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Benedetta Centovalli su editoria italiana e terremoto Mondazzoli

Benedetta Centovalli

Benedetta Centovalli

Per cercare di orientarci nel terremoto (ribattezzato Mondazzoli) che sembra aver colpito l'editoria italiana, tra fusioni, acquisizioni, scatti di nervi e polemiche a colpi di interviste contrapposte, ci facciamo una chiacchierata con Benedetta Centovalli, critico letterario e da anni nei laboratori più significativi della grande, media e piccola editoria

Anno nuovo, vita nuova. Per l’editoria italiana certamente sì. Il 2016 si apre infatti sotto il segno delle novità, in un panorama che sta affrontando una profonda trasformazione dovuta alla fusione di Mondadori e Rizzoli, o meglio l’acquisizione da parte di Mondadori di RCS Libri per 127,5 milioni di Euro, siglata lo scorso ottobre. Mondadori, che possiede già Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, si impadronisce così anche di Rizzoli, Bompiani, Fabbri, Marsilio – ma non di Adelphi, che torna nelle mani di Roberto Calasso, il fondatore e direttore editoriale, nonché socio di minoranza, il quale ha esercitato la prevista opzione di prelazione in caso di cambio di proprietà, rientrando in tal modo in possesso del 58% della casa editrice che era di RCS. D’altra parte, Mondadori ha ceduto Harlequin, specializzata in romanzi rosa, all’americana Harper Collins, del gruppo di Rupert Murdoch.

Risultato: Mondadori arriva a controllare il 35% circa dell’editoria d’autore in Italia. Ma l’uscita da Bompiani, all’indomani della firma dell’accordo, del direttore editoriale Elisabetta Sgarbi che insieme a molti dei “suoi” autori – il monumentale Umberto Eco in primis, con Tahar Ben Jelloun, Michael Cunningham, Claudio Magris, Hanif Kureishi e Susanna Tamaro tra gli atri – sta fondando una casa editrice indipendente, La Nave di Teseo, rischia di trasformare la Bompiani in una scatola (semi)vuota venduta come piena. Per di più, la Mondadori è sotto la spada di Damocle dell’antitrust che potrebbe avere qualcosa da eccepire e chiedere la cessione di una parte del gruppo.

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Marina Berlusconi

Insomma, un terremoto. L’agitazione nel mondo dell’editoria è palpabile. Scatti di nervi e polemiche a colpi di interviste contrapposte, tra Marina Berlusconi da un lato ed Elisabetta Sgarbi, Umberto Eco e il loro compagni d’avventura dall’altro, hanno inasprito non poco il clima (Eco si è spinto a parlare addirittura di differenze antropologiche, su Repubblica.it).

Per cercare di orientarci in questo scenario in movimento, ne parliamo con Benedetta Centovalli, che conosce profondamente l’editoria italiana e non solo, avendo lavorato per tanti anni nei laboratori più significativi della grande, media e piccola editoria come editor o direttore editoriale (dapprima a lungo in RCS), oltre a essere critico letterario che tiene seminari anche alla New York University e a Yale.

Cosa comporta la concentrazione di una fetta così ampia di mercato editoriale nelle mani di un unico soggetto, quello che i giornali ormai chiamano Mondazzoli? Diminuiranno le opportunità per gli autori meno commerciali, più sperimentali, o ancora sconosciuti? C’è una certa preoccupazione: ci si chiede se ci sia l’effettivo pericolo di un ampio controllo centralizzato, che limiterebbe pluralismo e libertà di espressione…

Come sempre ci sono elementi positivi e inevitabili allarmi. La creazione di un grande gruppo editoriale in grado di competere con i colossi stranieri (soprattutto dell’e-commerce) permette alla nostra editoria di stare al centro del mercato internazionale e questo è positivo. Certo all’interno diventa sempre più necessario vigilare sul mantenimento dell’identità dei marchi e sulla diversificazione delle offerte. E l’acquisizione in passato di Einaudi da parte di Mondadori dimostra che si può fare. Riguardo alla proposta di scrittori meno commerciali o di nuovi autori, le sigle editoriali con un profilo di ricerca dentro un grande gruppo potrebbero rafforzare questo loro impegno se solo si accettasse un orizzonte di risultati più a lungo termine.

In questo quadro, il ruolo dei piccoli editori sembra più che mai insostituibile. Come se la cavano? Ci sono nicchie di mercato in cui sopravvivono decorosamente oppure le loro sono tutte storie di quotidiano eroismo?

