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Dove sei antimafia, dove sei?

Il libro di Giacomo Di Girolamo, giornalista troppo "stravagante" per la Sicilia

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E' uscito per Il Saggiatore, "Contro l'antimafia", il saggio di Giacomo Di Girolamo in cui, continuando la sua "conversazione" col boss della mafia Matteo Messina Denaro, denuncia l'antimafia di facciata che contribuisce alla semina dei valori di Cosa Nostra

“Giacomo Di Girolamo? Chi stravaganti…”. Anche voi lettori conoscete bene il giornalista di Marsala, collaboratore “della prima ora” de La VOCE di New York, vincitore di premi importanti, scrittore di libri altrettanto importanti, ma che per i suoi paesani resta uno così “stravagante, spostato, scomposto, casinista, scapigliato… e un po’ pazzo”. E lui lo sa, Giacomo, di essere percepito da tanti, troppi, siciliani come se fosse lui la “pecora nera”, quella che spunta infatti tra le pecore bianche della copertina del suo ultimo libro Contro l’antimafia. Perché stravagante? Perché lo scrittore-giornalista marsalese, si ostina a voler svolgere il suo mestiere in Sicilia, quindi a far ciò che nell’isola viene considerato da tanti, da troppi, un peccato mortale: fare le domande!

Giacomo Di Girolamo

Giacomo Di Girolamo

Giacomo ogni mattina, da circa sette anni, da una delle radio più ascoltate dell’isola, ne fa una di domanda che tanti, tutti, ascoltano anche se fanno finta di non ascoltare, ed è sempre la stessa: “Dove sei, Matteo? Dove sei?”. Matteo è quello con due cognomi, Messina Denaro, figlio di Don Ciccio, boss ormai buonanima di Castelvetrano, il figlio del mafioso che è diventato più importante del padre da quando don Totò ‘u curtu e don Binnu ‘u tratturi finirono in galera. Infatti dovrebbe essere lui, Matteo senza don, l’ultimo boss dei boss di Cosa Nostra. E mentre lo Stato “ufficialmente” lo cerca da quasi trent’anni a Messina Denaro facendogli, ripete sempre lo Stato, “terra bruciata” (e quanta Sicilia si può bruciare in trenta anni?), Giacomo dal suo microfono di Marsala continua a chiedere “Matteo dove sei?”. Però, come anche nel suo ultimo libro, Giacomo ripete anche di saperlo benissimo dov’è che si “nasconde” Matteo: a casa sua. Già,  in quella provincia di Trapani dove la potenza della mafia fu battezzata, anno 1860 (Sbarco dei Mille a Marsala?  Solo una coincidenza….). Dove da anni Matteo fa affari, dando lavoro, curando la sua famiglia e, quando necessario al bene del suo regno, ammazza e fa ammazzare.

Ma l’ultimo libro di Giacomo Di Girolamo, questa volta, non ha Matteo Messina Denaro per protagonista. Ovvero lui c’è sempre, ma non è più Matteo alla sbarra, come era ne L’invisibile, quel primo libro in cui con assoluta “mancanza di rispetto” e schioccando mezza Sicilia, Giacomo dava del tu al boss latitante, e gli scriveva sapendo già troppo di lui. Per quel libro più volte ristampato, sempre sold out, e che continua ad essere introvabile nelle librerie siciliane perché esaurito ancor prima di uscire dagli scatoloni, Giacomo non ha ricevuto ancora un euro. Pubblicato da un editore di Roma un po’ distratto, della serie “vendi il libro e scappa”. Un libro che hanno letto tutti e che nessuno avrebbe comprato mai. Appunto, invisibile, lo diceva pure il titolo.

Per l’ultima “bomba” editoriale di Di Girolamo, questa volta fatta esplodere con un editore serio come il Saggiatore che aveva già curato il precedente e bellissimo saggio Dormono sulla Collina di cui abbiamo già scritto, si scaglia, come dice già quel titolo, Contro l’antimafia. E Giacomo lo fa scrivendo e conversando ancora con Matteo, riconoscendogli che ha vinto lui, grazie soprattutto a molti, troppi “quaquaraquà” dell’antimafia, quella dei politici, giornalisti, conferenzieri, professori, autori e compagnia bella del “faccio cose, vedo gente”, che parlano parlano senza far mai le domande che andrebbero fatte. E così hanno, almeno negli ultimi venti anni, più che combattuto la mafia, ecco l’hanno “assicurata” all’immortalità.

