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Letture e riletture per le feste 2015

Approfitti, chi può, del maggior tempo a disposizione durante il periodo delle festività natalizie per andare a scoprire o riscoprire (perché un vero lettore non legge solo le nuove uscite) il piacere della lettura e della rilettura. Un buon punto di partenza può essere la nostra classifica-non classifica di fine anno

A Natale critici e lettori forti si scatenano con le classifiche di fine anno. A me hanno sempre creato un po’ di imbarazzo perché una classifica attendibile uno la può fare solo se ha letto tutto, cosa impossibile. Inoltre, diciamolo: un vero lettore forte non legge solo le nuove uscite, le alterna a libri che ha lasciato indietro, anche classici, perché chi può dire di aver letto tutti i classici, o almeno, una loro selezione esauriente? E chi può dire di avere letto tutti i titoli degni di nota dell’anno precedente?

Fatte queste premesse, affrontiamo questa sfida. Lo farò in maniera personalissima, come sempre, basandomi soprattutto sulle uscite in Italia (quindi citando anche libri pubblicati prima del 2015 nei paesi di origine, ma tradotti in italiano quest’anno). E siccome in Italia in questi giorni imperversa una polemica (una “polemichina”) scatenata dalle dichiarazioni del proprietario di una delle più famose librerie del Belpaese, la Feltrinelli di Bologna, sotto alle due Torri (dove ho passato anch’io alcuni dei momenti migliori della mia vita universitaria), il quale avrebbe dichiarato che lui di solito “le autrici non le legge né le consiglia”, iniziamo subito con le scrittrici, posto che per me queste distinzioni di genere non hanno molto senso.

La prima è Elena Ferrante, il cui Storia della bambina perduta è stato inserito dal New York Times fra i 100 migliori libri del 2015 (è uscito in Italia nell’ottobre 2014); in patria, invero, si comincia ad avvertire un po’ di “saturazione” nei confronti dell’autrice, di cui ancora si ignora l’identità (capita a chi ha molto successo, capita da un pezzo ormai anche a Erri De Luca, fra gli altri), ma indubbiamente il credito di cui gode la Ferrante all’estero fa piacere e a giudizio di chi scrive è un successo meritato.

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Zadie Smith, autrice de L?ambasciata di Cambogia

La seconda è Zadie Smith, che della Ferrante è una schietta ammiratrice: in Italia nel 2015 è stato tradotto un suo racconto lungo che abbiamo recensito a suo tempo, L’ambasciata di Cambogia (Mondadori, uscito originariamente sul New Yorker nel 2013): si tratta di una storia di immigrazione – in questo caso dall’Africa a Londra – molto “vera”, asciutta, per niente sdolcinata.

Aggiungo Igiaba Sciego, scrittrice italianissima anche se di origini somale, con il suo Adua (Giunti), storia che procede dall’Italia fascista ai giorni nostri, e che ha per muto testimone l’elefantino del Bernini che, a Roma, regge l’obelisco di piazza della Minerva, vicino al Pantheon. Una storia cruda e lirica assieme, quella che racconta, forse un po’ troppo “tirata via”, per i miei gusti, ma di sicuro impatto in un paese che con il suo passato coloniale i conti non li ha fatti mai.

Fra gli altri libri usciti nel 2015 che non si può non avere letto, ne cito due. Il primo è Sottomissione (Bompiani) di Michel Houellebecq, che immagina una Francia nel 2022 in cui, al termine di una grave crisi istituzionale, il governo cade nelle mani di una coalizione guidata da un partito islamico. Uscito nei giorni del massacro alla redazione di Charlie Hebdo, il libro, che avrebbe comunque fatto parlare di sé, ha avuto una “vetrina” mondiale ancora più ampia. Houellebecq è uno scrittore cinico, misogino, misantropo, antiutopista, nella miglior tradizione francese: il suo merito è indubbiamente quello di affondare entrambe le mani nel dolore del mondo contemporaneo (ricordiamo lo scandalo di Piattaforma, che trattava una storia di turismo sessuale, ricordiamo il suo mettere in scena la propria stessa morte in La carta e il territorio, ambientato nel mondo dell’arte contemporanea), utilizzando, di volta in volta, sempre lo stesso io narrante, almeno come “tipo umano”. In questo ultimo lavoro, più che l’Islam, al centro vi è forse la crisi di un’Europa, incapace di risolvere le sue contraddizioni altrimenti che con una “fuga dalla libertà”, per dirla con Eric Fromm, che approda questa volta anziché ad un qualche tipo di fascismo, come negli anni 20-30 del secolo scorso (e fino agli anni 70 se consideriamo la penisola iberica e la Grecia) ad un regime teocratico. Con una certa soddisfazione dei cittadini francesi di sesso maschile, che in questo modo tornano a mettere le briglea alle loro donne.

