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I poeti italiani, quei giganti “sconosciuti” grandi protagonisti a New York

All'Istituto Italiano di Cultura, presentato il primo volume dell'antologia "Those Who from Afar Look Like Flies", sulla poesia italiana tra il 1956 e il 1975

Luigi Ballerini, Charles Bernstein, Beppe Cavatorta (Foto VNY / I.M.)

Luigi Ballerini e Beppe Cavatorta hanno dialogato con Charles Bernstein mostrando le scelte e i criteri dietro a questo poderoso lavoro, che copre uno dei ventenni più importanti del Novecento dal punto di vista culturale e non solo, con un focus sul ruolo, il peso e l'importanza delle traduzioni inglesi dei testi

Quelli che da lontano sembrano mosche sono quelli che, a occhio nudo, si faticano a intravedere: come i poeti italiani contemporanei, se considerati all’interno dell’immenso paesaggio della poesia mondiale. Ma le proporzioni non ingannino, dal momento che per studiare le loro poesie non bastano le 2.116 pagine dell’antologia Those Who from Afar Look Like Flies, presentata all’Istituto Italiano di Cultura martedì sera. Si tratta del primo volume di un’opera poderosa, che copre gli anni dal 1956 al 1975 (il secondo andrà dal 1975 ai giorni nostri). A presentarla sono stati i due curatori, il poeta e professore Luigi Ballerini e il professor Beppe Cavatorta, insieme al poeta americano Charles Bernstein. A introdurre la serata il direttore dell’IIC Giorgio Van Straten e Berardo Paradiso a nome del Board of Directors della Lorenzo Da Ponte Italian Library, la collana di libri italiani tradotti in inglese (giunta a quasi 130 titoli) di cui fa parte anche l’antologia: un progetto per diffondere la cultura italiana tramite l’inglese, lingua universale.

E infatti l’antologia nasce dall’incontro delle due culture e delle due lingue, italiana e inglese: Ballerini e Cavatorta sono infatti due professori italiani che insegnano negli Stati Uniti, il primo a Yale dopo aver trascorso lunghi anni tra UCLA e New York, il secondo alla University of Arizona a Tucson. Così come l’attore Edoardo Ballerini legge la traduzione inglese di alcune delle poesie raccolte nell’antologia, che contemporaneamente vengono proiettate anche in italiano. Mentre il titolo, sebbene in inglese, viene da un autore argentino, Jorge Luis Borges, e dalla sua classificazione degli animali contenuta in un saggio del 1942. Quelli che da lontano sembrano mosche sono, come detto, difficili da vedere a prima vista: per questo servono le «lenti di ingrandimento» che questa antologia fornisce, ricorda Ballerini. Lenti che, nello specifico, sono i «15 traduttori, 40 critici e circa 100 collaboratori» che, aggiunge Cavatorta, hanno contribuito a costruire il libro, «uno strumento per conoscere la poesia italiana, non una semplice esposizione di alcuni dei suoi autori. Per questo, ci sono voluti 17 anni di lavoro solo per il primo volume». Nell’esposizione degli autori si è scelto di seguire fedelmente la cronologia degli anni: può quindi capitare che uno stesso poeta ritorni più volte, in tempi successivi, a testimonianza dell’evoluzione del suo stile. Per ogni autore vengono fornite una introduzione e poi i testi, in lingua e in traduzione, e saggi sulla ricezione critica: lo scopo è presentare, di ognuno, un «profilo organico».

Luigi Ballerini ha invece chiarito le motivazioni cronologiche della scelta degli anni: «Il 1956 è l’anno di svolta della poesia italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quell’anno nascono la rivista “Officina”, fondata da Pier Paolo Pasolini, e “Il Verri”, fondato da Luciano Anceschi: entrambi portarono avanti idee diverse per una nuova poesia, e perciò la nostra antologia nasce dalla diversità dei loro spunti». La fine del primo volume coincide invece con il 1975 e con la presunta crisi della poesia italiana, che però – aggiunge Ballerini – il secondo volume provvederà a smentire.

Charles Bernstein ha sottolineato il carattere «epico» del libro, da considerare come un vero e proprio «lavoro artistico»: la sua forma variegata e la ricchezza di materiale (oltre alle biografie e i saggi, non infrequenti lettere e manifesti) permettono di avvicinarsi in profondità alla poesia italiana. Menzionando il primo e l’ultimo dei poeti antologizzati, Pasolini e Emilio Villa, ha sottolineato «due differenti poli della poesia impegnata socialmente», per i quali il lavoro sul linguaggio è stato fondamentale: per questa ragione, la scelta della traduzione in inglese – seppure difficile – è stata decisiva. Da un punto di vista più metodologico, ha proposto poi la definizione di «poesia di ricerca» – invece che sperimentale o innovativa – per definire il lavoro dei poeti italiani del Dopoguerra, per i quali la materialità del linguaggio è stata un aspetto fondamentale.

L’evento si è concluso con un video di Nanni Balestrini che, impossibilitato a essere presente, ha letto le sue Istruzioni preliminari. In attesa del prossimo volume, non resta per ora che mettersi comodi e scorrere queste 2.000 pagine, preziosa lente di ingrandimento su quell puntino nero che – in copertina – viene enfatizzato da una gigantesca freccia. Se da lontano sembrano mosche, con l’aiuto di questa lente d’ingrandimento i poeti italiani assumono la statura che gli compete: quella dei giganti.

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