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Elisabetta Sgarbi

In Italia la piccola e media editoria è molto vitale e ha ottenuto nel tempo risultati importanti, basti pensare a e/o che ha inaugurato qualche anno fa negli Stati Uniti la casa gemella Europa Editions e adesso dopo quello italiano si gode il successo americano della Ferrante, o alla casa editrice Sellerio in ottima salute e con tanti successi da classifica. Sono casi straordinari, che hanno richiesto un impegno lungo, ma i cui frutti sono sotto gli occhi di tutti. Poi ci sono realtà come Marcos y Marcos, Iperborea, Minimum Fax, Nutrimenti che fanno un lavoro egregio di proposte italiane e straniere. Certo alcune piccole case faticano nonostante la qualità delle loro proposte, ma cercano di resistere.

Un altro fattore rilevante è l’impatto della grande distribuzione: il suo potere, la sua capacità di boicottare un editore, danneggiandolo economicamente e di fatto censurando i suoi autori, è stato ampiamente dimostrato da Amazon con le azioni messe in atto nei confronti di Hachette. Contro Amazon c’è stata la durissima reazione di centinaia di scrittori (tra cui grandissimi nomi come il Premio Nobel Pamuk, Roth, Kundera, Rushdie, Naipaul), che hanno firmato lettere e petizioni per segnalare il problema e bloccare il fenomeno. Cosa si può fare?

Credo che anche in questo caso si debba vigilare e fare attenzione per evitare situazioni di monopolio. La crescita di giganti internazionali dell’informazione e dell’e-commerce (Amazon, Google, Apple, più i social network come Facebook) dovrà andare di pari passo con la garanzia di una corretta e regolamentata diffusione del cartaceo e del digitale. Il fenomeno della disintermediazione e della reintermediazione dell’editoria digitale (opposto alla mediazione autore-testo e lettore dell’editoria tradizionale e alla centralità del ruolo dell’editore) è complesso e va analizzato di volta in volta, tenendo conto della variante self-publishing (l’autopubblicazione da parte dell’autore). La catena del valore non è più lineare e domina l’e-store (il negozio online) che è per lo più anche produttore di e-reader, smartphone e tablet. Ma al momento non mi sembra possibile né auspicabile una rapida sostituzione dell’editoria cosiddetta tradizionale, piuttosto un suo cambiamento pronto a mettere in discussione valori consolidati e a favorire una radicale ridefinizione del lavoro editoriale.

Come si sta evolvendo l’editoria contemporanea? Quali sono i modelli, culturali e di business, verso cui ci stiamo avviando?

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Umberto Eco

Il mondo del libro ha il suo passo che non è la corsa. Abbiamo salutato a volte con timore e terrore l’avvento degli e-book e adesso leggiamo che in USA, dove la crescita del mercato digitale sembrava inarrestabile e dove si prevedeva il sorpasso sul cartaceo nel 2018, c’è stato un arretramento (dal 22% al 20%) e una crescita invece della vendita dei libri di carta. Allora? Mi sembra che si debba lavorare in entrambe le modalità, dando al digitale il tempo di farsi adulto e al cartaceo di vivere la sua lunga vita a cui sembra al momento destinato. Il fatto che anche il mercato cartaceo del libro per ragazzi cresca ci indica che il nativo digitale per ora si affida per la lettura al libro tradizionale. Comunque i cambiamenti in atto sono profondi nella filiera del lavoro editoriale, e riguardano i modi tutti digitali di produzione, la sempre maggiore integrazione e coesistenza di edizione cartacea/digitale, la comunicazione e promozione del libro attraverso l’uso dei social, il passaggio dal possesso del prodotto cartaceo all’accesso dei contenuti digitali (all you can eat/read). Per non parlare della rivoluzione infinita che il self-publishing può rappresentare. In realtà il digitale cresce sia nelle proposte di manualistica, turistica o testi di consultazione, sia nella narrativa di genere, e può rappresentare un sicuro potenziamento dell’offerta laddove il cartaceo risulta meno remunerativo (secondo il “principio della coda lunga” di Chris Anderson, cioè il passaggio dalla logica dei mercati di massa alla logica della massa dei mercati, con conseguente incremento della percezione del valore http://www.thelongtail.com/about.html). Insomma il libro continua a vivere accanto al digitale, a diffondersi con l’e-commerce, valorizzando il suo essere oggetto unico culturale e rilanciando il ruolo dell’editore che opera su tre principi fondamentali: giudizio di valore, rischio della scelta, piacere della lettura. Alla fine un libro non ha bisogno di ricarica, ci può essere – come dice Asimov – qualcosa di più moderno?

Un’ultima cosa. Ce la farà La Nave di Teseo (così come altre iniziative analoghe) a navigare in questo mare?

Una nuova casa editrice con un progetto importante è un’avventura a cui non possiamo che guardare con grande curiosità e simpatia. Buona navigazione!

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