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Libere e in clausura, mille anni di vita monacale sull’isola di Arbe

Imparano a condividere e bastano a loro stesse: le monache nel Monastero di Arbe raccontano che cosa significa essere libere in clausura

Le Monache di Clausura del Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe (Rab, Croazia)

Ci vogliono cinque anni per prepararsi alla pienezza della solitudine. E anche al sacrificio di una vita povera. “Noi siamo libere perché abbiamo scelto di essere padrone di noi stesse", spiega la badessa del Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe, in Croazia, che, per celebrare i mille anni della congregazione, aprirà le sue porte il 27 e il 28 ottobre ai visitatori che vorranno conoscerle

Noi donne tendiamo a divinizzare l’uomo. Ma un giorno scopriamo che non è un dio. Spesso ci accorgiamo troppo tardi che si può vivere senza un marito, ma non senza Dio. Esistono tuttavia donne che lo sanno da sempre. Non è facile però scegliere qualcuno che non c’è, se non lo senti dentro. Lo Sposo celeste è la propria guida interiore ma, per percepirla, bisogna avere un’interiorità. E anche quando Lui ti chiama e tu decidi di donarti a Lui, non sarà poi facile vivere sola con te stessa. IN CLAUSURA. In silenzio, cercando di SentirLo.

Le Monache di Clausura del Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe (Rab, in Croazia)

Ci vogliono cinque anni per prepararsi alla pienezza della solitudine. E anche al sacrificio di una vita povera, spartana, spoglia che però ti arricchirà dentro. Imparerai la condivisione e ti sarà di conforto la sorellanza. Sì, in ogni esistenza c’è sempre un prima e un dopo, l’importante è che la via, per quanto faticosa sia, porti in alto. Magari al cielo.

“Noi siamo libere – mi spiega Madre Marina, badessa del Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe (Rab, in Croazia) – perché abbiamo scelto di essere padrone di noi stesse. Certo, per secoli le famiglie dei nobili dell’isola rinchiudevano qui le figlie che non trovavano marito entro il venticinquesimo anno d’età, ma ora non è più così”.

Conosco Madre Marina da quasi dieci anni, ma avevo sempre pensato che, sebbene oggi la clausura sia una scelta, fosse un’autolimitazione della libertà personale per amare Dio. Mi ha lasciata sbigottita. Noi pensiamo che la libertà sia poter andare a destra e a manca, viaggiare, spassarsela. Spesso questa è libertà sciupata: si va in giro con i paraocchi, senza reale interesse, senza meta. E la vita scorre in esistenze inutili.

Marina, Giuseppina, Scolastica, Benedetta, Fiorella, Zrinka, Veronica, Clara, Gertrude, Pavla, Jelena vivono per essere utili al prossimo, pregando, ascoltando, aiutando. Si sentono libere dentro di sé e stanno dentro un monastero. Fantastico!

Le Monache di Clausura del Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe (Rab, Croazia)

Proprio per far conoscere quanto sia cambiata la vita monastica e cosa davvero significhi vivere in clausura oggi, queste undici monache hanno deciso di celebrare il traguardo dei mille anni del loro monastero – il più antico della Dalmazia, oggi regione adriatica della Croazia – aprendo per due giorni le porte ai visitatori, venerdì 27 e sabato 28 ottobre.

Giornali e tv italiani e croati si sono scatenati: sembra sia la prima volta al mondo che un monastero di clausura femminile spalanchi la porta. E sarà difficile richiuderla. Più per quelli che vorranno entrare che per quelle che non vorranno uscire.

Il Monastero di Sant’Andrea sull’isola di Arbe (Rab, Croazia) che, in occasione dei suoi mille anni, aprirà le sue porte a chi vorrà visitarlo

Mi viene un’idea: invece di mandare i liceali a fare sciocche esperienze di lavoro dove guardano i grandi lavorare, che è sempre meglio di studiare, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli potrebbe rispolverare la sua fede religiosa (siamo fiduciosi che le elementari almeno le abbia fatte) e mandarli a fare una esperienza di vita monacale: zappare l’orto, lavare i pavimenti, svegliarsi alle 4.30 per pregare invece che per andare in discoteca. Io ci manderei anche la ministra, avrebbe solo da imparare. Intanto a non dire bugie, poi a farsi la minestra.

La copertina del libro in dialetto triestino “Le basabanchi”, scritto da Alessandro Fullin ed edito dalla MGS Press. In scena dal 20 al 31 ottobre, al Teatro Contrada di Trieste

Sebbene sia più facile fare la ministra che la minestra, almeno in Italia, se sai fare la minestra ci sarà sempre qualcuno che busserà alla tua porta. E ti cambierà la vita. È quello che succede nel tragicomico racconto di Alessandro Fullin, in dialetto triestino, “Le basabanchi”, edito dalla MGS, e che in questi giorni è in scena al teatro La Contrada di Trieste.

E’ l’8 settembre 1943 e il maresciallo Badoglio annuncia per radio l’armistizio. Trieste diventa parte integrante del III Reich e al convento delle Sorella della Beata Pinza una minestra da offrire a chi chiede rifugio c’è sempre. Le sorelle sono solo tre, perché la badessa – interpretata dallo stesso Fullin – è cattivissima, tanto che le altre sono tutte morte o fuggite. Stranamente, però, il numero delle suore aumenta e il comandante tedesco von Strudel nota che sono anche molto pelose… La bravissima Ariella Reggio, suor Camoma, saltella qua e là nonostante i suoi ottant’anni e rido a crepapelle perché mi ricorda Madre Pina, la priora di Arbe, che deride chi è una ‘basabanchi’, un’ipocrita bigotta. Baciare i banchi funziona per trovar posto nei governi terrestri ma non in quello celeste.

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