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John Cappelli: vita inimitabile di un cronista d’assalto

Il libro di memorie del mitico giornalista "americano ma italiano" che raccontò mezzo secolo di USA nel segno della libertà

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La copertina del libro di memorie di John Cappelli curato da Luigi Troiani per le Edizioni l'Ornitorinco (2016)

Al Centro Studi Americani di Roma presentate le memorie postume curate da Luigi Troiani per le Edizioni l'Ornitorinco. Da una prospettiva unica, per Paese Sera e poi Il Progresso Italo americano e America Oggi, John Cappelli ha attraversato l'epopea di un'America in fermento: dalle lotte contro la discriminazione ai processi di mafia della "Pizza Connection"

(Questo articolo è stato aggiornato il 2 dicembre con la cronaca della presentazione del libro avvenuta a Roma il primo dicembre e che trovate in basso, alla fine della recensione).

Esistono vite straordinarie, talmente affascinanti e ricche di avvenimenti che sembrano uscite da un capolavoro cinematografico d’altri tempi. Tra queste c’è senza dubbio l’esistenza di John Cappelli (1927-2009), le cui memorie, pubblicate postume a cura del Prof. Luigi Troiani e intitolate Memorie di un cronista d’assalto (Edizioni l’Ornitorinco), vengone presentate a Roma giovedì 1 dicembre nella prestigiosa sede del Centro Studi Americani, in via Caetani.

Giornalista italo americano protagonista di una carriera lunghissima e intensa, Cappelli ha raccontando con stile unico un cinquantennio fondamentale di storia degli Stati Uniti, trovandosi, come ogni purosangue nel suo difficile e logorante mestiere, sempre al centro della scena. Dagli anni ’50 e ’60, periodo d’oro in cui collaborava con il quotidiano di ispirazione comunista Paese Sera, fino ai primi anni 2000 (nei quali, pur provato da un ictus, non ha mai smesso di interessarsi a ciò che accadeva nel mondo), i suoi inconfondibili articoli hanno accompagnato diverse generazioni di lettori, rendendo una testimonianza che oggi assurge a preziosissimo documento storico.

Chi vi scrive, anche per ragioni d’età, non conosceva minimamente il personaggio. Eppure, leggendo le sue memorie, è impossibile non rimanere colpiti dalla sincerità e dalla passione che emergono fin dalle prime pagine. Le si divora d’un fiato, e vi si ritrova un mosaico di storie dalle nelle quali ci si sente immediatamente coinvolti.

La ragione, in fondo, è semplice: a differenza di altri suoi ben più famosi colleghi affetti da manie di protagonismo, l’intento di Cappelli non è l’auto-glorificazione. Non c’è presunzione nel suo racconto, ma l’ardente desiderio di compiere la santissima missione del giornalista: raccontare i fatti. In questo caso, ovviamente, i fatti della sua vita, durante la quale fu testimone attivo e appassionato di un’America in piena evoluzione.

Ma chi era questo John Cappelli, il cui nome ricorda il protagonista di un romanzo? Nato da genitori italiani di modeste origini ed emigrati dall’Abruzzo a Union City (New Jersey) nel 1927, dopo la prematura morte della madre e una breve permanenza nel Bronx, si trasferisce con il padre a Roma, ad appena 5 anni. Strappato bambino da New York, vi farà ritorno ventenne, dopo aver vissuto in Italia il tragico frangente della Seconda guerra mondiale. Già da allora, ragazzino, dimostrerà di avere un carattere coraggioso e intraprendente, tanto da aiutare di nascosto i militari alleati contro i nazifascisti.

Per indole, John non può che essere antifascista, e lo rimarrà (militante e non solo di facciata), per il resto della vita. Ritornato in America paradossalmente “da immigrato”, pur essendo a pieno titolo cittadino americano,  si appassiona alla politica e diventa un ardente sostenitore di Vito Marcantonio,  deputato socialista eletto al Congresso nelle file dell’American Labor Party e rappresentante del distretto di East Harlem, dove è il portabandiera degli immigrati italiani e ispanici.

L’esperienza con Marcantonio e l’aria che si respira tra gli italo americani di New York sono l’inizio di una  militanza a sinistra che in futuro lo renderà un “osservato speciale” da parte dell’ FBI del dopoguerra. Un rapporto, quello di Cappelli con l’onnipotente Agenzia americana, che si farà sentire già durante la sua permanenza in Texas, dove decide di servire nell’aviazione per pagarsi gli studi.

