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Gozzano: “la vita o si vive o si scrive”. Una sentenza di morte per la poesia?

Quinta puntata: Gozzano fu il poeta novecentesco che, per primo, sancì la contraddizione tra vita moderna e poesia. Quale fu la sua scelta?

Il ritratto di Guido Gozzano.

La poesia della modernità, per Guido Gozzano, è un po' come la sua Signorina Felicita: antipodicamente distante dalle «donne rifatte dai romanzi», «Quasi brutta, priva di lusinga», «buona e casalinga». In Gozzano la perdita dell'aureola predetta da Baudelaire compare in tutta la sua tragicità. E l'Arte, come un tempo era intesa, diventa addirittura negazione della vita stessa: perché, disse il poeta, la vita o si vive o si scrive...

Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne…
Non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi […]

Non è soltanto quel grigiore diffuso, quel tedio e quell’alto tasso di prosaicità a denunciare, nei versi di Guido Gozzano e degli altri Crepuscolari, il profondo disagio connesso al far poesia nel Novecento. La questione, soprattutto per quel poeta che la tubercolosi stroncò a poco più di trent’anni, fu ben più complessa, e assolutamente non riducibile a qualche verso troppo simile alla prosa e poco propenso ai toni roboanti della Poesia maiuscolata. Dopo Pirandello, Gozzano fu infatti il poeta che più vigorosamente avvertì quanto il rapporto tra vita e letteratura – poesia soprattutto – fosse, nella modernità, difficile e controverso: se non addirittura concorrenziale. Per lui, l’impegno letterario era, cioè, del tutto incompatibile con la prospettiva di trascorrere un’esistenza tranquilla, sana, votata alle virtù domestiche, al dio denaro e ai valori piccolo-borghesi – che era, poi, la tipologia di vita legittimata dai canoni sociali dell’epoca e a cui i più aspiravano. Tutt’altro: la letteratura, per lui, era una vera e propria malattia, e nessun sano di mente – è scontato – si augurerebbe di trascorrere la vita da malato. Come la mettiamo, allora, per la letteratura e la poesia, se anch’esse sono definibili in termini di tabe (cioè di tubercolosi)? Il rischio, a voler seguire quella fatale vocazione, era dunque di fare la fine di Stefano Ala, poeta – protagonista di una prosa gozzaniana – a tal punto “intossicato” delle opere di  Balzac, Chateubriand, Cavallotti, Graf, Carducci e Stecchetti, da non essere più in grado di distinguere tra vita e letteratura; ricalcando le gesta del suo (inesistente) beniamino letterario, finì addirittura per stroncare a colpi di rivoltella la sua amata, da cui si era buscato un crudele rifiuto. E tale circostanza, quella per cui, in fin dei conti, «Non la vita foggia la letteratura: la letteratura foggia la vita», è  «l’esempio tipico dell’intossicazione letteraria». Pessima fine, fuor di dubbio, quella di Stefano Ala; ed è una fine simile a quella dei molti illusi incapaci di riconoscere l’invalicabile frattura che, specialmente dalla modernità, ha posto vita e poesia alle due estremità di una voragine non più sigillabile.

La poesia di Gozzano manifesta tutta la tensione che la coscienza di quella frattura comporta. Leggendo i suoi versi, si ha sempre l’impressione che il poeta, incapace di «vivere di vita», si sia costruito un suo surrogato, intrappolandosi in un mondo di carta e parole: come se l’unico modo per recuperare un contatto, anche minimo, con l’esistenza autentica fosse quello di osservarla attraverso una mediazione. Ecco, allora, la funzione di tutte quelle stampe, quelle cornici, quegli antichi smalti e quelle vecchie fotografie di cui traboccano i versi di Gozzano: veri e propri medium attraverso cui sbirciare, ricordare o immaginare la vita, orizzonte irraggiungibile per un «esteta gelido», un «sofista» letterato come lui. Così, l’unica donna che il poeta potrebbe amare è, per l’appunto, di carta: si tratta di Carlotta, l’amica di Nonna Speranza, che si staglia in una fotografia ingiallita datata «vent’otto di Giugno del mille ottocento cinquanta». Eppure, il poeta sembra aver rischiato, in passato, di convertirsi alla vita vera, semplice e ferina, rappresentata dalla famigerata Signorina Felicita: antipodicamente distante dalle «donne rifatte dai romanzi», «Quasi brutta, priva di lusinga», dalla faccia «buona e casalinga», con una «bocca vermiglia / così larga nel ridere e nel bere, / e il volto quadro, senza sopracciglia, / tutto sparso d’efelidi leggiere», e gli occhi «d’un azzurro di stoviglia». Felicita non è la donna-angelo di stilnovistica memoria; non è la sovrumana Beatrice e l’irraggiungibile Laura: è una donna vera, che non distingue una corona d’alloro da «un ramo di ciliegie» e per la quale, nell’Ipotesi, il «Re-di-Tempeste Odisseo» potrebbe benissimo essere un semplice frequentatore di «famose cocottes», partito su uno yacht per cercare «fortuna in America». Una donna, insomma, a cui manca solo un banale accento per impersonare la Felicità con la F maiuscola, e a cui nemmeno una goccia di poesia scorre nelle vene: ella potrebbe, una volta per tutte, guarire il poeta dalla sua tabe. Con lei, egli arriverebbe infatti a rinnegare quella sua «fede letteraria / che fa la vita simile alla morte»; potrebbe votarsi, finalmente, alla «vita ruvida concreta / del buon mercante inteso alla moneta», e smettere per sempre di vergognarsi «d’essere un poeta». Eppure, di fronte alla scelta tra vivere di vita e scrivere la vita, il letterarissimo distacco «d’altri tempi» con la Signorina è una chiara virata a favore della seconda opzione. Da qui, l’amaro bilancio del poeta al compimento del venticinquesimo anno d’età: la sua esistenza è stata, fino a quel momento, un «bel romanzo», che, afferma,  «[…] non fu vissuto / da me, ch’io vidi vivere da quello / che mi seguì, dal mio fratello muto». Un’autentica dissociazione pirandelliana, dove egli, «solo» nei propri «sogni d’arte», non ha fatto altro che narrare «la bella favola compita», ritraendo, «Muto sulle mute carte», il proprio doppio. Che dire, d’altronde, delle lettere galanti inviate da Gozzano alla poetessa e dolce amica Amalia Guglielminetti? Toglietevi dalla testa romantiche dichiarazioni d’amore o indefesse professioni di eterna servitù alla donna in stile provenzale. Di che cosa mai, un intossicato come Guido, avvelenato di poesia fino al midollo, poteva innamorarsi, se non della poesia stessa? «Come fare per dirle che di molti suoi sonetti mi sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato di una poesia?».

Così, al poeta non rimarrà che accettare lo stesso, triste, destino di uno dei suoi personaggi più famosi: Totò Merùmeni. Quest’ultimo, «tempra sdegnosa, / molta cultura e gusto in opere d’inchiostro», giunta l’ora di  «“vender parolette” / […] e farsi baratto o gazzettiere» – e cioè di abbandonare i sogni poetici e darsi all’avvocatura –,  «scelse l’esilio». Esilio dalla società e dalla sua approvazione; esilio, trascorso tra «l’indagine e la rima», dalla vita stessa: solo così è ancora possibile essere poeta. Nessuno stupore, dunque, se il nostro «guidogozzano», intossicato di versi, potrebbe addirittura trovarsi a proprio agio nei panni di un novello Mattia Pascal; propriamente, infatti, affermerebbe, come lo sfuggente protagonista pirandelliano: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola»…

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