Per Giovanni Falcone, la mafia, come tutti i fenomeni umani, aveva una nascita, una crescita e quindi una morte, ma per quell’antimafia di cui si occupa il libro di Di Girolamo, insamaddio succeda che mafia si possa sconfiggere!  Fin quando c’è mafia c’è speranza per gli antimafisti di professione.  Fu Leonardo Sciascia il primo a scorgere il pericolo di una antimafia di facciata che favoriva la mafia, perché con un “nemico finto” la mafia si rafforza. E in questo giornale, siamo stati primi a chiamare Giacomo Di Girolamo, per sensibilità culturale, pensiero libero e azione indipendente, degno erede del testamento intellettuale lasciato da Sciascia per la Sicilia. E infatti ci aspettavamo da Giacomo un libro come Contro l’antimafia. Un libro che porterà velenose repliche nell’Italia dell’antimafia che conta, quella che fa “terra bruciata” per intenderci.

Giacomo il libro lo ha scritto perché doveva. Non aveva scelta lui, perché Giacomo è innanzitutto un giornalista. Lo ha scritto con coraggio civile e passione per la sua terra, amore finora non ricambiato. Rischiando assai, anzi troppo. Sentendosi quindi sempre più solo. Rimanendolo di fatto solo. Perché lo sanno tutti che il suo nemico più pericoloso non è più Matteo, ma si cela in quella “cosa grigia”, titolo di un altro suo bel libro, tra coloro che avrebbero dovuto e potuto scovarlo tanti anni fa Matteo Messina Denaro e invece di fargli “terra bruciata”, con la loro inettitudine nel migliore dei casi, o complicità nel peggiore, hanno dato e continuano a fornire alla mafia quel terreno fertilissimo per riprodursi e dare i suoi frutti più velenosi.


Di seguito, per i lettori di VNY, un estratto dal libro di Giacomo Di Girolamo,  Contro l’antimafia (Il Saggiatore, 2016).

contro-l-antimafia_pc-391x550Dal 2000 a oggi, secondo i dati del catalogo del Servizio bibliotecario nazionale, sono usciti 450 libri riconducibili per tema o per soggetto alla mafia. Si tratta, in quindici anni, di una media di trenta libri annui. Vuol dire che c’è una «domanda» di libri sulla mafia, nonostante la crisi del mercato editoriale. E infatti, negli scaffali delle librerie, ormai, i libri sulla mafia fanno catalogo a sé. Tu entri nel reparto saggistica, e ci trovi sempre il reparto: mafia. Ce n’è davvero per tutti i gusti: confessioni, reportage, interviste, monografie, saggi, autobiografie, analisi economiche, pamphlet. I magistrati che raccontano le loro inchieste ai giornalisti, i giornalisti che parafrasano le inchieste dei magistrati, le ordinanze prese come sono e pubblicate, le vite delle vittime della mafia, il reportage su mafia & ambiente, mafia & corruzione, mafia & politica, mafia & racket. Come tira la mafia, in libreria! A volte, poi, escono libri così brutti, che dopo averli sfogliati per qualche minuto mi dico: ma come si fa a pubblicare un libro così? Nessun filtro, nessun rispetto per il lettore, nessun lavoro redazionale. La verità me la suggerì una scaltra libraia di uno sperduto paese siciliano, qualche tempo fa. Aveva in vetrina solo libri di mafia e calendari con i gattini, libri del tipo Il mio gatto, Tutto ciò che devi sapere sul tuo gatto. Io guardavo la vetrina, lei guardava me. Disse: in libreria tutto ciò che ha che fare con la mafia o con i gattini vende. Dovrei scrivere un libro sui gattini assassinati dalla mafia, le dico per scherzare. E lei: vero? Ci sono gattini uccisi dalla mafia? Brrr… meglio non pensarci.

(…)

Il problema è il silenzio. Perché mentre crescevano a dismisura i libri sulla mafia, paradossalmente, aumentava il silenzio su chi la mafia la racconta davvero (…). La grande sconfitta dell’antimafia è anche questo. Aver costruito una narrazione della mafia che parla solo a un’élite ed è autoreferenziale, con giornalisti che si raccontano le cose tra loro: hai ricevuto il mio libro? Sì, tra un po’ esce il mio. Su cos’è? Non te lo posso dire… anzi… te lo dico, va’: sulla Trattativa. (Tutti i giornalisti antimafia in Italia, da qualche anno a questa parte, hanno un libro in uscita sulla Trattativa). In questa narrazione ci si dimentica di tutto il resto, di chi la mafia la racconta da vicino, del silenzio che c’è intorno (…).