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Joseph Zoderer, autore de I colori della crudelt?

Il secondo romanzo che vorrei “nominare” è Così ha inizio il male (Einaudi) dello spagnolo Javier Marías, che torna ancora una volta sul tema che gli è caro, e già magistralmente trattato in Un cuore così bianco, fra gli altri: i segreti e la necessità di non rivelarli, mai, a nessun costo, pena la rovina e la morte. Al centro, come sempre, una storia d’amore, di sentimenti e di tradimenti. Ma in questo romanzo si inserisce prepotentemente anche la storia, ovvero il passato franchista della Spagna, così velocemente liquidato dopo l’avvento della democrazia, un passato fatto di ombre pesantissime, ma anche di miserabili soprusi, come quello che uno dei protagonisti del romanzo, un medico stimato per il suo buon cuore e la sua generosità, commetteva sulle donne delle famiglie cadute in disgrazia nei confronti della dittatura.

Ancora qualche segnalazione. Il premio di qualità del Corriere della Sera quest’anno è andato al nuovo libro di Claudio Magris, Non luogo a procedere (Garzanti). Di Magris è più nota la produzione saggistica – a parte Danubio, naturalmente, che fu un successo strepitoso – ma questa volta il professore triestino ritorna alla narrazione con una storia che esplora un capitolo doloroso della sua città, legato al campo di concentramento della Risiera di San Sabba (unico vero e proprio campo di sterminio nazifascista sul suolo italiano durante la Seconda Guerra Mondiale).

Vorrei ricordare inoltre due autori diciamo “meno noti” di cui mi sono occupato in questa rubrica: Giacomo Sartori, che con il suo Rogo (Cartacanta) intreccia tre dolorose storie di donne attraverso i secoli, e Joseph Zoderer, italiano per nazionalità, ma tedesco per lingua, di cui nel 2015 è uscito in Italia I colori della crudeltà (Bompiani, l’originale in lingua tedesca è del 2011). A questi due scrittori, entrambi “di montagna” (il primo è trentino anche se vive a Parigi, il secondo sudtirolese), mi risulta facile affiancarne un terzo, Carmine Abate, di origini arbëresh (calabro-albanesi), che ha appena dato alle stampe La felicità dell’attesa (Mondadori), una nuova storia, anzi saga, di emigrazione, quella della famiglia Leto, dal Sud d’Italia all’America. Una storia dove ad un certo punto compare anche Marilyn Monroe.

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Richard Ford, autore di Tutto potrebbe andare molto peggio

E il romanzo americano? L’anno scorso avevamo dato la palma a Jonathan Lethem. Quest’anno forse a Tutto potrebbe andare molto peggio (Feltrinelli) di Richard Ford (Let Me Be Frank With You il titolo originale del libro, uscito negli Usa nel 2014): quattro episodi per raccontare la vecchiaia che avanza, i disastri dell’uragano Hurricane Sandy nel New Jersey, il passato (tragico) sepolto nelle case e nella memoria, le malattie e le maniere per esorcizzarle.

Ma vi confesso – per tornare a quanto scrivevo all’inizio – che il romanzo americano più bello che ho letto quest’anno (e forse negli ultimi anni) non è una nuova uscita e neanche una traduzione fresca di stampa: è Stoner di John Williams (Fazi), uscito originariamente nel 1965, passando all’epoca quasi inosservato. In Italia è stato ripubblicato nel 2012, sull’onda di una straordinaria riscoperta oltreoceano: la storia è quella di una vita-vita, con tutti i compromessi, le sconfitte e le gioie che ci possono stare dentro. Su questo libro si è scritto di tutto e di più. Posso solo dirvi: andatevelo a leggere, o a rileggere.

Chiudo con un traditional per le feste: A Child’s Christmas in Wales, prosa di Dylan Thomas, originariamente registrata per la radio a New York, nel 1952, sulla base di un testo pubblicato in precedenza su Harper’s Bazaar (ed edito per la prima volta in volume due anni dopo, per New Directions Publishing, NYC). L’opera è diventata un classico delle festività natalizie, è stata portata in musica da John Cale e più volte a teatro. In qualsivoglia forma riusciate a reperirlo, fatelo vostro. Buone feste.

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