A partire dalla metà degli anni ’50, dopo i primi passi da giornalista per il settimanale socialista in lingua italiana del Bronx L’Unità del Popolo, comincia l’esaltante periodo della collaborazione come corrispondente per Paese Sera. Gli Stati Uniti sono in fermento, e John è sempre al posto giusto nel momento giusto, pronto a raccontare in prima persona gli eventi che scuotono l’anima dell’America.

Nel 1957 si trova a Little Rock, in Arkansas, testimone oculare della desegrazione dei primi studenti di colore nel profondo sud, quando il presidente Eisenhower è costretto a inviare l’esercito per proteggere la comunità nera oggetto di angherie e soprusi da parte dei bianchi. E sarà al fianco degli afroamericani, esponendosi alle minacce del KKK, durante tutte le battaglie per la conquista dei diritti civili, raccontate da attivista oltre che da cronista.

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John Cappelli, inizi anni Sessanta, con il figlio Vanni nel suo ufficio al Palazzo di Vetro dell’ONU

Ma non sono solo le tensioni interne a scuotere l’America: c’è la guerra fredda a far tremare il mondo. Il picco più alto tra USA e URSS è la crisi missilistica di Cuba del 1961: Cappelli la racconta dal suo ufficio nel Palazzo di Vetro dell’ONU, osservatorio privilegiato che dividerà fino a fine carriera con David Horowitz, mitico decano tra i corrispondenti alle Nazioni Unite.

Leggere dall’Italia i pezzi di John (che molti considerano all’epoca un personaggio immaginario inventato da Paese Sera per via del nome) è scoprire un punto di vista “diverso” dell’America. Essendo un cittadino statunitense protetto dal Primo Emendamento, infatti, Cappelli può permettersi di non nascondere le sue simpatie di sinistra, a differenza di molti altri corrispondenti italiani con le stesse idee comuniste, che negli States non possono metterci piede.

Proprio l’amore per la libertà è uno dei tratti distintivi della vita di John. Nonostante la militanza politica mai nascosta, Cappelli non ha padroni. E questo lo sanno tutti, anche i “nemici”, i quali leggono i suoi pezzi perché quando racconta i fatti, quel giornalista italoamericano lo fa con obiettività, non guardando in faccia nessuno.

A dimostrare la sua indipendenza è, tra i tanti, un episodio in particolare. Tra gli anni ’80 e ‘90, fallito Paese Sera John collabora con “Il Progresso Italo Americano” (per poi diventare uno dei fondatori di America Oggi dopo che la proprietà licenziò in tronco tutti i giornalisti iscritti ai sindacati). In quel momento segue da vicino i grandi processi di mafia dell’inchiesta “Pizza Connection,” dove incontra per la prima volta il Procuratore Rudolph Giuliani e nota come il boss Tano Badalamenti gli fa spesso un cenno del capo quando entra in aula per gli interrogatori.

Cappelli scoprirà solo dopo che il boss leggeva i suoi pezzi, e quel saluto era una sorta di “segno di rispetto”. Ecco,  persino i boss mafiosi, a modo loro, riconoscevano l’onestà intellettuale di John.

In una carriera così ricca, la galleria dei personaggi descritti nelle memorie è foltissima. Da Allende a Che Guevara, visto tra i corridoi dell’ONU, da Sandro Pertini a Fanfani, da Martin Luther King, intervistato alle Nazioni Unite, a John Kennedy, fino a grandi amici giornalisti come Antonello Marescalchi e Ugo Stille.

Alcuni sono comparse, che passano velocemente lasciando però sempre un segno nel lettore, come Muhammad Ali, l’ex pugile campione del mondo, che aveva vinto le olimpiadi di Roma quando si chiamava ancora Cassius Clay, e con il quale,  ormai vecchio e malato, John scambia poche parole sul traghetto che da Ellis Island riporta a Manhattan. Di altri invece, si trova una descrizione più approfondita, come appunto Rudy Giuliani, seguito fin dai tempi in cui è procuratore nei processi di mafia e che poi da sindaco di New York avrà un rapporto di amore-odio con quel cronista “americano ma italiano”. Con Mayor Rudy, poi anche candidato alle primarie repubblicane nel 2008, John ha infatti all’inizio un rapporto cordiale, troncato di netto da Giuliani dopo una domanda “scomoda” posta da Cappelli durante una conferenza stampa. John lo descrive come la “reincarnazione di Temistocle”, per via del carattere ambizioso e manipolatore, in uno dei ritratti psicologici più riusciti del volume.

