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Quando a Ellis Island Muhammad Alì mi disse: “I love Italy”

Ricordo del pugile da un estratto del libro di John Cappelli, "Memorie di un cronista d'assalto"

di John Cappelli
Muhammad Ali

Giulio Saraudi, Anthony Madigan, Cassius Clay (Muhammad Ali), Zbigniew Pietrzykowski sul podio alle Olimpiadi del 1960

Alla fine degli anni Ottanta, un incontro casuale con un pezzo di storia americana. Stavo lasciando Ellis Island e sul traghetto che riporta a Manhattan, al piano superiore mi si siede accanto il pugile Muhammad Ali. Pesantissimo, lento e tremante, ostaggio del Parkinson

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo due passaggi del libro di memorie di John Cappelli, il grande giornalista americano-italiano scomparso nel 2009. Il libro autobiografico che John stava scrivendo e che è stato curato da Luigi Troiani, uscirà per le Edizioni l’Ornitorinco, di Milano, col titolo Memorie d’un cronista d’assalto.

 

Con perfetto tempismo, ero arrivato a Roma per le Olimpiadi. Da perfetto italoamericano, tifavo per gli atleti americani, e gli amici con i quali ero cresciuto non mi riconoscevano più. Mi spellavo le mani per Wilma Rudolph, e per un pugile che si chiamava ancora Cassius Clay e che sarebbe presto diventato Muhammad Ali, e così ancora si faceva chiamare tanti anni dopo quando lo incontrai di nuovo, in ben altra situazione, casualmente.

….

Ad Ellis Island è legato un altro incontro, del tutto casuale, alla fine degli anni Ottanta, con un pezzo di storia americana. Stavo lasciando, in anticipo sulla conclusione, la cerimonia della consegna delle medaglie della Libertà. Sul traghetto che riporta a Manhattan, al piano superiore mi si siede accanto il pugile Muhammad Ali. Pesantissimo, lento e tremante, ostaggio del Parkinson.

Ero stupito che circolasse solo e senza assistenza, lui che nella coscienza collettiva figurava per l’insuperata classe sul ring. Appariva l’ombra della gazzella ammirata alle Olimpiadi di Roma dove lo avevo visto vincere la medaglia d’oro (in quei giorni avevo la mente piena di gioia, per la maratona vinta da un campione etiope nella città e nello stadio dei trionfi dell’invasore Mussolini).

Ali vede il mio cartellino da cronista, e con voce bassissima mi dice ‘I Love Italy’, meritando di essere aggiunto all’istante alla collezione di grandi neri americani che mi hanno detto la stessa cosa.

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