Abbiamo raccontato la mafia semplicemente a chi era pronto ad ascoltarla, per disposizione d’animo, per coinvolgimento emotivo, per obbligo scolastico. Tralasciando tutto il resto. E così abbiamo favorito un clima di silenzio, che si è divorato l’opinione pubblica. E il giornalismo. Il giornalismo non esiste più. Quanta gente viene da me in redazione a raccontarmi un fatto, anche grave, per poi dirmi: ci vorrebbero Le Iene o Striscia la notizia, ne ha i contatti? E io che ci sto a fare, allora? Nulla. Perché non faccio parte dello spettacolo, perché la complessità del ragionamento, del lavoro d’inchiesta, oggi, non ha più spazio, non ha ascolto (…). E allora che devo fare? Io ho il sospetto che non ci siano più parole, per raccontare tutto questo. Le parole non esistono più. Il giornalismo non esiste più. Raccontiamo le cose mentre avvengono, ma spesso ci scordiamo di spiegarle, ancor più spesso di interpretarle. Il giornalismo antimafia, poi, vive anche di ricorrenze. Alla vigilia di ogni 19 luglio o di qualunque altro anniversario è una rincorsa: l’intervista al barbiere di Borsellino, a quello che gli vendeva il pane. Quando Falcone era giudice a Trapani. Parla il primo amore del magistrato antimafia. L’amico del compagno di banco di Peppino Impastato… Un racconto almanaccato della mafia, che a volte sfocia in certi servizi che starebbero bene nelle rubriche della Settimana Enigmistica: «Non tutti sanno che…» o «Spigolature». E il paradosso è che non si parla di mafia, pur essendo la mafia presente quasi ogni giorno sui giornali. Perché è ormai una parola prezzemolo, che rende interessante ogni articolo. Come i gattini nella terza colonna dei principali giornali online (…).


Ogni volta che mi presentano come giornalista antimafia mi sento un impostore. C’è qualcosa di incongruo, come un lezzo di ciarlataneria. E levala ’sta benedetta qualifica, penso: sono giornalista punto, giornalista punto e basta. Non esiste il giornalismo antimafia, e non è giusto che esista, che lo si cerchi. Qual è? È quello dei giornalisti che fanno copia carbone delle ordinanze delle procure, incuranti di masticare vite umane sulla base di informazioni che magari vengono smentite il giorno dopo? Questi non sono giornalisti, sono sensali della notizia. È un’altra cosa.

Vuoi fare carriera? Fatti amico un magistrato, ma non uno da collegio giudicante, che ti frega di quelli: un pm, uno da procura combattente. Ti passerà le carte delle indagini in corso; non potrebbe farlo, ma tu sei un giornalista, ed è il compromesso sul quale si basa la fortuna di molte carriere. Il magistrato ti fa avere le segretissime carte, tu fai da ufficio stampa del magistrato, esalti le sue indagini, i suoi metodi investigativi – ogni due per tre paragoni il suo modo di lavorare al «metodo Falcone» –, lui ti passa verbali di interrogatori prima ancora che siano noti ai diretti interessati, ti anticipa provvedimenti cautelari, brogliacci di intercettazioni top secret. Tu scrivi in anteprima e in esclusiva, detti la linea. Gli altri copieranno, e il caravanserraglio mediatico sarà avviato. Nella migliore delle ipotesi, se la «coppia» funziona, uno farà carriera come magistrato antimafia che fa inchieste che gli altri non fanno – e se dopo due anni si riveleranno tutte dei buchi nell’acqua la colpa sarà, ovviamente, dei «poteri forti» –, mentre il giornalista farà carriera come giornalista antimafia che scrive inchieste che gli altri non scrivono. I due scriveranno un libro insieme, magari, con «scottanti rivelazioni» o il «bilancio di una vita in prima linea». Dal libro nasce l’intervista in televisione, il tour di presentazioni nel paese, a teatro e nelle scuole, e poi da lì, magari, la consulenza per qualche programma d’inchiesta, una fiction, l’idea per un film, o un altro libro, e poi c’è l’emergenza da risolvere, e allora il magistrato diventa commissario, oppure viene candidato; e il giornalista segue questo iter, tra uffici stampa prestigiosi e libri di memorie.

Quanti giornalisti parlano in pubblico di pm, procuratori e magistrati, appellandoli come «il mio amico». Serve a delimitare il territorio, a mettere in chiaro come stanno le cose, a dire: ecco il mio santo. E io penso sempre a quei versi di Vincenzo Caldarelli:

Santi che dai loro tabernacoli
sono sempre fuori a compiere miracoli.

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