Insomma nelle sue brevi memorie, che si concludono poco prima della morte, nel 2009, quando con l’elezione di Barack Obama si avvera il sogno per cui aveva lottato negli anni ’60, John Cappelli condensa una vita inimitabile. “Cronista d’assalto”, appellativo che da il titolo al libro, e che ricorda come i colleghi del Progresso-America Oggi lo chiamavano ogni volta che John entrava in redazione. La vita appunto di un giornalista “giacobino” (come a un certo punto si autodefinisce) vissuta nel segno della libertà. L’unico valore, nel nostro mestiere, a contare davvero.

 

john cappelli centro studi americani

Giovedì La Voce ha assistito alla presentazione del volume al Centro Studi Americani di Roma, moderata dal Prof. Luigi Troiani. All’evento, che ha visto alla fine i ringraziamenti del direttore del Centro Paolo Messa, hanno partecipato Giorgio Benvenuto, Presidente Fondazione Bruno Buozzi e della Fondazione Pietro Nenni, Albino Gorini, Presidente Idest, (Istituto documentazione e sviluppo del Territorio), Cesare Salvi, ex ministro e docente di diritto civile, oltre a due giornalisti “mitici” come Gianni Bisiach e Furio Colombo, che con John Cappelli hanno lavorato a New York.

Ne è emerso un incontro fecondo, nel corso del quale si è parlato delle mille sfaccettature del “cronista d’assalto” americano-italiano: dalla militanza politica bordighiana, analizzata da Salvi, ai numerosi aneddoti raccontati da Bisiach e Colombo, i quali hanno rievocato, da testimoni diretti, l’atmosfera dei primi anni ’60 e della guerra fredda.

Un periodo, quello kennediano, definito da Colombo come una sorta di “neo-umanesimo”, arricchito dal “grande valore intellettuale portato all’entourage dei Kennedy da intellettuali come Arthur Schlesinger”.

Proprio Colombo ha dato di Cappelli un ritratto vividissimo: “John era esile, ma nonostante ciò possedeva una forza fisica e psicologica straordinaria, svolgendo il suo lavoro con una grandissima determinazione […] era un incredibile indagatore, un cronista ‘di resistenza’, amante della libertà” ricorda.

“John svolgeva il suo lavoro con una precisione straordinaria, documentava tutto nel dettaglio, e raccontava da cittadino statunitense (e dunque da una prospettiva unica per l’epoca) i retroscena dell’impero statunitense” ha aggiunto Bisiach, che si è soffermato anche sul clima che si respirava durante eventi epocali come la crisi missilistica di Cuba e l’omicidio Kennedy.

Sempre Colombo, per definire le memorie di Cappelli, ha usato poi un paragone affascinante: “Se nella letteratura, come nell’arte, esistesse il puntinismo, questa sarebbe un’opera puntinista, fatta di una miriade di micro episodi e di dettagli, che visti in prospettiva compongono un’insieme straordinario”.

A lasciarci un toccante ricordo personale di John Cappelli sono stati infine alcuni parenti che abbiamo incontrato alla fine del convegno. Si tratta delle figlie e della moglie di Renato Baladda, cugino coetaneo di John, che visse insieme al giornalista negli anni della seconda guerra mondiale, quando Cappelli era a Roma. Di quel periodo così difficile rimane l’eco di antichi racconti, e di un giovanissimo ragazzino americano catapultato in un’Italia povera ma autentica.

Pur essendo Renato deceduto alla fine degli anni ’80, sua moglie Edda Pizzoli e le figlie Ombretta, Carla e Luciana conservano ancora memorie affettuose di “Johnny”: “Era un po’ come un artista, sempre con la testa per aria”, ci confessano con il sorriso tra le labbra.

Quel simpatico “zio americano” aveva mantenuto anche dopo il legame con i parenti in Italia, e chiedeva spesso notizie della sua terra d’Abruzzo al telefono.

“L’ho sentito per l’ultima volta una settimana prima che morisse” racconta Edda, “Mi ero accorta che la sua voce era debole, ma quando gli chiesi il motivo mi rispose: ’è solo l’emozione’”.

Fu con quella battuta che Johnny le diede il suo addio.

Ma il suo ricordo rimane, ancora, nei cuori di tutti coloro che lo hanno conosciuto.

 

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