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Il Manifesto di Bassetti, una sveglia per tutti gli Italici del mondo

A New York, mercoledì Piero Bassetti presenta il suo libro "Let’s Wake Up, Italics! A Manifesto for a Glocal Future"

Piero Bassetti

Piero Bassetti, politico e imprenditore, è stato il primo presidente di Regione Lombardia

In "Let's Wake Up, Italics!" Bassetti rinuncia alla dicotomia di italiani "puri" nei confronti dei discendenti degli italiani e dei popoli "che non avrebbero nemmeno una goccia di sangue italiano nelle loro vene, ma nonostante ciò abbracciarono i valori e lo stile di vita del nostro Paese"

“Una sveglia, una chiamata in raccolta”. Inizia così la riflessione di Piero Bassetti sulla nozione dei termini “italici” e “italicity”, nel suo ultimo libro Let’s Wake Up, Italics! Un manifesto per un futuro “glocal”, che si trova ora anche nella versione tradotta in inglese dall’originale italiano, pubblicata dal John D. Calandra Italian American Institute, con una prefazione dell’illustre professor Fred Gardaphé. Bassetti vuole andare oltre al fattore biologico nell’identificare queste persone che lui definisce “Italici”, e basa le sue convinzioni sui cambiamenti causati dalla globalizzazione, di cui lui è stato personale testimone durante i suoi decenni di attività culturale e politica. Nella prima pagina di Let’s Wake Up, Italics!, ad esempio dice:

“Gli italici non sono solo i cittadini italiani in Italia e all’estero. Sono, infatti, anche le persone del Canton Ticino, della Dalmazia e di San Marino, così come lo sono i loro discendenti; gli italo-americani, quelli delle due Americhe e dell’Australia; così come coloro che parlano in italiano e tutti quei popoli che non avrebbero nemmeno una goccia di sangue italiano nelle loro vene, ma nonostante ciò abbracciarono i valori e lo stile di vita del nostro Paese e condividono i nostri modelli di comportamento.” (2)

La copertina del libro di Piero Bassetti

È questo il vero senso dell’ecumenica universatilità di cui tratta la nozione “italici” di Bassetti, che ben si allontana dalla maggior parte degli altri concetti di identità che abbiamo visto in passato. “Questi popoli che non avrebbero nemmeno una goccia di sangue italiano nelle loro vene” non sarebbero mai stati inseriti in una discussione relativa all’identità italiana. Non solo, persino “gli italo-americani, quelli delle due Americhe e dell’Australia” sono stati talvolta messi da parte quando il concetto di identità “italiana” è stato portato alla ribalta. Ora l’obiettivo è di includere entrambe le categorie nel dibattito e, diciamo, alimentare un’apertura mentale che spesso è mancata in passato.

Come ho detto più volte, “il desiderio di coniare una nuova terminologia è certamente ammirevole, specialmente se l’intento è quello di appiattire le costrizioni della gerarchia” (196; vedi la mia postfazione in New Italian Migrations to the United States, Vol. 2: Art and Culture Since 1945. Edito da laura Ruberto e Joseph Sciorra. Chicago: University of Illinois Press, 2017. Pp 193-202). Nella mia postfazione parlo anche della nozione di cambiamento paradigmatico e di come questi paradigmi necessitino di riconoscere, prima di ogni cosa, le mutevoli dinamiche del fenomeno, in continua crescita, della migrazione, e quindi di rispondere in modo estetico-critico. Questa, lo evidenzio, è la fase iniziale di quello che considero, sempre più necessario, un cambiamento di paradigma concettuale. In questo contesto gli studi italiani stanno ampliando i propri orizzonti raggiungendo ulteriori campi socio-estetici e intellettuali, come fanno già gli studi americani, i francesi, i tedeschi e i latino-americani, per citarne alcuni.

Nel proporre un nuovo schema discutevo delle diverse tipologie di scrittori che, ad oggi, sono stati considerati in maniera significativamente diversa per più di una motivazione: per ragioni linguistiche (gli scrittori di italiano in inglese), per motivi geografici (gli emigrati dall’Italia che scrivono in italiano in un altro Paese) e/o per ragioni biologiche (gli immigrati non italiani in Italia). Ovviamente, per questa triade, e nelle parole di Bassetti sopra riportate, dobbiamo anche aggiungere una persona che “non ha un goccio di sangue italiano nelle sue vene” e che vive fuori dall’Italia; e in questo caso ho menzionato nella mia postfazione due persone degli Stati Uniti d’America: la professoressa italiana Rebecca West e la scrittrice USA Jhumpa Lahiri, due persone che, insieme a quanto detto sopra, come ho scritto, “each dialogue in their own way with the ur-sign that is /Italy/, as I mentioned” (199).

Quello che i lettori di Let’s Wake Up, Italics! realizzeranno alla fine è che il manifesto di Bassetti desidera appianare le nostre gerarchie. Iniziamo a capire questo quando Bassetti offre una delle ragioni per le quali ha scelto i termini “Italici” e “Italicity”. Nel sottrarre “sospetti di declassificazione in coloro che, se il loro status ibrido fosse stato rimarcato, avrebbero potuto sentirsi relegati in una posizione di inferiorità rispetto a quelli che sono stati classificati come ‘italiani puri’”, ha ritenuto la necessità di trovare un nuovo termine. Nel fare questo, Bassetti rinuncia chiaramente alla dicotomia di “italiani puri” nei confronti dei discendenti degli italiani, immigrati in Italia, e di tutti quelli che, come dice sopra Bassetti “non avrebbero nemmeno una goccia di sangue italiano nelle loro vene, ma nonostante ciò abbracciano i valori e lo stile di vita del nostro Paese e condividono i nostri modelli di comportamento.”

Buona lettura!

 

La presentazione di Let’s Wake Up, Italics!

Avrà luogo mercoledì 7 giugno, alle 5.30pm, presso il Consolato Generale d’Italia

690, Park Avenue, New York NY 10065

 

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