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Leonardo Sciascia e Tullio De Mauro, due persone per bene

Quando il grande studioso della lingua italiana difese lo scrittore che spiegava la mafia

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Tullio De Mauro con Leonardo Sciascia (Immagine ripresa da www.fabriziagiuliani.it)

Tullio De Mauro: “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano (...) Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello (...) Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”

Probabilmente è stata una delle sue ultime “uscite” pubbliche, la presentazione, a metà ottobre a Roma,  del volume L’invenzione di Regalpetra: raccoglie le lettere tra Leonardo Sciascia e Vito Laterza tra il 1955 e il 1988 (Laterza, pagg.162, 12 euro). In quell’occasione, Tullio De Mauro, autore dell’introduzione, rievoca gli anni dell’amicizia e delle frequentazioni con lo scrittore che già si intuiva essere grande, e con l’editore che non solo consolida l’“eredità” lasciatagli dallo zio Franco, ma trasforma la casa editrice, pur confinata in una “periferica” Bari, in una protagonista della cultura italiana.

Presenta il libro, De Mauro, e scandisce perché tutti possano ben udire: “Erano due persone per bene”. Nello stesso modo inizia la introduzione che ha scritto per il libro. Poi racconta dei numerosi soggiorni a Palermo, spesso in compagnia di Vito, “per incontrarmi e condividere con Leonardo il labirinto di ipotesi angosciose dentro cui c’era – non ipotetica – l’eliminazione (la dirò così) di mio fratello Mauro…”.

“Mauro” è Mauro De Mauro: il giornalista del “l’Ora”, il quotidiano in prima fila nella denuncia di fatti e misfatti di mafia: quando questa parola era vieta e vietata; quando pronunciarla si rischiava la scomunica;  letterale: il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, in una sua pastorale del marzo 1964, sostiene che la mafia non è precisamente la cattiva pianta le cui “cosche” lottano per spartirsi la città, ma solo il nome che una pubblicistica denigratrice continua a dare a forme associative di delinquenza identiche a quelle del resto d’Italia. Ma anche “scomunica” sotto forma di robusta razione di piombo eruttata da una lupara (col tempo sostituita dal più efficiente kalashnikov), o ingabbiato in un pilone di cemento di uno dei tanti palazzi che fanno da “cornice” a una Palermo stuprata da una selvaggia speculazione edilizia.

E’ in uno di quei piloni, probabilmente, che “riposa” Mauro De Mauro, scomparso il 26 settembre del 1970. Scriveva con competenza e rigore di mafia, e tra l’altro Francesco Rosi lo “ingaggia per il suo “Il caso Enrico Mattei”; chissà. Quel curiosare su quella vicenda gli è stato fatale. Quando chiedo a Sciascia un’opinione su quella scomparsa, risponde sibillino: “Ha fatto la domanda sbagliata alla persona giusta; oppure la domanda giusta alla persona sbagliata”.

Per tornare a Tullio. Molti, lo hanno ricordato nei giorni della scomparsa, ricordandone il valore, l’apporto che ha dato alla cultura italiana; parole di meritato elogio e rimpianto. Nessuno però ha ricordato – forse non è un caso – un episodio che riguarda anche Sciascia.

E’ necessario andare indietro nel tempo, al 10 gennaio del 1987. Sciascia pubblica sul “Corriere della Sera” l’articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia”; ne nascono furibonde polemiche, animate da tanti in pessima fede, e da qualcuno (pochissimi, invero) in buona. C’è l’insulto, scagliato con cattiveria, d’essere diventato un “quaquaraquà”; molti accusano Sciascia di aver contribuito all’isolamento di chi lotta contro la mafia; si arriva a dire – lo fa il sociologo Pino Arlacchi – che “Il giorno della civetta”, in definitiva è un romanzo che non apre gli occhi sul fenomeno mafioso, ma lo esalta e glorifica. Poi lo ripetono anche altri, ultimamente anche lo scrittore Andrea Camilleri, che pure di Sciascia si professa amico e ammiratore.

In quei giorni caldi interviene Tullio De Mauro: “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo  dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”.

Ecco chi era Sciascia; ecco chi era De Mauro: persone “per bene”. Ho fatto cenno al carteggio tra Sciascia e Vito Laterza (L’invenzione di Regalpetra), che ha portato alla realizzazione de Le parrocchie di Regalpetra. E’ un peccato che questo libro rischi di restare confinato tra le letture di “esperti” e di “amatori”: quel carteggio “racconta” di quando gli editori e scrittori sapevano fare il loro lavoro, ne avevano cura e amore. Per non dire dell’introduzione di De Mauro, che con malinconico rimpianto evoca la straordinaria atmosfera umana e intellettuale di quelle “botteghe” che sapevano essere un tempo le case editrici.

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