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L’Europa all’anno zero e le colpe dei giornalisti

Presentato alla Rizzoli di New York il libro di Eva Giovannini sulla crisi d'identità e di valori democratici in Europa

di Nicola Passarotto
europa anno zero

Da sin. James Fontanella-Kahn, Eva Giovannini, Luca galletto e Gianni Riotta

"Europa anno zero", il viaggio reportage della giornalista Eva Giovannini che diventa un libro di denuncia sulle pericolose contrapposizioni ideologiche che ormai oppongono "nazionalisti vs internazionalisti" nel continente europeo. Con l'autrice, hanno discusso Gianni Riotta, James Fontanella-Khan e Gianluca Galletto

“Nazionalisti versus Internazionalisti”, ovvero la nuova contrapposizione ideologica plasmata da Marine Le Pen per sostituire l’obsoleta Destra Vs Sinistra. “Populisti patrimoniali”, la definizione ideata da alcuni studiosi per indicare quei movimenti politici determinati a fomentare la paura di perdere il proprio patrimonio, un patrimonio economico ma anche valoriale, culturale. Il viaggio intrapreso dalla giornalista Eva Giovannini e riportato sul suo libro Europa anno zero (ed. Marsilio, 2016) – presentato mercoledì alla libreria Rizzoli di New York dall’autrice e da Gianluca Galletto, direttore Affari Internazionali della NYC Economic Development Corporation, con interventi  del  giornalista e docente alla Princeton University Gianni Riotta e del corrispondente del Financial Times  James Fontanella-Khan – lega tra loro vari movimenti politici, popoli e nazioni attorno soprattutto alle concezioni di nazionalismo e populismo, ma ritrovando in essi anche tendenze xenofobe e “sovranismo”, più ancora che “fascismo”.

europa-anno-zero-coperti a“Sono movimenti entrati nel Parlamento europeo e in continua ascesa – racconta l’autrice – ma per contrastare questa crisi, in questo ‘anno zero’, serve a mio parere, e controcorrente, più Europa, maggiore coesione, unità, una rifondazione, una leadership nuova. E alla reazione irrazionale data anche dall’Italia alle sfide economiche o all’immigrazione siamo responsabili anche noi giornalisti – afferma – quando facciamo da megafono a sparate populiste, come quella di ‘invasione’ in arrivo dalla Siria e da paesi limitrofi: 1 milione di persone quando in Europa siamo in 500 milioni. È davvero corretto parlare di invasione?”.

Nel libro vengono analizzati quei partiti politici che sembrano avere due forti punti in comune: il ritorno all’Europa pre-Shengen e alle monete nazionali. Stiamo parlando di “un’Europa che fino a pochi anni fa sembrava potesse essere immune da destre estreme o dal pericolo di guerra – dice James Fontanella-Khan, corrispondente del Financial Times  – ma oggi deve farci i conti, non sono forze che vanno marginalizzate ma comprese. E magari proprio senza il Regno Unito – afferma – l’Europa potrebbe ritrovare un maggiore spirito di unità”. “Sono poi partiti con un’elettorato simile – indica l’autrice – spaventato dalla crisi economica, formato spesso da operai, disoccupati, giovani”.

eva giovannini

Eva Giovannini  alla Rizzoli mentre firma le copie del suo libro

Un viaggio percorso da Eva Giovannini nella sua esperienza da inviata, iniziato nel 2012 e testimoniato nel suo libro con incontri, dati ed interviste, che ha toccato essenzialmente sei paesi europei: dalla Francia di Marine Le Pen, che cavalca la riscoperta dell’orgoglio nazionale, al Regno Unito di Nigel Farage, leader dell’Ukip. Dalla marcia dei “nuovi patrioti” di Pegida, in Germania, all’estrema destra ungherese; dalla Grecia di Alba Dorata e dell’alleanza tra Syriza e gli indipendentisti cattolici di Anel, fino all’Italia della Lega Nord di Salvini, che riparte dalla Sicilia per rifondarsi e dichiara guerra alle élite europee e all’immigrazione. “Relegare questi movimenti con facili etichette, in Europa ma anche con Donald Trump ora negli Stati Uniti, come quella di fascismo – concorda il giornalista Gianni Riotta – può essere controproducente, se non errato ed inutile. Ricordiamo che la globalizzazione agli albori, da politici come Blair, veniva definita ‘buona’, poi nel giro di quindici anni lo scenario è mutato completamente, ora c’è un maggior desiderio di chiusura. Ma più in generale il motivo principale della crisi è stata la tecnologia, che ha distrutto tra le altre la manifattura e messo in crisi il mercato del lavoro”.

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