggo un brano di quello che ho scritto, ed era un momento in cui pensavo proprio alle cose che mi ha chiesto: ‘Nella normalità, dando ascolto a ciò che intendiamo come il senso della nostra vita, sappiamo che è possibile farsi coraggio, e superare la paura, anche se è così forte da far tremare le gambe. Il coraggio della parola, della denuncia, quello di non stare a guardare con indifferenza o volgendo lo sguardo altrove, quello di determinare il cambiamento delle cose che non riteniamo accettabili, quello di far esplodere le potenzialità della propria responsabilità e della comunità cui partecipiamo’”. 

Umberto deve correre in aula a votare; mi congedo. Mentre torno alla stazione per prendere il treno che mi riporta a Roma penso a quanto sia diffusa la convinzione che la politica sia cosa sporca; e chi fa politica è come dire gangster. Si possono fare decine, centinaia di casi a supporto di questa convinzione. Ma c’è anche, per fortuna, un’altra realtà. I Giorgio Ambrosoli non sono casi isolati, eccezioni. 

Una Commissione parlamentare ha svolto (e concluso) un serio lavoro per mettere in luce la dimensione del fenomeno delle intimidazioni ad amministratori locali; e ha presentato il risultato dei suoi lavori; se ne ricava che dal 1974 a oggi, in Italia sono state assassinate 132 persone tra sindaci e consiglieri comunali. Persone che hanno voluto fare il loro dovere, “accada quello che può”. Aggiungiamo gli episodi di minacce, aggressioni e comportamenti violenti ai danni di amministratori: tra il gennaio del 2013 e l’aprile del 2014 la commissione parlamentare ha registrato 1.265 episodi, una media di tre al giorno. Sicilia, Calabria e Campania sono teatro del 73 per cento degli episodi di intimidazione agli amministratori pubblici, ma il fenomeno riguarda anche le regioni del Nord del paese. Per dire: nella provincia di Torino si registra il 4,4 per cento degli episodi denunciati. Vogliamo limitarci al 2013? Ben 351 episodi intimidatori, il 66 per cento in più rispetto al 2010, quando ne furono censiti 212. Azioni tipicamente mafiose, come il rogo dell’automobile (24 per cento), lettere minatorie con allegato proiettile (25 per cento); incendi di abitazioni e sparatorie (5 per cento); uso di tritolo, bombe carta, bottiglie molotov, petardi (4 per cento). Sempre per restare al 2013: 75 episodi in Puglia (21 per cento); e poi la Sicilia (20 per cento), la Calabria (19 per cento). In Emilia Romagna 10 episodi; in Lazio 15; in Veneto 9; in Lombardia, Piemonte, Toscana, 8. 

È evidente che se le varie organizzazioni criminali ricorrono all’intimidazione e alla violenza, è perché cresce il numero delle persone che si ribella, che intende fare il suo “dovere”. Un tempo non ce n’era bisogno: il pubblico amministratore “spontaneamente” aderiva al desiderio del boss, sapeva quello che doveva fare ancora prima che fosse detto; non c’era neppure bisogno di dirlo. Questi episodi di violenza, le intimidazioni, gli attentati, stanno a significare che il potere di questi criminali viene messo in discussione; si ha appunto “coraggio”. 

Giorgio Ambrosoli era ben consapevole dei rischi che correva. Alla moglie aveva scritto una lettera che parla appunto del coraggio di chi fa il proprio dovere, del dovere di avere coraggio. Quella particolare virtù che è racchiusa nel motto salveminiano: “Fa quel che devi, accada quel che può”. Eccola, la lettera: 

   “Anna carissima, sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me, perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Unione Monarchica Italia, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti; ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allegare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto… Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi…Giorgio”. 

 

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