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Stupro di gruppo: il peso della “cultura madre”

Per capire da dove viene, bisogna andare alle radici della violenza maschile

Sophia Loren nella terribile scena dello stupro, dal film "La Ciociara"

Per analizzare lo stupro collettivo di Rimini, bisogna leggere il libro dello psicanalista Luigi Zoja, "Centauri" (Bollati Boringhieri). L’identità maschile è molto meno stabile di quella femminile: varia con la civiltà e le sue circostanze storiche. Oggi a causa dell’istinto emulativo e la condivisione nel gruppo, siamo di fronte a un’epidemia psichica contagiosa: malato non è il singolo uomo, ma tutto il mondo dell’uomo e il suo rapporto con il desiderio

Eros è morto. Eppure era un dio. Un dio che ci siamo creati noi. Avevamo bisogno di amare per vivere. Avevamo. Ora abbiamo altre priorità esistenziali: economiche e politiche, camuffate da un buonismo catto-sociale che sostituisce la mancanza di valori interiori, ossia d’Anima.

Amore può essere un dio solo finché lo manteniamo in vita. Non invecchia è vero, infatti è stato rappresentato dai greci e dai latini come l’eterno fanciullo divino perché l’amore è sempre giovane, ma proprio per questo bisogna averne estrema cura e non esistono vaccini per preservarlo da morte certa non appena divampi un’epidemia d’odio del maschile verso il femminile. Per capire da dove viene, bisogna andare alle radici della violenza maschile. Lo stupro collettivo è un’infamia a cui non voglio nemmeno pensare, così da un anno non riuscivo a prendere in mano il libro regalatomi dallo psicanalista Luigi Zoja, Centauri (Bollati Boringhieri), ma dopo gli ultimi fatti di Rimini, ho voluto capire.

L’identità maschile – spiega Zoja – è molto meno stabile di quella femminile: varia con la civiltà e le sue circostanze storiche. Lo stupro di gruppo è una sindrome collettiva orgiastica che rimuove i sensi di colpa. La figura mitica del centauro, metà uomo e metà cavallo, per cui non esisteva differenza tra vita sessuale e violenza sessuale, valorizza le qualità prepaterne del lottatore contro i concorrenti e del cacciatore di femmine. Questo mito ci racconta come la perdita di civiltà sia quasi assicurata in un gruppo composto da soli maschi giovani in cerca di avventure e non sottoposto a strutture autorevoli. Il centaurismo rappresenta un potenziale così primitivo da restare pressoché ineducabile: in assenza di limiti efficaci può annullare in un attimo millenni di civiltà. Oggi a causa dell’istinto emulativo e la condivisione nel gruppo, siamo di fronte a un’epidemia psichica contagiosa il cui diffondersi può causare una patologia collettiva: malato non è il singolo uomo, ma tutto il mondo dell’uomo e il suo rapporto con il desiderio. A essere sempre insufficiente non è tanto l’orgasmo quanto l’eros, perché è la passione che crea un rapporto. La femmina che resiste fa sentire lo stupratore potente e la vede come un oggetto da distruggere: primo perché straniera e secondo perché donna.  Nelle guerre del XX secolo abbiamo già assistito a politiche genocidarie che hanno messo l’istinto di sessualità al servizio della caccia collettiva. La donna è stata considerata bottino di guerra, disumanizzata tanto che ha perduto una delle capacità più umane, quella di narrarsi. Una sofferenza che crea silenzio. Il centaurismo non ha quasi redenzione, per Zoja.

Quando il nostro gentilissimo Gentiloni sostiene che “dobbiamo garantire lo ius soli ai figli, nati in Italia, di immigrati” perché sarebbe “una conquista di civiltà che arricchisce la nostra identità”, sarebbe meglio quindi che prima sapesse cosa significano identità e civiltà. Si ritagli un po’ di tempo per arricchire la sua cultura… Nè può scopiazzare lo ius soli che concede l’America perché diversa è stata la costituzione di questa nazione per storia, per vastità territoriale e soprattutto per ideali comuni. Ma soprattutto il governo, prima di elargire diritti, controlli se vengono rispettati i doveri. Ha davvero predisposto per gli extracomunitari adeguati controlli per verificare se davvero vi sia da parte loro condivisione e integrazione alla nostra cultura, senza parlare dei controlli giuridici e fiscali sovente disattesi.

“Studiano, pensano e parlano in italiano. Glielo dobbiamo”. Ma il nostro presidente è così sicuro che i figli degli arabi pensano in italiano e che attraverso lo studio hanno acquisito i nostri valori? Quando a casa la loro madre non parla l’italiano e li educa nei valori di una cultura religiosa rimasta inalterata dall’800 dopo Cristo. L’ignoranza e la sottomissione delle donne musulmane immigrate sono il più becero e pericoloso strumento culturale d’invasione islamica in Europa. Come hanno dimostrato gli attentati perpetrati da seconde generazioni di arabi nel nostro continente, per i quali vige solo lo ius sanguinis. Il mito identitario, soprattutto nelle famiglie di stranieri, è fortemente radicalizzato e non mi pare che la scuola oggi riesca a conferire una forte identità nazionale nemmeno agli stessi studenti italiani.

Lo ius soli per chi non lo sapesse può anche esser tradotto in italiano come il ‘diritto della suola’. Che voglia di dare tante suolate in testa a quegli stupratori magrebini. Ovviamente per mano femminile e con scarpe col tacco a spillo.

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